10 False idee sugli antidepressivi e le terapie psichiatriche in generale

Dr. Matteo PaciniData pubblicazione: 09 aprile 2015

Tutti “luoghi comuni” o gli errori concettuali di seguito elencati dipendono fondamentalmente da un errore di impostazione. La mente, e quindi pensieri, comportamenti e umori sono espressione dell'attività del cervello, e ovviamente per esteso di tutto il corpo, ma con “centralina” collocata nel cervello.

Quando invece si ragiona di mente, e di comportamenti, il cervello è il “grande assente”, cioè anche chi si cura con medicine ragiona come se non fosse chiaro che queste agiscono sul cervello, e che dal cervello hanno origine i sintomi, e i disturbi, e il loro decorso.

Quando si ragiona sul proprio cervello è come se da una parte non si considerasse il cervello come fonte sostanziale delle manifestazioni mentali, e dall'altra si ipotizzasse invece di avere un cervello “spirituale” che si può attivare in maniera non chiara e che può comandare da sopra il cervello malato, facendolo smuovere, guarire, non ammalare etc.

 

  1. Le medicine curano il sintomo, ma è illusorio, non risolvono il problema alla radice. Per far questo ci sono le psicoterapie. Medicine e tecniche psicologiche sono strumenti che mirano agli stessi obiettivi, con modalità diverse, ma soprattutto è bene sapere a che cosa sono adatte e cosa possono fare, disturbo per disturbo, non “in generale” e soprattutto non come se fossero “mondi” diversi. E' falso sia che i medicinali non curino alla radice, sia che le psicoterapie per definizione curino alla radice. Ci sono cure superficiali e profonde di ciascun tipo, e la profondità non dipende dal metodo, ma da ciò che si influenza. Se vogliamo proprio fare un discorso di profondità, in superficie ci stanno le interazioni ambientali, sotto ci stanno le strutture cerebrali, comprese le modifiche che fattori ambientali hanno apportato stabilmente (epigenetica), ammesso che si conoscano, e ancora più in profondità l'assetto genetico di partenza. I medicinali arrivano ad influenzare il primo e il secondo livello, con effetto quindi curativo, ma non l'ultimo.
     

  1. Le medicine possono farci poco quando il malessere deriva da avvenimenti o esperienze negative. Per lo stesso ragionamento di cui sopra, quest'idea è sbagliata. I medicinali influenzano un livello di funzionamento e plasticità del cervello che è comune sia alle malattie “genetiche” o comunque fondate su una vulnerabilità di partenza, sia a malattie che si sviluppano per l'intervento di fattori esterni. Non vi è quindi alcuna differenza sostanziale in questo. Inoltre, il nesso di causalità non è quasi mai importante per le diagnosi, ovvero per prevedere come si svolgerà e come evolverà una malattia conta relativamente poco il fatto che sia iniziata “dopo” o “durante” un determinato periodo della vita, mentre è più importante sapere come si manifesta, con quali sintomi e con quale andamento.
     

  2. Le medicine non posso mica cambiare il pensiero. Questo è un tipico esempio di come il cervello non sia preso in considerazione. Le medicine che agiscono sul cervello evidentemente modificano le sue funzioni, e il pensiero ad esempio con le sue forme e i suoi contenuti è una funzione mentale. Perché mai quindi medicinali per la psiche non dovrebbero tramite il cervello agire sul pensiero?

     

  3. Le medicine cambiano la personalità. Per alcune persone questo è un timore generico di perdere il controllo della propria mente, come se i medicinali cambiassero i connotati mentali in maniera che poi la persona non si riconosce più, non è più presente a se stessa etc. Questo è un timore tipicamente ossessivo, non riguarda in realtà un pensiero specifico sui medicinali, ma su tutto quello che non si pensa controllabile, o alla paura che un effetto chimico possa non essere più reversibile. Per altre persone invece c'è proprio l'idea che, per ottenere l'effetto desiderato, i medicinali però agiscano in maniera da appiattire tutto. In questo caso l'idea forse deriva da cattive letture, o da equivoci sul tipo di medicinale e soprattutto sulla malattia per cui si assumono. E' uno dei casi in cui il termine “psicofarmaci” crea più confusione che altro, perché evidentemente quando si ragiona sugli effetti dei medicinali non lo si può fare senza specificare quale molecola, su che problema, e a partire da quale situazione.
     

