Cinema e Psichiatria: Disturbo Bipolare a esordio tardivo
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze
Il disturbo bipolare solitamente esordisce in età giovane o giovane-adulta. Meno frequenti sono le prime fasi in età adulta, cioè dopo i 45. Queste fasi solitamente sconvolgono vite ormai impostate su certezze e abitudini, con comportamenti che fino a quel momento era considerati impensabili per la persona. Tavolta c'è una vera e propria rottura con il temperamento stesso della persona, mite e timoroso, scrupoloso e cauto, che si impegna magari tenacemente ma per obiettivi concreti e modesti, alla sua portata. Nelle fasi maniacali tardive la persona può sentire di volersi finalmente "riscattare" di una vita fatta di correttezza ma anche di delusioni, di "fregature" prese per troppa remissività o per troppia fiducia riposta negli altri. Ci può essere quindi un improvviso sfogo reso possibile da una "incoscienza" improvvisa. In ambito coniugale ad esempio si possono verificare episodi di tradimento o abbandono della famiglia per seguire relazioni nuove e vissute con un senso di coinvolgimento adolescenziale. Quando il temperamento precedente era mite e remissivo, tipicamente la fase maniacale che si verifica ha tinte sarcastiche, polemiche e di rivalsa.
Propongo tre film in cui si trova descritto in maniera efficace il prototipo del disturbo bipolare tardivo.
Il primo è "Un borghese piccolo piccolo". Il protagonista è un ragioniere di un Ministero alle soglie della pensione, che vive in un modesto appartamento con moglie e figlio appena diplomatosi sulle sue orme. Gioca tutte le sue poche e piccole carte per "imbucare" il figlio al Ministero, per cedergli tutto quello che ha e poi andare finalmente in pensione sereno, magari trasferendosi a pescare in una casetta sul fiume. Abitudinario, servile, ma anche sarcastico nella consapevolezza che ciascuno deve sottomettersi per poter difendere il suo fazzoletto di territorio, il personaggio ha in sé un seme di bipolarismo. Quando è contrastato o ridicolizzato per la fiducia che ripone nei suoi "santi in paradiso" che lo aiuteranno, può sbottare in accessi di collera, tirare al muro il piatto degli spaghetti, inveire pesantemente contro la moglie. La cosiddetta "disforia da contrasto". Mentre accompagna il figlio alla prova scritta del concorso, ormai certo dell'esito perché è riuscito ad avere in anticipo i titoli dei temi ed è d'accordo con la commissione per l'orale, i due incappano in una sparatoria, e una pallottola vagante uccide il figlio.
Il mite ragioniere assorbe il lutto senza batter ciglio, mentre la moglie rimane in stato catatonico senza riuscire più a parlare e a camminare, rifiutandosi additttura di mangiare. Improvvisamente egli riconosce il criminale che sparò quel giorno, durante un confronto all'americana in questura, ma non lo dice ai poliziotti, perché medita la sua vendetta. La sua fase maniacale sarà vendicativa, senza timore attenderà per ore l'uomo sotto casa, con una scusa lo avvicinerà e lo tramortirà con un crick per auto, e poi lo traspoterà ancora vivo nella casa al fiume per tenerlo lì. E' come se sognasse di tenerlo lì in eterno, per sostituire il figlio che non c'è, addirittura ha moti di commozione alternati alla rabbia. Fa avantri e indietro (la aumentat mobilità delle fasi maniacali) con l'auto tra città e campagna, dove tiene il sequestrato. La moglie gli muore "di crepacuore" lentamente, e così il sequestrato. Da quel giorno, come suggerito da quel finale, il ragioniere diverrà una specie di "giustiziere" seriale, così come in altre tinte ne "Il giustiziere della notte" con C.Bronson.
