Equilibrio psichico ed equilibrio in amore: vanno di pari passo?

Dr. Giuseppe SantonocitoData pubblicazione: 24 giugno 2013

Ecco alcune tipologie di consulto che giungono in psicologia a Medicitalia:

1) «Il mio ragazzo mi ha lasciata e non riesco più a vivere. Premetto che soffro di gelosia, panico, ossessioni, disturbi dell’umore ecc. Come potrei fare per riconquistarlo?»

2) «Anche stavolta mi è successa la stessa cosa: una storia d’amore inizia bene e poi finisce male, nel solito modo! Sarà possibile che trovo solo uomini fatti così?»

3) «La mia ragazza continua a civettare (o a uscire) con altri ragazzi e ciò mi fa soffrire. Però è una ragazza fantastica. Dove sto sbagliando? Datemi un consiglio perché possa piacerle di più e far sì che esca soltanto con me.»

4) «Il mio fidanzato proprio non vuole capire. Mi dà fastidio che esca con i suoi amici senza invitarmi. Però, più glielo ripeto e più lo sento distante e lontano. Perché fa così?»

5) «Il mio fidanzato è un narcisista incallito, sta con me solo per soddisfare un bisogno di vanità. Per favore datemi un consiglio per farlo cambiare.»

6) «Il mio ragazzo dovrebbe amarmi. Invece dice di stare con me solo come “frequentazione”, non mi considera la sua fidanzata. Aiutatemi a convincerlo del contrario.»

7) «La mia ragazza mi ha lasciato e si è ricoverata a causa di una brutta depressione. Mi ha detto che vuole prendersi cura per prima cosa di se stessa. Ma io l’amo, non posso farmene una ragione.»

8) «La mia ragazza si comporta in un certo modo, che non capisco. Perché?»

E via dicendo. Si tratta di richieste realmente pervenuteci, anche se possono far sorridere. Certo, perché i problemi sentimentali fanno sempre sorridere, finché riguardano gli altri.

Richieste come queste sono basate su alcuni presupposti, espliciti o meno. Vediamoli.

1) L’amore è più forte di ogni cosa e può curare tutto. Se a me non è successo, dev’essere perché non ho saputo amare nel modo giusto.

2) Non importa se uno o entrambi abbiamo problemi psicologici, magari importanti. Imparando a venirci incontro, formeremo una coppia sana.

3) Lo psicologo è un professionista della mente, quindi certamente saprà leggere nella mia, attraverso le spiegazioni che darò nel consulto, e anche in quella del mio fidanzato/a, anche se non è lui/lei a scrivere.

4) Lo psicologo è un professionista della mente, quindi vorrei un consiglio che mi permettesse di far cambiare il mio fidanzato/a, in modo da renderlo più compatibile a me.

A ben guardare, però, possiamo dire che questi presupposti poggiano a loro volta su due soli presupposti, a essi comuni. Semplifichiamo quindi l’analisi ed esaminiamo più in dettaglio solo questi due assunti essenziali, che sembrano essere dati per scontati da molti nostri utenti. Partiamo dal primo.

Presupposto di base n. 1: è possibile avere relazioni sentimentali equilibrate e durature anche quando manca l’equilibrio psichico in una o ambedue le parti.

Purtroppo non è così. Escludendo le coppie con partner morbosamente coinvolti, al punto che i loro squilibri si compensano producendo un nuovo equilibrio, sempre disfunzionale, ma molto stabile, il caso più frequente è che i problemi personali ostacolano e rendono difficile o impossibile la vita di relazione.

Persino per lo psicologo può essere una prova reggere il carico emotivo di alcuni dei pazienti che si trova di fronte. Figuriamoci per chi non ha scelto di fare questo mestiere, ma cercava solo una relazione sentimentale e un po’ di felicità.

Per inciso, i parenti e gli amici degli psicologi a volte si sentono liberi di lasciarsi andare a eccessi e intemperanze, perché “tu sei lo psicologo, quindi devi avere pazienza almeno tu e capirmi”. Della serie: c’è chi il lavoro se lo porta a casa, e chi invece è inseguito a casa dal lavoro.

La coppia è un continuo costruire, un continuo applicarsi insieme per creare una zona sicura, vivace e vitale, ma tranquilla. Quando però c’è una sofferenza psichica, può essere difficile mantenere tale zona scevra da contaminazioni.

Ecco perché è difficile che una coppia duri, quando uno dei due ha problemi personali. All’inizio possono esserci passione e attrazione, ma presto o tardi il più sereno fra i due cesserà di essere disposto a sopportare il carico emotivo, e metterà fine alla relazione. Oppure, potrà essere quello meno sereno ad allontanarsi: o perché non riesce a coinvolgere l’altro nel proprio disagio, e a renderlo così compatibile e complementare a sé, o perché la sofferenza è tale da far passare in secondo piano il sentimento.

Per questi motivi, quando un utente si rivolge a noi chiedendo il magico consiglio per recuperare l’amore perduto, e quando sembra che l’utente in questione sia portatore di problemi personali, uno dei suggerimenti che diamo più spesso è: investa prima su se stesso. Cambi, si faccia curare, diventi meno oppressivo, meno geloso, meno assolutista, meno ansioso, meno facile alla rimuginazione. A quel punto l’altro potrebbe (potrebbe) ripensarci. Non è detto che lo farà, perché l’amore non si può far sbocciare o rinascere a comando, ma se non altro la prossima volta si sarà più sereni e si avranno così maggiori probabilità di una relazione tranquilla e duratura.

Oltretutto criticare e disapprovare continuamente l’altro espone a un paradosso, riassumibile nella domanda: se lui/lei è così incompatibile con te, e ti fa così soffrire, come mai continui a starci?

Presupposto di base n. 2: online è possibile curare i problemi personali e relazionali, addirittura in terza persona.

Sarebbe bello se fosse vero. Sono stati fatti diversi studi per saggiare la possibilità di curare ansia e depressione a distanza con mezzi telematici, ma i risultati, seppur in alcuni casi incoraggianti, non sono ancora riusciti a sovvertire un principio basilare: la psicoterapia si basa sulla relazione terapeutica e ogni relazione interpersonale funziona meglio quando si è l’uno di fronte all’altro. Possono essere fatte, occasionalmente, sedute a distanza, ma solo all’interno di un rapporto terapeutico in cui la persona è già conosciuta ed è stata già vista dal terapeuta.

Non parliamo poi di quando il problema è presentato in terza persona. Già è problematico intervenire a distanza, figuriamoci su una persona il cui comportamento viene raccontato per via indiretta.

C’è poi un’altra complicazione, in Italia, di ordine regolamentare.

L’Italia è uno dei pochissimi paesi - se non addirittura l’unico - ad avere una legge specifica che regola l’esercizio della psicoterapia, e per giunta in modo rigido, a vantaggio dell’utente. La legge è stata inevitabilmente fatta propria dalla deontologia professionale attraverso gli Ordini e quindi, al momento, non è ammesso prendere in carico un paziente per una psicoterapia totalmente online.

