Omosessualità maschile e promiscuità

Dr. Roberto CallinaData pubblicazione: 23 aprile 2015

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In un recente articolo pubblicato sulla rivista “Dialoghi adleriani” viene affrontato il tema dell’omosessualità maschile e della sua possibile deriva in comportamenti sessuali promiscui.

robertocallina_ragazzo_specchioLo studio si concentra sulla sola popolazione omosessuale promiscua e ipotizza una correlazione tra promiscuità e senso identitario poco coeso nel campione di soggetti omosessuali maschi presi in esame.

Tale frammentazione identitaria sembrerebbe essere frutto di un inadeguato processo di identificazione e rispecchiamento, di mancate risposte di conferma e validazione da parte degli altri significativi nel corso dell’adolescenza.

Il bisogno negato di vedere rispecchiata nell’altro la propria identità come “normale” può tradursi, infatti, nella ricerca compulsiva di nuove relazioni sessuali.

L’immagine di Sé è compromessa poiché si basa sull’interiorizzazione di un modello omofobo dell’omosessualità; gli stereotipi e le credenze cui ha accesso l’adolescente fanno in modo che non sia in condizione di sentirsi simile all’altro, venendo meno una adeguata esperienza di gemellarietà, e di identificarsi con l’altro. 

condom 
(foto: Colours & Flavours by Raúl González)

Le condotte promiscue messe in atto rappresentano una strategia compensativa volta a ripristinare un senso unitario di Sé, una coesione interna che è venuta a mancare con la maturazione sessuale. 

Tali comportamenti sono quasi sempre accompagnati da un malessere individuale molto profondo e quando il soggetto giunge all’attenzione del clinico, la diagnosi più comune mette in luce disturbi appartenenti allo spettro ansioso e/o depressivo.

Tale prospettiva apre delle riflessioni in ambito sociale, pedagogico ed educativo: la prevenzione del disagio individuale di tali soggetti è responsabilità dell’intera società, ancora troppo permeata da pregiudizi sulle persone LGBT (lesbica, gay, bisessuale, transgender/transessuale).

Il pregiudizio moderno si esprime in maniera più sottile rispetto al passato: non è la condizione di gay o lesbica che viene messa in discussione in quanto tale. E’ messa in discussione la possibilità di costruire relazioni affettivo-sessuali al pari degli eterosessuali in termini di riconoscimento sociale e visibilità.

L’articolo affronta il tema in una prospettiva sociale e clinica offrendo spunti riflessivi per una pratica clinica efficace con persone omosessuali.

 

Fonte articolo completo: http://www.scuolaadleriana.it/index.php/rivista

 

 

Autore

robertocallina
Dr. Roberto Callina Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo

Laureato in Psicologia nel 2004 presso Università degli Studi di Padova.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia tesserino n° 10628.

13 commenti

#1
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Ciao Roberto
Argomento interessante, in effetti sarebbe utile sapere le eventuali differenze di promiscuità fra le popolazioni distinte per identità/comportamenti sessuali.

Un saluto

#2
Dr. Roberto Callina
Dr. Roberto Callina

Ciao Giuseppe,
grazie.

Ho in corso uno studio in tal senso. Al momento ho solo i dati di un questionario che sembrano dimostrare che ci sia una correlazione significativa tra condotta promiscua nella popolazione omosessuale e senso di Sè poco coeso ed unitario. Al contrario non sembra esserci la percezione di un Sè frammentato nella popolazione promiscua eterosessuale.
Tale dato sembra suggerire che la frammentazione del Sè, nella popolazione omosessuale presa in esame, sia avvenuta in una fase evolutiva in cui il Sè era già strutturato e, probabilmente, fino ad allora funzionale.
Nella popolazione eterosessuale promiscua, invece, non ci sarebbe la percezione di un Sè frammentato perchè tale destrutturazione potrebbe essere più arcaica.
Al momento sono solo ipotesi che sto mettendo a confronto anche con dati clinici. Appena riuscirò a fare ordine nei dati in mio possesso, scriverò qualcosa di più preciso al riguardo.