Il secondo film è "Caterina va in città" di Paolo Virzì, in cui Sergio Castellitto interpreta un insegnante di liceo 45-enne, frustrato dal lavoro non appagante nella scuola, che riesce però a trasferirsi dalla provincia laziale nella natìa Roma, con famiglia al seguito. Dovrebbe essere una rinascita, e invece le cose non vanno come aveva sognato. Il problema è che il suo "sogno" lo scavalca, anziché fargli da spinta lo traina. L'insegnante dalla famiglia tranquilla sogna di diventare uno scrittore di romanzi in cui dà sfogo a fantasie erotiche, e crede che la grande Roma non possa non offrirgli occasioni, magari tramite le famiglie dei compagni di scuola di sua figlia, che ci tiene sia iscritta ad un liceo importante del Centro. Questi elementi di grandezza nella sua mente daranno grandezza anche a lui. Quando la figlia fa amicizia con figli di personaggi inseriti nel mondo della letteratura e della politica inizia ad esaltarsi, comincia ad avere comportameti disinibiti, e dà all'amica della figlia la bozza del suo romanzo perché la faccia leggere alla madre. Sogna ad occhi aperti (maniacalmente) che con questo timido e goffo gesto il suo talento esploderà, dal nulla. Un giorno va a prendere la figlia a casa dell'amica e qui dapprima si comporta in maniera confidenziale, sopra le righe, straparla per catturare l'approvazione e la simpatia dei "grandi" che dovrebbero "lanciarlo", poi visto che incontra diffidenze, senza rendersi conto di essere inopportuno e imbarazzante, si irrita e manda tutti al diavolo. Esce sbattendo la porta da dove nessuno lo aveva invitato. Le "manie di grandezza" sono divenute davvero tali, senza attendere gli eventi o lavorare sul da farsi. La cosa precipita quando l'insegnante accompagna la classe ad una puntata di un programma tv, dove lui prende il microfono e con la scusa del saluto tenta di parlare del suo romanzo ingiustamente ignorato da chi avrebbe dovuto impegnarsi per pubblicarlo. Eslode in una invettiva fuori luogo davanti a tutto il pubblico che lo guarda, e grida al complotto, alla mafia che impedisce a uno come lui che non conta niente, di trovare lo spazio meritato tra i "grandi". Anche lì, sbatte la porta e se ne va tra l'imbarazzo generale. Da qui in poi precipita in una depressione, addittura non va al lavoro, se ne sta seduto a guardare il muro, non si lava né si veste. Un tipico ciclo mania-depressione, covato a lungo e innescato da un evento (trasferirsi a Roma) che doveva cambiare la vita (secondo un'aspettativa tutta sognata) e non lo ha fatto.
"Il giocattolo" con Nino Manfredi. Il protagonista anche qui è un ragioniere 50-enne, dedito al lavoro oltre il dovuto, che si fa sfruttare da uno che considera amico, e che un tempo era il suo socio, ora a capo di un piccolo impero industriale. Quando la sua presenza non serve, viene prontamente scaricato con un contentino, mai promosso ad alti ranghi (perché non ha la struttura mentale di un dirigente), mai gratificato umanamente (perché chi è remissivo può essere dato per scontato). Tenuto insomma al guinzaglio, come gli rinfaccia la moglie, provocando reazioni subito morte lì. Un giorno rimane vittima di una rapina, e poi, dopo che vuol comprarsi una pistola per autodifesa, di un'altra rapina in cui gli rubano la pistola appena acquistata. Da qui le cose cambiano, perché in lui monta una paura crescente di trovarsi ancora in quella situazione (come un'ossessione), ma allo stesso tempo il gusto per farsi trovare pronto e quasi la voglia che gli capiti un giorno un'occasione per difendersi come si deve da un'altra aggressione. Lui, che un tempo correva qualche rischio e moriva di paura, adesso cavalca l'onda del rischio. Per caso, si trova in una sparatoria e uccide uno dei criminali, dice per difendere un amico, che era stato colpito, ma in realtà anziché fuggire o correre al sicuro (l'amico ormai è a terra e l'assassino in fuga) ha semplicemente colto l'occasione per prendersi la sua soddisfazione. La pistola diventa la sua ossessione, si esercita al poligono di tiro, ne compra diversi modelli, insomma diventa esperto. Esperto di armi come prima era esperto di orologi, la sua passione. Vive in un appartamento vuoto, senza amici, con una moglie fedele ma materna più che femminile, solo in un solaio dove lo circondano gli orologi, e adesso le pistole. Piano piano è coinvolto in una serie di vicende che lo travolgono: da una parte deve difendersi dagli amici del bandito ucciso che vogliono vendetta, dall'altra finisce in tv intervistato come una specie di eroe giustiziere, dall'altra flirta con la moglie del suo padrone e poi ha una relazione con la figlia adolescente di questo. La Mania chiama la Mania, chi diventa "espanso" e "euforico" sembra attirarsi gli eventi, ma quando gli eventi si accumulano non si riesce più a sceglierli, e a controllare le conseguenze. Perde il lavoro, va in galera per essersi difeso stavolta davvero da un agguato dei banditi, passa il tempo a casa a esercitarsi con la pistola, parlando a interlocutori immaginari. Più le cose vanno male, meno la realtà gli interessa, ormai è preso da una lotta che finirà male, ma in un certo senso lo fa sentire "grande". Il finale sarà tragico.