Esistono a dire il vero delle differenze d'interpretazione fra i vari Ordini locali. Finora l’Ordine del Lazio è stato uno dei più restrittivi in materia, mentre l’Ordine Nazionale, paradossalmente, sembrava più possibilista. Per giungere a una uniformità di regolamenti estesa a tutto il Paese, che tenga conto dell’enorme diffusione che stanno avendo i mezzi telematici, proprio in questi giorni è in corso un referendum che porterà, speriamo, a una situazione più chiara e definita.

In ogni caso chiediamoci questo: supponiamo che su 100 psicoterapie reali, faccia a faccia, 80 abbiano successo. Supponiamo inoltre, volendo essere di manica larga, che su 100 psicoterapie condotte interamente online 70 riescano a risolvere il problema portato dall’utente. A parità di tutto il resto (terapeuta, durata, costi, disponibilità ecc.) perché si dovrebbero limitare consapevolmente le possibilità di riuscita? Se una terapia funziona meglio dal vivo, che senso ha volerne fare una in forma più ristretta?

Quel che ci va, ci vuole, come dice un proverbio fiorentino.

Autore

giuseppesantonocito
Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 2005 presso Università di Firenze.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Toscana tesserino n° 4612.

33 commenti

#3
Utente 163XXX
Utente 163XXX

Gent.le dott. Santonocito,
ho trovato questo articolo molto interessante ma al tempo stesso mi ha anche preoccupato. Sono fidanzata da 5 anni con un ragazzo che soffre di depressione e che è in cura da uno psichiatra da diversi anni (lo era già prima che ci conoscessimo). Io stessa ammetto (o meglio, cerco di ammettere) a me stessa che non sono stabile dal punto di vista dell'umore, i punti che cita nell'articolo https://www.medicitalia.it/blog/psicologia/2109-ansia-depressione-problemi-sessuali-relazionali-c-posso-farcela-da-solo.html mi riguardano tutti. Nonostante nel primo periodo di relazione ci siano stati problemi tra me e lui, dovuti principalmente al fatto che mi sentivo totalmente inutile e inadeguata nel gestire la sua patologia e che non mi potevo rassegnare al fatto che il mio amore per lui non bastasse a "salvarlo", ora abbiamo un nostro equilibrio. Devo pensare che sia un equilibrio precario, di facciata, che comunque non durerà? Insomma, due persone depresse non possono stare insieme e costruire una famiglia? Un depresso deve restare solo per sempre perché nessuno tranne il suo psicoterapeuta è in grado di "capirlo" e "gestirlo"? La mia non vuole assolutamente essere una polemica ma solo una richiesta di chiarimenti. Grazie.

#4
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> ora abbiamo un nostro equilibrio. Devo pensare che sia un equilibrio precario, di facciata, che comunque non durerà?
>>>

Un fatto, in natura, è che equilibri esistono ovunque, senza bisogno di essere etichettati. Ci sono e basta. Un albero storto o un ciclone, ad esempio, sono sistemi che hanno un loro equilibrio. È la soggettività dell'essere umano, ciò che egli sente, a fargli emettere un giudizio di equilibrio sano o malato. Ciò vale anche per individui e coppie.

Ogni coppia, così come ogni individuo, per sopravvivere deve basarsi su un certo equilibrio che può avere delle componenti di disfunzionalità oppure essere totalmente disfunzionale. Ciò non significa che non possa o non debba esistere. Anzi, può resistere e andare avanti giorno per giorno, finché il livello di sofferenza non raggiunge un punto tale che l'individuo, o la coppia, decide di romperlo e far qualcosa: cercando un terapeuta, allontanandosi dalla relazione oppure cambiare, per adattarsi a essa. Oppure tale punto di rottura può non arrivare mai.

Questo in generale. Nel vostro caso specifico non posso sapere come stanno le cose o, a maggior ragione, come andranno in futuro, dato che non vi conosco.

Tuttavia due elementi richiamano la mia attenzione nel suo racconto.

Il primo è che riconosce di trovarsi in tutti i punti del mio articolo:

https://www.medicitalia.it/blog/psicologia/2109-ansia-depressione-problemi-sessuali-relazionali-c-posso-farcela-da-solo.html

Il che mi fa pensare che lei debba essere una persona ansiosa, tendente al controllo. La convinzione originale che il suo amore dovesse essere sufficiente a guarire il suo ragazzo e la difficoltà ad ammettere di avere problemi nella regolazione del suo umore potrebbero essere esempi in tal senso.

Il secondo punto è che il ragazzo sarebbe ormai in cura da 5 anni:

>>> Un depresso deve restare solo per sempre perché nessuno tranne il suo psicoterapeuta è in grado di "capirlo" e "gestirlo"?
>>>

Quest'interrogativo sembra dare per scontato che per il suo ragazzo potrebbe esistere una sola persona in grado di capirlo/gestirlo: il suo psicoterapeuta (o psichiatra, non ho capito bene). Ma questo significherebbe già inquadrarlo come malato cronico, cosa che potrebbe essere vera, ma che andrebbe confermata, secondo me, facendosi prima dare punti di vista e pareri clinici diversi.
Altrimenti si perderebbe di vista la funzione principale di ogni terapeuta: far sì che i suoi pazienti non abbiano più bisogno di lui. A volte non è possibile, ma bisogna essere sicuri che le cose stiano davvero così.

Quindi secondo me tale punto andrebbe chiarito meglio, sentendo altre campane.

>>> due persone depresse non possono stare insieme e costruire una famiglia?
>>>

Non è che non possono, anche perché di fatto succede continuamente.

Il punto è che dare ciò per scontato è di per sé una posizione depressiva, di accontentamento, "alla meno", come dicono in Toscana. Del tipo: stiamo insieme perché non possiamo sperare niente di meglio. Ma tale atteggiamento bada ai bisogni di individui e coppia e non, per esempio, a quelle di eventuali figli.

Cercare di non essere una coppia di depressi è un dovere soprattutto nei confronti dei figli che potreste avere e che, in quanto bambini, assorbirebbero ogni milligrammo delle vostre ansie e del vostro cattivo umore. Avviandosi probabilmente a crescere loro stessi come adulti poco funzionali.

Insomma, sarebbe come sapere di avere una malattia trasmissibile e procreare comunque. Non c'è una legge che lo vieta (a quanto mi risulta) ma è chiaro che la responsabilità di eventuali conseguenze ricadrebbe sui genitori.

Neanche la mia è una polemica, badi bene, solo la constatazione di ciò che, purtroppo, vediamo accadere ogni giorno. Fare i genitori è un mestiere difficilissimo dove si sbaglia anche da sani, si figuri quando si hanno questioni aperte con se stessi..