  4. Gli psicofarmaci danno dipendenza, o ancora peggio “creano” dipendenza. Queste due idee sono molto diffuse, tanto che alcuni le ritengono cosa nota e assodata. La cosa potrebbe anche avere un senso se fosse riferita se mai ad alcuni tranquillanti: in realtà il discorso non è quasi mai riferito a questi, ma in generale al concetto (inesistente) di “psicofarmaco”. Se non si pensa che esista un cervello che si ammala, succede che chi si cura, magari a lungo, magari per tutta la vita, perché soffre di una malattia che altrimenti ritorna sempre fuori, comincia a pensare di essere sotto ricatto delle medicine. Se non le prende si riammala, se le prende sta bene, quindi la malattia è “colpa” delle medicine. Questo pensiero paradossale deriva proprio dal rifiuto istintivo di pensare che davvero tutta la complessità di pensieri, affetti e comportamenti possa derivare da quella cosa che sta dentro il cranio, il cervello. Purtroppo spesso a questo pensiero capovolto segue un comportamento del tipo: se smetto con convinzione le medicine, mi libero dalla malattia, scelta che è all'origine di molte ricadute, e spesso fa aggravare la malattia con il malato che cerca di farcela “da solo” o è pronto a tutto ma non a riprendere le medicine, perché anche se sta male ritiene di aver fatto un grosso passo a sospendere le cure.

    Un doppio equivoco si ha quando le persone si curano per una dipendenza da sostanze o alcol, ovvero il dire che se si prendono farmaci si passa da una dipendenza ad un'altra, come se il prendere una sostanza fosse la “dipendenza”, e la differenza non stesse proprio tra intossicarsi con una sostanza senza averne il controllo e star bene e in equilibrio assumendo una sostanza. Anche qui il cervello non è il metro di giudizio, ma “assumere qualcosa”, per cui il problema non è misura su come si sta, ma sul fatto che si assume una sostanza chimica.
     

  5. Esistono studi che fanno vedere che gli antidepressivi in realtà sono placebo. Questo tipo di affermazione prende uno o due studi relativi a un tipo specifico di farmaco su un tipo specifico di situazione, e la estende a qualsiasi cosa. Si ignora che quando un medicinale è messo in commercio prima si fanno diverse prove, e su molte persone, e che comunque quando poi il farmaco è sul mercato negli anni successivi c'è tutto il modo e il tempo di rendersi conto se, anche supponendo che i dati non siano veri, il medicinale funziona o meno. E' paradossale come ogni dato a sfavore dell'efficacia di un antidepressivo sia sbandierato come una prova che “gli psicofarmaci sono una truffa”, mentre invece si vedano di buon occhio una miriade di prodotti in libera vendita con indicazioni vaghe e indefinite tipo “è utile”, “aiuta”, “può agevolare” in riferimento a generiche condizioni di ansia, stress, malessere, debolezza, etc.
     

  6. Gli antidepressivi non si sa neanche come agiscono, gli studi lo dimostrano, quindi sono una truffa. Anche questa “rivelazione” di chi pratica le ricerche scientifiche online è un equivoco. Innanzitutto si riferisce una molecola ad una determinata dose, e poi questo non inficia minimamente la dimostrazione di efficacia: si può non sapere perché qualcosa funziona, ma sapere che funziona. Può sembrare strano, ma sono due cose diverse: il meccanismo di funzionamento, quando non si può esaminare in tempo reale e in condizioni naturali il fenomeno, è sempre dubbio. Invece sapere se ad uno stimolo (il farmaco) corrisponde un effetto (lo star meglio) richiede un esame su un campione di persone, che non richiede neanche un'ipotesi. Molte scoperte delle medicine sono infatti avvenute per caso, mentre si cercava tutt'altro, soltanto perché ci si è accorti che chi assumeva un farmaco aveva degli effetti benefici di altro tipo.
     