Propongo tre film in cui si trova descritto in maniera efficace il prototipo del disturbo bipolare tardivo.
Il primo è "Un borghese piccolo piccolo". Il protagonista è un ragioniere di un Ministero alle soglie della pensione, che vive in un modesto appartamento con moglie e figlio appena diplomatosi sulle sue orme. Gioca tutte le sue poche e piccole carte per "imbucare" il figlio al Ministero, per cedergli tutto quello che ha e poi andare finalmente in pensione sereno, magari trasferendosi a pescare in una casetta sul fiume. Abitudinario, servile, ma anche sarcastico nella consapevolezza che ciascuno deve sottomettersi per poter difendere il suo fazzoletto di territorio, il personaggio ha in sé un seme di bipolarismo. Quando è contrastato o ridicolizzato per la fiducia che ripone nei suoi "santi in paradiso" che lo aiuteranno, può sbottare in accessi di collera, tirare al muro il piatto degli spaghetti, inveire pesantemente contro la moglie. La cosiddetta "disforia da contrasto". Mentre accompagna il figlio alla prova scritta del concorso, ormai certo dell'esito perché è riuscito ad avere in anticipo i titoli dei temi ed è d'accordo con la commissione per l'orale, i due incappano in una sparatoria, e una pallottola vagante uccide il figlio.
Il mite ragioniere assorbe il lutto senza batter ciglio, mentre la moglie rimane in stato catatonico senza riuscire più a parlare e a camminare, rifiutandosi additttura di mangiare. Improvvisamente egli riconosce il criminale che sparò quel giorno, durante un confronto all'americana in questura, ma non lo dice ai poliziotti, perché medita la sua vendetta. La sua fase maniacale sarà vendicativa, senza timore attenderà per ore l'uomo sotto casa, con una scusa lo avvicinerà e lo tramortirà con un crick per auto, e poi lo traspoterà ancora vivo nella casa al fiume per tenerlo lì. E' come se sognasse di tenerlo lì in eterno, per sostituire il figlio che non c'è, addirittura ha moti di commozione alternati alla rabbia. Fa avantri e indietro (la aumentat mobilità delle fasi maniacali) con l'auto tra città e campagna, dove tiene il sequestrato. La moglie gli muore "di crepacuore" lentamente, e così il sequestrato. Da quel giorno, come suggerito da quel finale, il ragioniere diverrà una specie di "giustiziere" seriale, così come in altre tinte ne "Il giustiziere della notte" con C.Bronson.