#5
Utente 163XXX
Utente 163XXX

La ringrazio per la risposta. Specifico alcuni punti: il mio ragazzo è in cura (anche con farmaci) da ben più di 5 anni, almeno 8. Sempre dallo stesso medico, che è psichiatra e psicoterapeuta. Probabilmente è quello che lei definisce un malato cronico. Quando ho espresso le mie perplessità sul fatto che, dal mio punto di vista di persona quasi totalmente ignorante in materia, forse sarebbe necessario sentire altri pareri di psichiatri/psicoterapeuti/psicologi, visto che mi sembrava abbastanza chiaro che, nonostante la terapia, avesse molti momenti bui, inizialmente sembrava d'accordo, poi di fatto non ha sentito nessun altro parere. Per quanto riguarda me è vero, sono ansiosa, tendo al controllo, non riesco a ricercare un aiuto esterno, principalmente perché il dover parlare di me mi crea ansia (e infatti anche ora sono agitata), e anche perché penso che, in confronto a lui, i miei non sono veri problemi. Infine, per quanto riguarda la realizzazione di una famiglia...Lui è molto più razionale e oggettivo di me. Io sono la romantica, quella da lieto fine, quella dell'insieme ce la faremo a superare la depressione e avremo una bella famiglia numerosa. Lui dice che finché non risolve i suoi problemi non vuole figli. Ha ragione lui, io so di essere un'illusa. Secondo me i suoi problemi non li risolverà mai. Ma io preferisco vivere nella mia illusione.
Grazie.

#6
Utente 163XXX
Utente 163XXX

Mi sono dimenticata di dire che un tentativo da una psichiatra l'ho fatto, mi ha visto una volta e mi ha prescritto Samyr e Xanax diagnosticandomi un disturbo distimico. Questo fatto mi ha lasciato molto perplessa e non sono più ritornata nè da lei nè da nessun altro.

#7
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Io credo che potreste, ciascuno per conto proprio o entrambi, chiedere un parere a un diverso professionista, ad esempio uno psicologo psicoterapeuta.

Psicologo psicoterapeuta e psichiatra sono entrambe figure abilitate alla cura del disagio psichico, ma ricevono formazioni in generale differenti. Potrebbe quindi essere molto produttivo sentire altri pareri.

Ma prima dovreste essere pronti, altrimenti non avrebbe senso. Anche gli equilibri disfunzionali possono essere molto stabili. Ciò si traduce nell'amara constatazione che le persone, quando non cercano aiuto o non cercano di cambiare il modo in cui stanno, è perché ancora non stanno soffrendo abbastanza.

È probabile che nella vostra coppia esistano reciproche limitazioni, come forme di mantenimento dell'equilibrio (cioè dell'esistenza della stessa coppia). Ad es. lui non vuole darle figli finché non guarirà. Ma tale posizione può essere interpretata in vari modi: 1) sono una persona malata, ma responsabile; 2) non m'interessano i figli; 3) siccome tu mi accudisci perché sono malato, faccio in modo di non guarire mai, così mi accudirai a vita.

Ci possono infatti essere vantaggi secondari dati dal disturbo. Essere depressi presuppone che qualcuno debba prendersi cura di noi, e guarire significherebbe rinunciarvi.

Ciò può valere anche verso il terapeuta: se si viene a creare una dipendenza del paziente verso di lui, anche involontariamente, finisce per prender corpo ciò che chiamiamo collusione: il terapeuta senza rendersene conto - reagendo quindi a mancanze proprie - può alimentare la dipendenza del paziente da lui e contribuire a relegarlo in stato di cronicità. Purtroppo anche terapeuti e psichiatri sono esseri umani..

>>> Ma io preferisco vivere nella mia illusione.
>>>

Bene, in tal caso non mi resta che farle i migliori auguri.

A proposito di autoinganni, legga anche questo se ne ha voglia:

https://www.medicitalia.it/blog/psicologia/2394-la-volpe-e-l-uva-autoinganni-e-dissonanza-cognitiva.html

#8
Utente 163XXX
Utente 163XXX

Sì, da sempre vivo di autoinganni. Se a una cosa non ci penso, questa non esiste. Se faccio contenti i miei genitori, sono contenta io stessa. Stare nel mondo dell'illusione mi consente di stare al mondo. E qui torniamo alla difficoltà di consultare uno specialista. Mi "costringerebbe" a fare outing, ad uscire da questo circolo vizioso e so che questo mi farebbe stare molto male. Forse almeno per il benessere della coppia lo dovrei fare. Grazie delle sue risposte dottore.

#9
Utente 308XXX
Utente 308XXX

"Ecco perché è difficile che una coppia duri, quando uno dei due ha problemi personali. All’inizio possono esserci passione e attrazione, ma presto o tardi il più sereno fra i due cesserà di essere disposto a sopportare il carico emotivo, e metterà fine alla relazione. Oppure, potrà essere quello meno sereno ad allontanarsi: o perché non riesce a coinvolgere l’altro nel proprio disagio, e a renderlo così compatibile e complementare a sé, o perché la sofferenza è tale da far passare in secondo piano il sentimento."
Gentile Dr. Santonocito, queste parole mi hanno colpita molto.
Credo la mia piu` grande difficiolta` nelle relazioni sia quella di capire dove finiscono i miei problemi e dove iniziano quelli dell'altro. Premetto che i miei problemi sto cercando di affrontarli con la psicoterapia, ed effettivamente ho visto in me dei miglioramenti, anche crescendo e maturando. Avendo pero` io dei problemi dal punto di vista dell'attaccamento, di tipo insicuro e ansioso, credo di attirare individui dall'attaccamento evitante. Quello che mi riesce difficile e`, appunto, capire se i problemi sono solo miei e se l'altro e` semplicemente sereno e quindi la sofferenza proviene solo da me stessa, o se effettivamente i ragazzi con cui intraprendo una relazione tendono ad avere determinate caratteristiche e problemi che accentuano la mia sofferenza.
Immagino continuando il percorso di psicoterapia la cosa si risolvera` da sola, ma e` difficile a volte non cadere nella trappola del colpevolizzare l'altro e/o noi stessi, senza riusciere ad essere oggettivi.
Saluti

#10
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

A un certo punto, però, è opportuno smettere di voler capire. Pensare di poter avere tutto sotto controllo è una bella sensazione, ma illusoria.

Se si ha un problema a riconoscere dove finiscono le proprie questioni personali e dove iniziano quelle dell'altro, e se tuttavia ciò si tramuta in ossessività, ecco che può diventare un ulteriore problema con cui fare i conti.

Che tipo di terapia sta facendo?