Un caro saluto

#4
Utente 283XXX
Utente 283XXX

Una materia davvero interessante, anche perché è innegabile che, seppur sempre più minoritaria, una parte del mondo omosessuale sia avvezza alla promiscuità.
Condivido l'associazione di questa condotta alla repressione di se stessi, al vivere o all'aver vissuto la propria affettività come un "segreto", in clandestinità, portando infine ad avere un senso di sè poco coeso.
Tuttavia secondo me c'è da aggiungere anche il fatto che se si tratta di due maschi è più facile che ci siano minori barriere. Forse è una visione banale e superficiale, ma gli uomini, a mio avviso, sono animati da un maggior desiderio sessuale rispetto alle donne, per questo gli eterosessuali sono un po' "limitati" dalla disponibilità di quest'ultime.
Infatti, la promiscuità sessuale è un comportamento decisamente meno comune tra le donne omosessuali, che sono spesso dimenticate quando si parla di omosessualità.

#5
Dr. Roberto Callina
Dr. Roberto Callina

Caro Utente,

condivido le sue considerazioni. Nell'articolo completo, infatti, si fa riferimento alla sola omosessualità maschile anche perché le donne omosessuali, oltre ad essere meno "trattate" in letteratura, hanno abitudini promiscue decisamente meno marcate rispetto all'omosessuale maschio.

Grazie del suo contributo.

Un caro saluto

#6
Utente 394XXX
Utente 394XXX

Magari la risposta più semplice alla questione è che noi omosessuali siamo più liberi e meno condizionati e abbiamo capito che la famiglia non è un gioco che vale la candela.
Non capisco proprio come mai certi psicologi e psicoterapeuti si ostinino a conferire alla promiscuità sessuale un'accezione negativa, anziché riconoscerla come una naturale e positiva espressione della sessualità umana. In natura non esistono specie animali che pratichino la monogamia, fatta eccezione per quella umana. Pertanto non si può non riconoscere che la monogamia è soltanto una costruzione sociale.

#7
Utente 266XXX
Utente 266XXX

Non capisco perché l'utente che mi ha preceduto debba parlare a nome di tutti i gay. Di sicuro non parla a nome mio. La promiscuità sessuale che si riscontra in certe realtà gay
(come ad esempio nelle chat o in taluni locali a tema, dove assume proporzioni davvero eccessive, e chi ne ha fatto esperienza LO SA ) è un dato reale e innegabile che costituisce elemento di disagio e sofferenza per molti ragazzi con orientamento omosessuale, i quali invece desidererebbero avere una relazione stabile o comunque vivere rapporti sessuali in modo più umano e meno spersonalizzato. Se alcuni considerano la promiscuità una "positiva espressione della sessualità umana" e le relazioni monogame una fastidiosa costruzione sociale, pratichino pure il sesso libero e si divertano, nessuno oggigiorno glielo impedisce. Ma se per molti altri questa faccenda costituisce un doloroso problema, non vedo perché non si debba quantomeno provare a discuterlo per individuarne le cause e le possibili soluzioni, come fa per l'appunto questo ottimo articolo del dott. Callina. Ostinarsi a dire cose del tipo: "il vero problema è la monogamia che è innaturale" (e faccio notare che MOLTISSIME specie animali sono monogame per la vita, tra queste cito solo le aquile reali, i colombi, le lontre e i lupi) mi sembra solo un atteggiamento dogmatico, che punta a stroncare la discussione in partenza e che non aiuta nessuno.

#8
Dr. Roberto Callina
Dr. Roberto Callina

Caro Utente 394872,

come le ha fatto notare, correttamente, l'Utente 266580, lei sta parlando di una condizione assolutamente individuale.
E' innegabile che ci possano essere omosessuali che decidono, deliberatamente, di vivere la propria sessualità in modo promiscuo senza alcuna sofferenza, così come lo stesso accade tra persone eterosessuali; le scelte sessuali di ogni individuo sono rispettabili nella misura in cui non ledono i diritti degli altri individui.

In altre parole, tra adulti consenzienti, non vedo personalmente grosse barriere nel vivere la propria sessualità come meglio ognuno di noi decide di farlo.

Le posso assicurare, però, che non si tratta di "ostinarsi a conferire alla promiscuità sessuale un'accezione negativa", come lei sostiene.

Condivido in pieno, infatti, la posizione dell'Utente 266580, laddove sostiene che ci sono molti ragazzi (oserei dire la maggior parte di quelli che praticano cruising sessuale) per i quali la promiscuità costituisce elemento di disagio e sofferenza; molti di loro desidererebbero una stabilità affettiva (e quindi sessuale) ma, nel momento in cui intraprendono una relazione scoprono di non avere le risorse psicologiche per poterla sostenere.
Ed è qui che sorge il problema oggetto dell'articolo in questione.