Il secondo film è "Caterina va in città" di Paolo Virzì, in cui Sergio Castellitto interpreta un insegnante di liceo 45-enne, frustrato dal lavoro non appagante nella scuola, che riesce però a trasferirsi dalla provincia laziale nella natìa Roma, con famiglia al seguito. Dovrebbe essere una rinascita, e invece le cose non vanno come aveva sognato. Il problema è che il suo "sogno" lo scavalca, anziché fargli da spinta lo traina. L'insegnante dalla famiglia tranquilla sogna di diventare uno scrittore di romanzi in cui dà sfogo a fantasie erotiche, e crede che la grande Roma non possa non offrirgli occasioni, magari tramite le famiglie dei compagni di scuola di sua figlia, che ci tiene sia iscritta ad un liceo importante del Centro. Questi elementi di grandezza nella sua mente daranno grandezza anche a lui. Quando la figlia fa amicizia con figli di personaggi inseriti nel mondo della letteratura e della politica inizia ad esaltarsi, comincia ad avere comportameti disinibiti, e dà all'amica della figlia la bozza del suo romanzo perché la faccia leggere alla madre. Sogna ad occhi aperti (maniacalmente) che con questo timido e goffo gesto il suo talento esploderà, dal nulla. Un giorno va a prendere la figlia a casa dell'amica e qui dapprima si comporta in maniera confidenziale, sopra le righe, straparla per catturare l'approvazione e la simpatia dei "grandi" che dovrebbero "lanciarlo", poi visto che incontra diffidenze, senza rendersi conto di essere inopportuno e imbarazzante, si irrita e manda tutti al diavolo. Esce sbattendo la porta da dove nessuno lo aveva invitato. Le "manie di grandezza" sono divenute davvero tali, senza attendere gli eventi o lavorare sul da farsi. La cosa precipita quando l'insegnante accompagna la classe ad una puntata di un programma tv, dove lui prende il microfono e con la scusa del saluto tenta di parlare del suo romanzo ingiustamente ignorato da chi avrebbe dovuto impegnarsi per pubblicarlo. Eslode in una invettiva fuori luogo davanti a tutto il pubblico che lo guarda, e grida al complotto, alla mafia che impedisce a uno come lui che non conta niente, di trovare lo spazio meritato tra i "grandi". Anche lì, sbatte la porta e se ne va tra l'imbarazzo generale. Da qui in poi precipita in una depressione, addittura non va al lavoro, se ne sta seduto a guardare il muro, non si lava né si veste. Un tipico ciclo mania-depressione, covato a lungo e innescato da un evento (trasferirsi a Roma) che doveva cambiare la vita (secondo un'aspettativa tutta sognata) e non lo ha fatto.
"Il giocattolo" con Nino Manfredi. Il protagonista anche qui è un ragioniere 50-enne, dedito al lavoro oltre il dovuto, che si fa sfruttare da uno che considera amico, e che un tempo era il suo socio, ora a capo di un piccolo impero industriale. Quando la sua presenza non serve, viene prontamente scaricato con un contentino, mai promosso ad alti ranghi (perché non ha la struttura mentale di un dirigente), mai gratificato umanamente (perché chi è remissivo può essere dato per scontato). Tenuto insomma al guinzaglio, come gli rinfaccia la moglie, provocando reazioni subito morte lì. Un giorno rimane vittima di una rapina, e poi, dopo che vuol comprarsi una pistola per autodifesa, di un'altra rapina in cui gli rubano la pistola appena acquistata. Da qui le cose cambiano, perché in lui monta una paura crescente di trovarsi ancora in quella situazione (come un'ossessione), ma allo stesso tempo il gusto per farsi trovare pronto e quasi la voglia che gli capiti un giorno un'occasione per difendersi come si deve da un'altra aggressione. Lui, che un tempo correva qualche rischio e moriva di paura, adesso cavalca l'onda del rischio. Per caso, si trova in una sparatoria e uccide uno dei criminali, dice per difendere un amico, che era stato colpito, ma in realtà anziché fuggire o correre al sicuro (l'amico ormai è a terra e l'assassino in fuga) ha semplicemente colto l'occasione per prendersi la sua soddisfazione. La pistola diventa la sua ossessione, si esercita al poligono di tiro, ne compra diversi modelli, insomma diventa esperto. Esperto di armi come prima era esperto di orologi, la sua passione. Vive in un appartamento vuoto, senza amici, con una moglie fedele ma materna più che femminile, solo in un solaio dove lo circondano gli orologi, e adesso le pistole. Piano piano è coinvolto in una serie di vicende che lo travolgono: da una parte deve difendersi dagli amici del bandito ucciso che vogliono vendetta, dall'altra finisce in tv intervistato come una specie di eroe giustiziere, dall'altra flirta con la moglie del suo padrone e poi ha una relazione con la figlia adolescente di questo. La Mania chiama la Mania, chi diventa "espanso" e "euforico" sembra attirarsi gli eventi, ma quando gli eventi si accumulano non si riesce più a sceglierli, e a controllare le conseguenze. Perde il lavoro, va in galera per essersi difeso stavolta davvero da un agguato dei banditi, passa il tempo a casa a esercitarsi con la pistola, parlando a interlocutori immaginari. Più le cose vanno male, meno la realtà gli interessa, ormai è preso da una lotta che finirà male, ma in un certo senso lo fa sentire "grande". Il finale sarà tragico.