#11
Utente 308XXX
Utente 308XXX

L'anno scorso ho fatto una terapia di tipo analitico comportamentale, che pero` aveva una durata limitata (3/4 mesi circa). Durante questa terapia abbiamo analizzato le connessioni tra il mio passato (rapporto con i miei genitori) e il presente (modo in cui vivo le relazioni amorose). Abbiamo tracciato una mia mappa mentale e i circoli in cui rimango spesso bloccata, tentando di tagliare fuori delle emozioni negative come la rabbia. Ora sto seguendo una psicoterapia dialettica, stiamo analizzando tutta la mia situazione in generale e parliamo ogni volta di cio` che mi succede di volta in volta.
Ho appena terminato una relazione di un anno, in cui mi sentivo a tratti ansiosa e altre volte inondata da pensieri alquanto ossessivi (lo lascio/non lo lascio, va bene per me o no, devo capirlo ora ecc). Ad un certo punto e` scattato qualcosa nella mia testa che mi ha fatto decidere di porre fine alla relazione, e ora mi sento sollevata.
Mi sento "anormale" perché ho sentito la sua mancanza per circa 1-2 giorni, mentre ora e` come se l'avessi eliminato dalla mia mente (cosa che ho fatto in passato con altri ragazzi). E` come se non avessi mai provato sentimenti per lui.
E ora mi chiedo se io non mi stia autoingannando (ho appena letto il suo articolo sull'autoinganno).

#12
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Un'ipotesi realistica è che un livello di ossessività troppo alto le stia impedendo di ottenere ciò che vuole. Finché resta presa nella trappola di voler sapere come stanno e come andranno le cose - ossia l'eccessivo bisogno di controllo, alla base di ogni ossessività, potrebbe non riuscire a fare reali progressi.

Va bene indagare nel passato, va bene analizzare, parlare e interpretare. Ma quando c'è di mezzo l'ansia occorre soprattutto iniziare a FARE cose diverse. Questo almeno dal punto di vista delle terapie attive e focalizzate.

Ha mai ricevuto istruzioni precise su cosa fare nelle due terapie cui ha accennato?

#13
Utente 308XXX
Utente 308XXX

No nessuna delel due terapie mi da istruzioni precise. In realta` quando mi sono rivolta alla prima psicoterapeuta non e` stato perché volessi capire o sapere, ma perché stavo affrontando la fine di una relazione che mi ha provocato parecchie sofferenze, e avevo bisogno di un sostegno.
Anche la seconda terapia e` iniziata per colpa delle difficolta` a sostenere la piu` recente relazione. Mi sentivo sbagliata in certi comportamenti e a non sentirmi soddisfatta, credendo mi sarei dovuta sentire serena in quella situazione.
Ora invece da un momento all'altro e` come se avessi deciso che accettare certe condizioni non mi fa stare bene, e quindi ho terminato la relazione.
Il problema e` che queste dinamiche vengono sempre fuori solo quando appunto ho una relazione. Non ne ho mai avuta una serena e tranquilla, ogni volta ci sono tanti scontri e conflitti, volti tendenzialmente a cambiare l'altra persona invece di accettare la realta` per come e`. Forse semplicemente scelgo persone sbagliate, oppure c'e` qualcosa di piu`, non lo so. Cio` che so e` che tutto questo mi crea sofferenza, perché da un lato vorrei un rapporto sereno e duraturo, ma dall'altro qualcosa mi blocca dall'averlo.

#14
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> Il problema e` che queste dinamiche vengono sempre fuori solo quando appunto ho una relazione
>>>

Le relazioni sono situazioni perfette per far emergere i punti deboli delle persone.

Del resto lei stessa è ormai capace di riconoscere cosa le sta impedendo dall'avere un rapporto sereno e duraturo:

>>> ogni volta ci sono tanti scontri e conflitti, volti tendenzialmente a cambiare l'altra persona invece di accettare la realta` per come e`
>>>

Perciò, finché resta preda del suo bisogno di controllo, non riuscirà a essere pienamente felice insieme a un'altra persona. Nessuna comprensione, intepretazione o analisi potrà aiutarla.

In un'ottica prettamente strategica è probabile non ci sia altro da capire, solo da decidere di cambiare rotta e iniziare a comportarsi in modo diverso. In questo meglio se coadiuvata da un terapeuta.

Altrimenti continuerà a cercare aiuto per il motivo sbagliato, ossia per riprendersi dal disagio causato dalla relazione del momento appena finita.

Ma se il problema è "nel manico", è lì che dev'essere risolto, una volta per tutte.


#15
Utente 308XXX
Utente 308XXX

Si in effetti e` su questo che ho iniziato a lavorare. Il mio attuale psicoterapeuta ha riconosciuto dei cambiamenti in me nell'affrontare le diversita` e le aspettative non risolte, ma ha anche riconosciuto il fatto che probabilmente scelgo una persona sulle basi sbagliate, in cui solitamente c'e` una comprensione e compatibilita` a livello superficiale, ma mai a livello piu` profondo. Per esempio le cose che mi feriscono di piu` e mi portano a reagire in modo conflittuale sono il non sentirmi compresa e non sentire che l'altro ci tenga veramente, e in effetti i partners che ho avuto erano incapaci di farmi sentire amata e compresa, per cui appena il rapporto diventava piu` profondo io sentivo queste mancanze ma speravo ancora che la cosa potesse cambiare.In particolare gli ultimi due, non erano aperti al dialogo e all'impegno piu` serio che comporta una relazione.
La ringrazio molto per le sue risposte

#16
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> ma ha anche riconosciuto il fatto che probabilmente scelgo una persona sulle basi sbagliate
>>>

Non conoscendo il suo caso da vicino posso sbagliarmi, ma mi pare che questo giudizio ponga un po' troppo l'aspetto sull'altro piuttosto che su di lei.

Come ha detto qualcuno, se vuoi cambiare il mondo cambia prima te stesso.

Il problema potrebbe risiedere non tanto nella *scelta* della persona, giusta o sbagliata, quanto nel fatto che per lei è prioritario far sì che questa si *adegui* ossessivamente all'immagine probabilmente distorta e poco pragmatica che lei ha dell'amore.

In altre parole: potrebbe stare alimentando, senza rendersene conto, aspettative troppo alte. E così facendo si delude da sola. Ciò è tipico delle persone ossessive ed esigenti.

Esempio: se una persona vive di emozioni intense, potrebbe decidere che l'altro non la ama abbastanza perché non manifesta emozioni di livello altrettanto intenso. E quindi inizia a essere insistente. A esigere, a recriminare... e così facendo il rapporto si logora e alla fine si rompe.

In questo caso la persona in questione dovrebbe imparare, non necessariamente in quest'ordine: 1) ad abbassare un pochino le aspettative; 2) a rendersi conto che esprimere poco un sentimento o un'emozione non significa non provarla; 3) a essere paziente e non assillante, e a mettersi nei panni dell'altro.