  7. Non tollero i farmaci. Detta così' quest'affermazione ha poco senso, perché i meccanismi dei medicinali sono talmente diversi tra di loro che non esiste un terreno comune di non-tolleranza. E' quindi probabile che il problema sia relativo o allo stato di chi li assume, che è molto sensibile inizialmente ad alcune classi di farmaci, o si agita all'idea di avere degli effetti collaterali per il timore di perdere il controllo del proprio corpo o del cervello. Oppure, in realtà la persona non tollera un tipo di medicinali, ma questo non significa che non ve ne siano altri disponibili che hanno meccanismi diversi. Il non-tollerare inoltre non corrisponde ad un iniziale peggioramento, fenomeno che invece è frequente prima che compaia la risposta terapeutica (di solito con gli antidepressivi in 1 mese).
     

  8. Le medicine esattamente cosa dovrebbero farmi? Questa domanda, innocua di per sé, la cito solo perché è un esempio di come non si pensi al cervello come parte in causa. La persona riferisce tutti i suoi sintomi, nel dettaglio, e alla fine si chiede a cosa serva esattamente il farmaco. La risposta, apparentemente ovvia (“serve a mandar via i sintomi che ha”) non è scontata solo perché la persona, mentre descrive i propri sintomi, li vede come espressione della propria mente, mentre i farmaci agiscono sul cervello, e quale sia il legame tra le due cose gli è oscuro.
     

  9. Ma sto bene per la cura o perché magari ho imparato a reagire? Questo è un po' il pensiero speculare “dopo la cura”. Il miglioramento è forse merito della cura, ma la persona è portata come prima ipotesi a pensare che si sia attivato il fantomatico “cervello di riserva” che per motivi oscuri prima non funzionava, e che una altrettanto fantomatica forza di volontà o voglia di reagire sia intervenuta ad accenderlo, cosicché il farmaco magari ha “aiutato” ma fondamentalmente c'è stato un effetto “psicologico” che si è svolto ad un altro livello.

 

Tutto questo quindi per arrivare a ricordare che di cervello stiamo parlando. Non sussiste la questione che non siamo solo cervello ma anche ambiente, storia personale e quant'altro, visto che la nostra storia personale, l'ambiente passano attraverso il cervello, e anzi a volte variano col cervello, più che il contrario. Il nostro funzionamento influenza il modo in cui cerchiamo e svolgiamo le nostre interazioni, per cui un “trauma” ad esempio può dipendere sia da ciò che ci ha offeso, sia da come eravamo predisposti verso l'offesa ricevuta.

Questa cecità nel considerare il cervello come organo, e la mente come sua espressione, è motivo di una serie di equivoci che vanno da queste frasi o luoghi comuni, a volte anche simpatici e che sono poi motivo di discussione e spiegazione; fino a vere e proprie polemiche che vedono nella psichiatria una deriva “organicistica”.

Su tutto è possibile esagerare tranne che sul fatto che la psichiatria si occupa dei cervelli, e se si occupa dei rapporti, delle esperienze, delle dinamiche sociali, si occupa lo stesso di cervelli, studiando altri punti di vista e altri tipi di manifestazioni.