#17
Utente 308XXX
Utente 308XXX

Mi impegnero` senz'altro a migliorarmi su questi 3 punti. Credo di aver gia` fatto parecchi progressi, e in particolare in quest'ultima relazione ho visto dei cambiamenti in me, sforzandomi di rispettare le differenze dell'altro nel modo di porsi e vivere la relazione.
Purtroppo in quest'ultima ci sono stati elementi che non ho saputo superare: la distanza fisica (che ho accettato per un anno nella falsa speranza, datami da lui, che ci sarebbe stato un cambiamento al piu` presto), la mancanza totale di una connessione emotiva, di cui avevo ancora piu` bisogno in questo caso per compensare il fattore della distanza, e il suo mettere al primo posto, negli ultimi mesi, altre cose come il lavoro e impegni vari, piuttosto che la nostra relazione.

#18
Utente 362XXX
Utente 362XXX

Salve, Dottore.
E' da tanto che non scrivo in questo sito...
Sono una conterranea di Sua moglie, me l'ha detto Lei spiegandomi determinate situazioni da affrontare per quanto riguarda la differenza culturale... Insomma, mi e' venuto da pensare che Sua moglie fosse fortunata per averLa come marito nel senso che ha uno specialista che la puo' aiutare, ma allo stesso tempo, che Lei potrebbe essere "vitima" di una situazione difficile visto "i parenti" tante volte pretendere che i loro famigliari psicologi abbiano piu' pazienza e cose varie... Strano l'inizio della mia mail, ma l'ho iniziata cosi'...
Insomma, volevo dire che non ho ancora preso decisione di andarmene per via della sofferenza "può resistere e andare avanti giorno per giorno, finché il livello di sofferenza non raggiunge un punto tale che l'individuo, o la coppia, decide di romperlo e far qualcosa: cercando un terapeuta, allontanandosi dalla relazione oppure cambiare, per adattarsi a essa. Oppure tale punto di rottura può non arrivare mai." anche se, come detto una volta, dicevo di non capire perche' nonostante io pensa di farcela piu', continuo in questa relazione... Magari non e' ancora arrivata all'apice...
Ho riiniziato una terapia, ma non so come sara'... Ogni volta che andro', anche se nello stesso mese, dovrei pagare, anche se un terzo del valore del mercato, perche' economicamente sono sempre in difficolta', dico io, non la famiglia, direi, per fortuna.
Mio marito, come sempre, non vuole iniziare un percorso di coppia, ne' individuale e questo complica la situazione, anche perche', come ho capito di quanto ha detto Lei, i figli non devono pagare per la mancanza di volonta' dei genitori di curarsi... Meritano una relazione equillibrata e esempi di vita che gli facciano avere equillibrio personale per affrontare la vita senza portarsi avanti i problemi dei genitori come una malattia contagiosa.
Insomma, sono successe tante cose, ma niente che fosse sufficiente per aiutarci a migliorarsi come persone e come coppia. Io, dalla mia parte, continuo a volere l'indifferenza verso mio marito ed i suoi per via di quanto percepisco delle loro azioni verso di me e verso la nostra famiglia. Sia per orgoglio, cattiveria o non so cosa, non riesco ad accettare che mio marito si permetta di trattarmi come una persona non valida per via di lavorare poche ore, di guadagnare poco, di non essere di famiglia ben stante... di non avere gli stessi hobby, secondo me considerati normali per persone single, insomma, ci scontriamo e lui si permette di dire che io non sono brava, che non mi hanno cresciuta bene, che non sono capace di gestire le cose... Purtroppo, e' quanto penso di lui visto i suoi fare di tutto al posto suo, dico delle cose burocratiche o di decisione, di lavori pratici, di assistenza alla figlia e cose del genere... Io trovo assordo ed innacettabile che mio marito si permetta di fare questo ed accettare, peggio, istiga i suoi a fare, gli da i commandi e quando non lo fa', permette che facciano praticamente 100% di quello che vogliono in nostra famiglia...
Ho i miei difetti, sono una persona che si preoccupa molto e anche aveva aspettative, ma la realta' mi dimostra ogni giorno che tante cose non possono essere risolte per via di quanto aspettiamo, ma di cambiamenti concretti indipendenti del nostro volere...
Rispondendo alla Sua domanda finale "perché si dovrebbero limitare consapevolmente le possibilità di riuscita? Se una terapia funziona meglio dal vivo, che senso ha volerne fare una in forma più ristretta?", non come una provocazione, ma come la mia considerazione,
- E se dovesse essere al contrario? Voglio dire, 70 per faccia a faccia ed 80 per on line, magari non totalmente on line, ma "sedute a distanza, ma solo all’interno di un rapporto terapeutico in cui la persona è già conosciuta ed è stata già vista dal terapeuta."?
Penso cosi' perche' a me da molto fastidio il fatto di vedere il teraupeta una volta sola al mese... Ma per vedere piu' volta si deve pagare piu' volta, naturalmente e se uno ha dei soldi, nessun problema, ma se non ne ha, e' un guaio, come per me...; si deve disporre di piu' tempo nella giornata per tutti i due (otto ore in genere o massimo dodice le ore in cui paziente e professionisti possono vedere, ma le dinamiche di lavoro, salute, famiglia, burocratiche ecc. sono spesso causa di impedimento di "rivedersi" in un secondo, terzo momento al mese... Insomma, secondo me, si potrebbe provare un lavoro in cui si potesse utilizzare i due metodi, naturalmente stipulando un valore mensile in cui pazienti e medico potessero contattarsi... Come mezzi ci sono: 1. skype e/o telefonate con video (piu' impegnativo per tutti i due, ma di meno di una visita in studio); 2. telefono (anche impegnativo e meno valido skype ma che puo' aiutare visto almeno il tono della voce per analisi...; 3. whatsapp, bello anche perche in tempo reale, anche se uno dei due essendo impegnato subito, avra' l'impegno di rispondere il prima possibile e la registrazione per entrambi anche per sentire le emotivita' vocali; 4. messaggi sul cellulare, valido anche ma meno efficaci per via della limitazione di spazio e praticita'...; 5. e-mail, che prima mi sembrava il piu' scarso come mezzo, ma a pensarci bene, uno puo' scrivere "all'infinito", nel senso, tanto di piu' di quanto con gli altri mezzi, in momenti di rilassamento o meno, ma in cui si puo' rileggere sia per uno che per l'altro in modo da togliere dubbio di interpretazione e poi cercare chiarimenti..., il paziente puo' anche mandare registrazioni in cui si esprime o anche filmati, foto... Non so, La chiedo scusa per avere esternato quanto penso per via, appunto di sentire questo bisogno, non direi che si trasformi una dipendenza totale del paziente di ogni volta stare li' a "disturbare" il medico, ma che lui possa avere questa possibilita' di "sfogo", di aiuto in momenti difficili, sapendo di avere qualcuno disponibile e capace che lo puo' sentire e dare qualche indicazione, o nel solo sentire, portargli tranquillita'... E' molto diverso di una telefonata a dei numeri in cui c'e' un volontario dall'altra parte anche volentieroso di aiutare, ma magari impreparato o che si trova una volta sola, ossia, ogni volta che uno telefona ne trova un'altro... Dico questo, anche se non avendo tanto a che vedere con questo che parliamo, ma dico che sarebbe meglio che delle persone che "sentono di avere bisogno di un aiuto psicologico" o che "dicono" che lei abbia anche non essendo coscienti abbiano questa possibilita' di contatto in piu', penso che cosi' quelle persone impulsive e che fanno cose sbagliate nel senso stremo non arrivino ad azione perche' nella crisi hanno trovato chi gli ascotasse... magari e' tutto quanto detto non puo' essere che di una persona a volte troppo speranzosa, ma e' questo che penso...
La Saluto con stima.


#19
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> mi e' venuto da pensare che Sua moglie fosse fortunata per averLa come marito
>>>

Ci pensi ancora. Poi chieda a mia moglie e senta cosa le risponde.

Battute a parte, ho l’impressione che lei stia considerando lo psicologo soprattutto come un appoggio, un canale di sfogo. Una relazione di aiuto al bisogno: mi sento male, lo chiamo, lui risponde e mi sento un po’ meglio. Ma nella realtà non è così.

O meglio, non solo e non sempre.

Non solo, perché ovviamente lo psicologo ha capacità di ascolto, empatia e pazienza superiori alla media, ma non si deve commettere l’errore di pensare che tali capacità *siano* l’aiuto. Se c’è un problema o una patologia individuale o nella relazione, non è con il solo ascolto che la si cura.

Non sempre, perché su questo punto gli approcci psicoterapeutici differiscono. Se lei chiede al terapeuta umanistico: “Cosa è che cura?” le risponderà: “La relazione, sentirsi accettato e non giudicato”. Se chiede allo strategico riceverà una risposta diversa. In alcuni approcci, come nel mio, la relazione è solo propedeutica. È preliminare affinché si possa svolgere il lavoro terapeutico vero e proprio, che consiste nel cambiare quello che si è fatto finora, se i risultati non sono quelli voluti.

In sostanza: una seduta al mese può essere poco o può essere sufficiente, dipende da come si imposta il lavoro. Se dallo psicologo ci si va prevalentemente per sfogarsi, può essere poco. Ma se ci si va intenzionati a risolvere un problema, l’obiettivo finale è quello di non aver più bisogno dello psicologo.

Molto dipende dalla motivazione del paziente a cambiare.

#20
Utente 362XXX
Utente 362XXX

E' tutto molto soggettivo...
Insomma, tutti noi, indipendente di essere psicologi o no, come ha detto Lei, abbiamo la nostra umanita' e con questo, i nostri difetti... La questione sta in come vogliamo "vivere" i nostri difetti, se li vogliano diminuire fin quanto possibile o se li vogiamo aumentare... Insomma, che tipo di persona vorremo "essere"... Non so se e' giusto quello che dico, ma e' quello che penso... Insomma, sono abituata a usare una frase che magari Sua moglie conosce anche in portoghese "Esistem tres pessoas dentro de no's: a che pensamos de ser; aquela que os outros pensam que somos; e aquela que realmente somos." ("Esistono tre persone in noi: quella che pensiamo di essere; quella che gli altri pensano che siamo; e quella che veramente siamo." )
A dipendere della personalita', interesse, obbiettivi, che ne so... Do qualche rapida interpretazione del momento...
1. Se quella persona che pensiamo di essere ci fa' piacere e ci da' quanto abbiamo bisogno, non la vogliamo cambiare e indipendentemente di fare del bene o del male agli altri continuiamo cosi' e non ce n'importa niente... Se invece non e' esattamente cosi', sia perche' non siamo felici, sia perche' non faciamo qualcuno felice o non e' cosi' che vorremo essere per altri motivi, ci impegniamo a migliorare...
In concomitanza, se la persona che gli altri pensano che siamo ci porta convenienza, con lo stesso nostro "menefreghismo" detto sopra, non miglioreremo perche' ci piace cosi'... Indipendentemente di tanti fattori... Ma, se la persona che siamo vediamo che ha disturbi o che ci fa' male che ci vedano cosi' perche' cosi' non lo siamo... Ci impegniamo a migliorare per non deludere o chissa' cosa... o ache per far vedere che non siamo chi pensano (caso siamo visti con cattivi occhi...)...
3. Se la persona che veramente siamo e che non abbiamo controllo perche' siamo cosi' tanto buone, tanto cattive, o via di mezzo, non sapremo magari mai, visto che siamo incoscienti di come siamo esattamente...
Come cattolica, penso che solo DIO sappia esattamente come siamo e che dipenda da noi cambiare o meno il nostro vero IO, per il bene o per il meglio...
E' tutto molto complesso...
Solo Voi psicologi Vi impegnate, come penso io, con la scienza data da DIO, naturalmente dico per quelli seri... in capire come fare che chi e' nella strata sbagliata possa andare in un buon cammino... Ma so che dipende da Voi che si percorra questo cammino, visto dipendere solo ed esclusivamente della volonta' di ognuno di scegliere tra il bene o il male, se accettare o meno le indicazioni e persistere o meno nella ardua camminata del cambiamento, del migioramento...
Penso che il servizio on line sirva anche per incentivare le persone a cercare un aiuto personale vero, ma penso veramente che non sia uno scarto sia nell'inizio, sia nella, sia nel percorso... Penso che tutto puo' sempre servire...
Vorrei spiegare cosa capisco per "sfogo": Per me, e' un liberarsi di un peso... Penso tutti capiscono cosi', tutto dipende nel dopo, ossia, di chi ci ascolta... Ossia, di cosa puo' o meno succedere dopo un "sfogo"... Se chi ci ascolta ha l'intenzione di "crocifirci", non e' che servira' a migliorare il nostro animo... Se ci sentiamo giudicati ed incompresi, sara' peggio di magari aver "tenuto tutto dentro"... Ovvio, non possiamo sperare di "sfogarci" e ricevere solo "parole positive", bisogna esistere anche da parte nostra "un filtro" che ci possa far anche che magari le critiche possono servirci come crescita, ma ci sono persone, direi "indelicate", che trovano il piacere in dirci sempre che "sbagliamo" o che "non siamo capaci" e cose varie... E' per questo che penso che SERVA un psicologo: Per ascoltare il nostro SFOGO e trasformarlo in un percorso di crescita personale fino quando non avremo, come dice anche Lei, piu' bisogno di lui, altrimenti, se diventa una "relazione morbosa ed infinita", vuol dire che c'e' qualcosa che non va', sia per uno che per l'altro...
Per me, il nostro "sfogo" e' la forma per la quale lo psicologo "capira'" cosa ci succede e cosi' potra' essere capace di aiutarci... C'e' la meta, quella di poter "camminare da soli" dopo un po'... Una collaborazione, direi, incondizionale, ma collaborativa, con scambio di opnioni.
Penso che, alla fine, non solo i pazienti crescono, ma gli psicologi anche, visto essere tutti della stessa materia... Insomma, abbiamo tutti da dare e da ricevere... Ma nel nostro problema, abbiamo piu' bisogno noi e dobbiamo fidarci dello psicologo che ci siamo affidati... Io mi sono ora affidata ad una che conosco gia', ma non so se ho fatto la scelta giusta, ovvio. Per ora, mi fido di lei come persona che mi potra' aiutare a capire meglio cosa mi sta succedendo... Un'altra che ho fiducia sarebbe della linea di Rogers, mi e' piaciuta molto, ma costa troppo, non mi posso permettere... Mi ha seguita nel mio primo aborto... Che tra l'altro, ne ho avuto un'altro quest'anno, terribile ugualmente, ma sono riuscita a vedere piu' velocemente tante cose che prima non riuscivo... Non ho ancora accettato, naturalmente, e' finito questo lunedi'... Insomma, ma per fortuna, sembra che questa psicologa che ho ora, abbia molto a che vedere con quella rogeriana... Nel nostro prossimo colloquio, se trovo opportuno, gliene chiedero'... Vorrei sapere che corrente segue... Insomma, ora devo credere che lei mi sara' utile, altrimenti, non ha senso che ci vediamo...
Vorrei trovare una via di mezzo tra le divergenze in famiglia e l'accettazione, senza essere rassegnazione pura... Un qualcosa in cui possiamo arrivare ad un compromesso senza cancellarci a vincenda... Certro, lo trovo duro perche' i modi di fare di mio marito e dei suoi sono per loro i piu' giusti, praticamente, loro si ritengono le persone migliori, anche se "invadono la privacy" altrui senza farci problemi, senza porci domande, ma trovando naturale, legitimo... E questo, anche un bambino capisce che non e' giusto, dico, anche mia bimba capisce che non e' giusto che lo facciano... Direi che loro "rientrano" nelle persone che fanno le loro convenienze...
Ma, direi che per ora basta... Siccome ho il difetto di scrivere e non leggere, per diversi motivi, uno di questi e' la mancanza di tempo, il secondo, e' il sapere i diversi modi di interpretazioni, preferisco che qualcuno dopo leggerlo e dato i suoi pareri, io ritorno per chiarire qualcosa, altrimenti, starei qui ad scrivere o a correggere, sperando di migliorare come mi esprimo, ma magari peggiorando..., non inviando mai quello che penso al momento...
Cordiali Saluti.