 

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

10 commenti

#1
Ex utente
Ex utente

ottimo dottore,questo e' un pro memoria che molte persone dovrebbero leggere per bene,sopratutto molti medici che continuano a credere che la depressione non sia una malattia solo perche' non la si diagnostica da un rx o da un prelievo ematico.
ci sono molti pregiudizi purtroppo,anche nella classe medica.quante volte ho sentito dire da un medico non specializzato in pschiatria" gli antidepressivi fanno male creano dipendenza ecc ec oppure medici specializzati in altre discipline che mi sconsigliano di andare dallo psichiatra per i suddetti motivi.

sono andato ultimamente da un urologo il quale mi dice che per non meglio precisati motivi non dovevo andare dallo psichiatra

io STUFO gli ho risposto che il mio medico curante aveva prescritto sulla ricetta rossa V.UROLOGIA diagnosi prostatite,avevo pagato il ticket di 41 euro per UNA VISITA UROLOGICA e volevo una consulenza di pertinenza urologica.Se era del parere che non dovessi andare da uno psichiatra,si sarebbe dovuto prima specializzare in psichiatria e poi mi dava tutte le consulenze del mondo.gli ho proprio detto: "lei e' un urologo e faccia l'urologo,se lei mi sconsiglia l'uso degli antidepressivi per motivi di carattere urologico e' un conto,se mi deve fare un sermone senza senso in generale contro gli psichiatri,allora vado alla cassa ticket e chiedo il rimborso,perche' ho chiesto un urologo,lo psichiatra gia ce l'ho"

#2
Utente 307XXX
Utente 307XXX

Ma la suddivisione specialistica fra neurologia e psichiatria a cosa serve dunque? la ragione umana non merita dunque di essere trattata per quello che realmente é ovvero un' eccezione alla regola dell'incoscienza animale? É dunque ridurre tale fenomeno a un gruppo di neurotrasmettitori non risulta riduzionistico? Non fraintendetemi non credo a nulla di spirituale e parascientifico...ma razionalmente non riesco a concepire la psiche come concepisco il mio fegato.

#3
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

La suddivisione è per aree cliniche, ed è vero che si occupano di due parti diverse, in termini di circuiti e non di trasmettitori, quindi di anatomia funzionale. Spesso le stesse parti cliniche hanno pezzi in comune, così come sintomi che ci sono in malattie "neurologiche" e "psichiatriche". Il concetto però è quello: siamo il nostro fegato così come il cervello, ovvio che il concetto di persona è più vicino al cervello come sede, anche se l'organismo alla fine è un tutto. Non esiste però un fantomatico livello "altro" dal cervello che renda ragione della psiche, che comunque sarebbe nel caso un'altra parte di corpo. Chi ha teorizzato questo non ha mai definito né dove né cosa, i termini non biologici delle teorie della mente sono tutt'ora indefiniti, e non esiste ricerca in merito proprio perché i termini e le misure non sono state mai definite. Esempio: l'inconscio in termini cerebrali esiste, nel senso che alcune aree di cervello si esprimono non a livello mentale, ma lavorano in maniera "muta", o non cosciente. A volte si esprimono nei comportamenti, altre in niente di "mentale" in senso lato, cosciente o automatico che sia. L'inconscio come livello di vita intrapsichica, fuori dal cervello, non corrisponde a niente, è appunto solo il risultato del fatto di non tener conto del cervello come sede e provenienza della mente.
Se non è nel cervello, sarà da qualche altra parte, è questo il ragionamento, ma non sussiste. Anche per quanto riguarda gli animali, la coscienza è un fatto di comunicazione. Non saprò mai cosa pensa di sé un essere di cui non consoco il linguaggio. Né posso stabilire che gli animali non abbiano coscienza di sé.

#4
Utente 312XXX
Utente 312XXX

grazie dell'articolo dottore. molto interessante. Psicoterapia e farmaci vanno a braccetto, nella cura della malattia. Almeno per esperienza personale. Sbaglio? Poi una domanda. E' possibile che togliendo i farmaci si vadano a creare quelle condizioni, in base alla nostra struttura mentale, per cui si ripresenti il problema? Questo significa che uno debba prendersi i farmaci a vita? Me lo chiedo spesso.