2. Se quella che gli altri pensano che siamo

#21
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Sfogo vuol dire liberarsi dell’emozione negativa del momento, ma raramente elimina il problema. Lo sfogo è temporaneo, ma il problema resta se non si *cambia* ciò che si sta facendo (o non facendo).

I suoi ragionamenti sono tutti esatti, ma tutto si riduce a un punto: lei che cosa vuole, per se stessa? Accontentarsi di sfogarsi al bisogno e tirare avanti, o lavorare per non aver più bisogno di sfogarsi?

Molte persone non sanno ciò che vogliono. O meglio, lo saprebbero, ma non sono disposte a fare ciò che dovrebbero per ottenerlo, perché questo significherebbe rinunciare ad alcune cose a cui si sono affezionate nel tempo. Anche se sono cose che le fanno soffrire.

#22
Utente 362XXX
Utente 362XXX

Vorrei superare il problema!!!
Grazie per avermi chiarito il concetto vero dello sfogo!
Comunque, quello che intendo dire e' che vorrei utilizzare meglio ill mio tempo non avendo bisogno di sfogarmi cosi' spesso... Certo, si risolvera' un problema e ne verrano altri... La vita e' cosi'... Ma quello che mi impedisce di "vivere i miei problemi" per conto proprio, direi cosi', e' il fatto di aver accanto una persona che mi "ostacola", anzi, tre, non direi cinque esattamente perche' mia bimba nonostante le influenze negative ci aiutiamo e mia cugina anche, ossia, non pensiamo molto uguale, ma si mette quasi sempre nella platea, non interferisce tanto... Insomma, direi che ogni giorno devo lottare contro chi dovrebbe lottare con me per vincere la stessa bataglia, ma invece siamo "nemici" e dobbiamo difenderci uni degli altri... Praticamente io non attacco, ma mi difendo...
Ironia del destino, quest'ultima frase l'ho sentita per la prima volta, e forse unica, proprio da una persona con cui lotto ogni giorno, mia suocera, come con mio marito... Lei, all'inizio del mio fidanzamento, mi raccontava tante cose ed in una di queste volte mi ha detto questa frase "Io non attacco, ma mi difendo."
In poche parole, posso dire che la frase mi e' utile, ma non e' vero che mia suocera non "attacca", altroche', non riesce a vivere senza farlo... Con questo, mio marito e mio suocero che fanno un po' come lei, ho praticamente come una "bataglia" persa, veramente tre contro uno!
In questi giorni sono a casa, ritorno al lavoro il 21 e tante volte che mi vedo a cercare di sfogarmi sia sul computer sia con amici e altri, mi arrabbio di certa forma perche' avrei potuto parlare di altro, utilizzare meglio il mio tempo... La questio e' che il problema non e' risolto e quindi, non posso non pensarlo...
Non vorrei vivere di "sfogo infinito" per un solo problema, ma sfoghi vari penso sia normale, come penso Lei abbia voltuto dire, almeno ci si toglie di dosso un po' di "emozione negativa del momento" anche se non si elimina il problema ogni volta che ci sfoghiamo. Vedo come una "esteriorizzazione" delle emozioni e cosi' qualcun'altro ci puo' dire la sua visione del caso, magari aiutandoci a chiarire meglio determinati aspetti che magari non ci siamo accorti e chissa' un po' di soluzione alla fine...
Per quanto so di me e' che mie dimostrazioni di rabbia o orgoglio quando vedo che mi mancano di rispetto (mi riferisco a mia famiglia non di origine, ma mio marito e suoceri), impediscono determinati avvicinamenti... Ma ho paura che se acconsento che mi trattino cosi', non capiranno mai quanto mi fanno male e quanto impediscono che abbiamo di nuovo un rapporto di amicizia... Loro dicono che sono io a fargli del male perche' non vado incontro loro... Mi criticano continuamente, mi insultano, mi offendono... Insomma, mi mettono giu'... Non posso contare con loro, ma si, escludergli finche' non abbia trovato una via di mezzo, senno' una soluzione vera e propria per eliminare il mio problema, possibilmente, senza eliminare "loro" della mia vita...
E', lo so che e' difficile, non mi aspetto proprio una soluzione facile... Sono 11 anni circa che vivo in questa situazione cosi', direi, di "sottilezza". Prima, pensavo fosse bella, ma dopo ho capito che c'era tanto dentro, che non era cosi' semplice e bella quanto sembrava... Il problema e' che quando ho capito, anche subito, direi, avevo la concezione che l'amore era sacrificio e anche che con l'amore "si poteva tutto", si poteva "cambiare per meglio" le persone, incluso io, logico, nel senso che pensavo che unendomi a chi oggi e' mio marito, saremmo migliorati insiemi, che le nostre vite avrebbero dato senso una all'altra e ci saremmo aiutati a vincenda... Anche lui mi diceva cosi', tipo, che DIO ci aveva messi insieme poiche' ci aiutassimo a superare gli ostacoli della vita... Ossia, non eravamo "destinati" alla sofferenza, ad essere contro l'uno l'altro, ma nel nostro ideale c'era la cooperazione, la condivizione, l'aiuto mutuo e tutto quanto di meglio... Lottare insieme per superare i problema della vita, non vedere che l'altro e' il causatore del problema...
Insomma, Dottore, la vita e' gia' cosi' difficlile, aver trovato persone che la rendona ancora piu' difficile invece di aiutarmi a migliorarla, dico non solo per me, ma per tutti, mi rende una persona a cui lo sfogo e' essenziale, purtroppo, ogni giorno per lo stesso motivo oltre i problemi della vita vera, direi cosi', ma io non lo voglio! Vorrei poter liberarmi di questi "disturbi" per poter affrontare la vita piu' in serenita'' insieme a chi di dovere, direi cosi', non uni contro gli altri come fin'ora...
Vediamo dove mi portera' la "mia" psicologa... E dove arrivero'... Insomma, dove lei mi propora' di andare e se io accettero' l'invito, non desistendo nelle difficolta' e arrivando al punto sperato...
Cordiali Saluti.