#5
Utente 307XXX
Utente 307XXX

mi permetto di dissentire sull' ultima parte. il linguaggio è una prerogativa della mente umana. Al massimo gli scimpanzè riescono a scambiarsi qualche "segnale" ma senza riuscire ad avere la capacità di articolare una comunicazione complessa. Per quanto riguarda l'autocoscienza soltanto delfini e scimpanzè si riconoscono allo specchio mostrando qualche forma di autocoscienza. ma il suo punto di vista e il mio aprono una prospettiva che comunque si ricollega al discorso di prima. Noi uomini studiamo noi stessi attraverso la psiche, anzi studiamo anche gli altri organismi e cerchiamo di decidere se parlano o no . Siamo un eccezione alla regola. Ordunque uno studioso della psiche e dei suoi disordini, cercando di generalizzare la singolarità della coscienza a semplice funzione cerebrale assodata, non corre dunque il pericolo di minimizzare una cosa che centinaia di anni di filosofia non sono riusciti a ben definire (l'uomo)?

#6
Utente 436XXX
Utente 436XXX

Sono uno studente di medicina, aspirante psichiatra, e mi trovo perfettamente d'accordo con il dottor Pacini, punto per punto. Ma come è possibile che, anche nell'ambito universitario, si tenda a non considerare il cervello come substrato dal quale emergono gli eventi mentali? Il mio professore, rispondendo ad una domanda sull'importanza della biologia nei disturbi psichiatrici, disse esplicitamente "la biologia conta 0".
Secondo lei, dottor Pacini, non sarebbe più corretto smettere di parlare di "malattie mentali"? E' il cervello che si ammala, ed il cervello è fisico, tangibile.

#7
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Salve. Infatti una delle ragioni per cui scrivo questo tipo di articoli è anche la necessità di contrastare una cecità culturale alla biologia psichiatrica. Se la biologia "conta zero"....allora non saremmo qui a parlarne. Quando si parla di biologia sembra di parlare della differenza tra come è fatta una casa, e come vive la famiglia dentro le sue mura. La casa è il cervello, la famiglia la psiche. E invece non è così, la psiche che vive "di vita propria" è un fantasma, magari simpaticissimo e pieno di suggestioni, ma è un fantasma.
Il mio professore dell'epoca esordì alla prima lezione con una diapositiva in cui era scritto "il cervello è l'organo della mente". Una ovvietà, non una posizione ideologica o una scuola di pensiero. Una ovvietà che però è sempre al centro di inutili discussioni.
C'è chi ritiene che la biologia "conti zero" perché comunque, "sopra" i neuroni, ci sono interazioni sociali, psicologiche interpersonali e un piano individuale che potrebbe chiamarsi spirito, anima, psiche ma con un comun denominatore, e cioè che si svolge al di là del cervello. Risente del cervello, per cui ci sono le sindromi organiche, non esiste senza il cervello, ma vive oltre il cervello. Semplicemente, non ha senso una tale definizione, non esprime alcun concetto, non indica alcunché. L'uomo psicologico ha le sue profondità nella biologia, così come l'uomo sociale. Quel che si indica come "profondità" è qualcosa che non esprime un senso umano, semplicemente è un substrato che spiega il cosa e il come si svolgono i fenomeni a un livello sempre meno pregno di significati, e sempre più simile alla scheda di un pc. Poi, andando in superficie, emergono i significati, prima quelli semplici, poi quelli complessi, la storia, la memoria, i condizionamenti sociali, e così via. Ma questa è la superficie, la semeiotica psichiatrica, importante da conoscere, ma non è la profondità. Quando si dice che i perché stanno nel profondo, è un errore concettuale grossolano. I perché stanno in superficie, nel profondo non ci sono perché, né categorie morali, c'è una struttura che opera secondo suoi meccanismi, e che è condizionata da influenze di vario tipo, anche sociali. Ma non ha un significato sociale. Quello è una descrizione degli effetti del cervello, o degli effetti sul cervello.
Dire che la biologia conta 0 è come dire è come ragionare sulla viabilità stradale dicendo che la piantina conta 0, e che il traffico ha sue regole metafisiche.

#8
Utente 436XXX
Utente 436XXX

La ringrazio per il suo intervento, come al solito preciso e chiaro. La metafora della casa in effetti calza perfettamente. Io sono solo uno studente, motivo per cui non mi metterei mai a dibattere su argomenti del genere, ma si continua a fare tanta confusione, soprattutto in ambito universitario. Volendo fare psichiatria, e constatando che si continua a parlare di mente come qualcosa di avulso rispetto al cervello, mi sono visto costretto ad informarmi per conto mio, leggendo testi di autori con un approccio differente (quali Pankseep, Sapolsky), ma senza mai un supporto didattico-universitario all'altezza. Spero che continui a scrivere articoli del genere, sono davvero illuminanti.

Cordiali saluti

#9
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Intere branche della storia della psichiatria sono basate su testi puramente teorici, senza uno studio in bibliografia. Alcune scuole di pensiero rifiutano a priori che qualcosa sia ridotto a parametri, che si possano produrre studi a conferma o confutazione. Si procede per case-report, deduttivi. Il caso di Gino, il caso di Anna, il caso di Pinco.... E soprattutto si procede con la dispersione dei fattori: tutto conta, niente è essenziale. E' tutto integrato, niente di per sé è sufficiente. E gli stessi sistemi classificativi sono un compromesso, se pensa che l'asse della personalità non è altro che un livello descrittivo diverso, e di complessità semeiologica, e non una semeiotica di cose diverse. Il disturbo bipolare, per esempio, si può descrivere in asse I o in asse II, sempre biologia è, stessi sintomi nucleari, con livello di descrizione più articolato in termini di significati interpersonali, sociali etc. Invece, si stabilisce che la personalità deve essere curata senza farmaci, e il disturbo con i farmaci: non vi è motivo. Dai pochi studi le personalità rispondono agli stessi farmaci dei disturbi corrispondenti.

#10
Utente 431XXX
Utente 431XXX

Mi è davvero piaciuto questo articolo, complimenti Dott Pacini! Anche prima di ammalarmi di depressione pensavo ciò che lei ha scritto, naturalmente in modo più profano....Ma ho sempre pensato che la depressione fosse una malattia come le altre e che la psichiatria fosse indispensabile per curarsi. Non immagina quante discussioni ho avuto con tante persone che sostengono che questa malattia in realtà non esiste e che basta farsi forza e metterci la volontà per farla passare. .....Io a rispondere che non si può perché è proprio la volontà che viene azzerata nella depressione, eppure quante persone continuano a s ottovalutarla......Secondo me quel che è ancora più preoccupante è che anche molti malati non si fidano di psichiatri e farmaci e così vivono costantemente questo inferno .Gli effetti collaterali iniziali e il peggioramento sono molto brutti e sconfortanti, anch'io e volte ho pensato di smettere i farmaci perché non ne potevo più della nausea,dell'ansia centuplicata rispetto a prima di iniziare le cure e di tutti gli altri effetti sgraditi. Ma poi pensavo : " l'inferno non è questo, l'inferno è non curarsi e non vivere più ma limitarsi a vegetare...".. Se qualcuno si sta curando e pensa di smettere perché all'inizio non vede miglioramenti ,anzi peggiora mi permetto di esprimere il mio pensiero : BISOGNA STARE PEGGIO PER POI POTER STARE MEGLIO !! Ve lo dice una semplice donna comune che ha dovuto cambiare 3 terapie e si è sorbita gli effetti collaterali tutte le volte.....Non mollate, la cura giusta esiste, ci vuole pazienza e coraggio ma una via d'uscita c'è. ....

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