#23
Ex utente
Ex utente

Dottore, l'articolo è molto interessante. La leggo e seguo spesso, e ho appena pubblicato un consulto (ma nella sezione sbagliata, quindi spero qualcuno lo legga). Sto vivendo una condizione di sofferenza immensa perché a causa dell'ansia la migliore delle mie relazioni sta finendo schifosamente...mi sento molto insicura e sono paranoica e ipercontrollata, catastrofizzo, insomma da un evento scatenante (la paura che la mia relazione stesse finendo) ho controllato ogni azione, ogni piccolo difetto di lui, di noi, fino a non poterne quasi più del rapporto che vivo tipo una prova, una spettacolo a cui sto assistendo...ora non ho voglia di vederlo e di sentirlo e avverto come se l'avessi "svalutato" completamente...capita sempre così, e in genere lascio senza colpo ferire appena uno "mi scade", ma lui era l'amore della mia vita, il partner migliore di una relazione splendida...sono distrutta e vorrei recuperare, ma mi sembra impossibile...

#24
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Si tratta apparentemente di un bisogno ossessivo di controllo che deborda nella paranoia e che, come spesso accade in questi casi, si confonde con il dolore per la fine della relazione del momento.

Ovvio che lo abbia svalutato: perché per te nella relazione l'amore è secondario. La relazione è piuttosto un ring dove si deve combattere, per dimostrare che tanto la relazione finirà male. E fatalmente, ci riesci.

Dovresti perciò rivolgerti a un collega di persona e lavorare per rendere più flessibile quelle parti di te che ti ordinano di fare ciò che poi fa naufragare tutto.

#25
Ex utente
Ex utente

Grazie dottore, spero abbia modo di leggere il consulto nel dettaglio...ad ogni modo la relazione non è ancora finita...ci sono chance di invertire la rotta? Giuro, prima che io ricadessi in quest'ansia la relazione andava a gonfie vele...e tuttora quando capita che io stia meglio le cose vanno...

#26
Ex utente
Ex utente

Perché non sono stufa...non voglio altri uomini, altre esperienze...voglio lui, ma voglio viverlo serenamente come meriterebbe. Sento come una parte di me che decide al mio posto, che prova emozioni "alterate" dalla paranoia! Non so spiegarlo...

#27
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Posta qui il link alla tua richiesta di consulto, non riesco a vedere qual è.

#28
Ex utente
Ex utente

E' in accettazione in Medicina Generale, purtroppo ho sbagliato a inserirla...si chiama "Può essere ansia??? E' un chiodo fisso!!"

#29
Ex utente
Ex utente

Anzi: Può essere l'ansia??? Un pensiero fisso!!!

#30
Utente 453XXX
Utente 453XXX

E allora chi ha problemi personali deve stare solo ... Evviva

#31
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Se la vuol capire in codesto modo, libero/a di farlo.

Un modo più produttivo e intelligente invece è: 1) non aspettarsi che le relazioni sentimentali risolvano i nostri problemi psicologici, se ne abbiamo. 2) Per aumentare le possibilità che una relazione sia serena e abbia successo, è opportuno prima star bene anche da soli. Cioè, prima ci si risolvono i nostri problemi e dopo si pensa alla relazione.

Una delle realtà della vita è che chi non sa stare bene da solo non sa stare bene neanche con gli altri.

Buona giornata

#32
Utente 453XXX
Utente 453XXX

Si ...per prima lo ammetto io...
Ho lasciato un ragazzo splendido in preda all'ansia... Lui ha cercato di starmi vicino..ma invano.
Mi ama comunque ma io troppa paura dell'impegno... Poi ingigantisco i suoi difetti... Da marzo ci siamo incontrati 2 3 volte... Io sorrido, lo guardo con gli occhi a cuoricino... Il giorno dopo lo mando via...ansia e panico. Nella mia testa c è un combattimento e 1000 paure...
Paura di perdere una persona importante...
Paura di non essere felice in entrambi i casi...
Lui si informa con i miei familiari... perché mi ama comunque... Vuole sapere come sto ( ho sbirciato qualche messaggio.
Sono stretta in una morsa.La depressione non passa.
Ecco perché ho commentato così freddamente e ironicamente ieri.
Ho deciso di stare sola perché devo prima stare bene io.
Ma bene non sto e soffriamo entrambi.
Grazie per la ascolto

#33
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Non è detto si tratti di ansia, o non solo almeno. Le relazioni sentimentali nascono e si alimentano di varie cose. I problemi personali sono solo una delle variabili che possono impedirle o favorirle.

Suggerimento scontato: se non avesse mai intrapreso questa strada prima, dei consulti psicologici potrebbero esserle utili.

Commenti degli utenti: aperti!
Commenti dei professionisti: aperti!

Per aggiungere il tuo commento esegui il login

Non hai un account? Registrati ora gratuitamente!

Vuoi ricevere aggiornamenti in Psicologia?

Inserisci nome, email e iscriviti:

* Autorizzo il trattamento dei miei dati da parte di Medicitalia s.r.l. per finalità di marketing telefonico e/o a mezzo posta elettronica o ordinaria, compresi l'invio di materiale pubblicitario, la vendita diretta e lo svolgimento di indagini di mercato.

Cliccando su iscriviti acconsento al trattamento dei dati personali come da privacy policy del sito.

Ansia: sai riconoscerla? Scoprilo con il nostro test