La stessa sofferenza psicologica si riscontra in molti ragazzi, e adulti, omosessuali quando il sesso promiscuo diviene una sorta di schiavitù, di cui non riescoono a liberarsi, e manca addirittura il coraggio, consapevole o inconsapevole, di provare a costruire una relazione matura.

Siamo animali sociali e "di coppia", abbiamo tutti un bisogno, più o meno espresso, di un affetto esclusivo, speciale.

A 20 anni, sia nella popolazione omosessuale che in quella eterosessuale, si fanno esperienze e si da meno importanza alla ricerca di una persona con cui condividere l'intera vita; con l'avanzare dell'età il desiderio di una vita di coppia si fa sempre più pressante, spesso anche in quelle persone che si definiscono "single convinti".
Se la promiscuità, per via delle dinamiche che ho descritto nell'intero articolo, è divenuta un habitus mentale, genererà con il passare del tempo un'enorme sofferenza che diviene barriera per la costruzione di una relazione affettiva significativa.

Rispetto a questa sua affermazione: << noi omosessuali siamo più liberi e meno condizionati e abbiamo capito che la famiglia non è un gioco che vale la candela>>, la inviterei a riflettere su quanto sta accadendo ormai da molto (troppo!) tempo nel nostro paese in tema di unioni civili.

Se la sua affermazione potesse essere generalizzata all'intera popolazione omosessuale, probabilmente tutte le continue battaglie dei movimenti omosessuali per raggiungere lo status di "paese civile" non avrebbero ragione di esistere. Non crede?

Grazie comunqe a entrambi per il contributo; dal confronto e dal dialogo nascono sempre nuovi stimoli per tutti.

Un caro saluto

#10
Utente 266XXX
Utente 266XXX

Caro Dr. Callina,
la ringrazio moltissimo per la sua risposta e soprattutto per l'articolo. Vorrei approfittarne se possibile per domandarle, nella sua qualità di psicoterapeuta adleriano, qualche chiarimento circa la posizione di Adler e più in generale della psicologia individuale sul tema dell'omosessualità. Mi è capitato di leggere su vari siti internet (della cui attendibilità non sono sicuro) di come Adler in "Psicologia dell'omosessualità" e in altre opere avesse formulato una valutazione piuttosto "critica", per non dire negativa, dell'orientamento omosessuale, il quale avrebbe origine in un conflitto psicodinamico di natura sociale.
Molti sostenitori della cosiddetta "terapia riparativa" addirittura si riferiscono ad Adler come a un loro precursore. Pertanto ho sempre pensato, probabilmente sbagliandomi, che la psicoterapia adleriana considerasse negativamente l'attrazione per lo stesso sesso . Sono rimasto quindi positivamente e felicemente sorpreso dalla sua posizione molto aperta e "costruttiva" e mi farebbe piacere conoscere meglio il pensiero ufficiale della scuola adleriana in proposito. La ringrazio in anticipo.
Un caro saluto

#11
Dr. Roberto Callina
Dr. Roberto Callina

Caro Utente 266580,

per rispondere alla sua domanda è necessaria una fondamentale premessa: Adler era un uomo del suo tempo e, nonostante sia stato considerato un eretico a seguito della rottura con Freud a causa della sua moderna ed attuale teoria di una psiche relazionale, in contrasto con la visione solipsistica ed esclusivamente intrapsichica unica in auge a quei tempi, dobbiamo considerare che viveva all'inizio del secolo scorso.

Il testo cui lei fa riferimento (Psicologia dell'omosessualità) è stato scritto nel 1930 ed è ispirato ad un precedente saggio del 1917, di quasi 100 anni fa!!!

In tale libro, Adler sostiene, effettivamente, che l'omosessualità nasca da conflitti psicodinamici di natura sociale.
E ancora, afferma che l’omosessualità rappresenta un errato training dell’essere umano che, a causa di insuccessi scoraggianti avvenuti nell’infanzia, al fine di evitare la sconfitta o il normale espletamento dell’attività amorosa, sceglie di escludere il sesso opposto.
Lo stesso testo, testualmente recita: “Le tendenze alla perversione degli individui maschi si rivelano come aspirazioni compensatorie, indotte e sperimentate nell’intento di rimuovere un senso di inferiorità nei confronti del potere sopravvalutato della donna. Parimenti, le perversioni delle donne sono tentativi compensatori di superare il senso di inferiorità femminile nei confronti dell’uomo, percepito come più forte.”

Ora, è chiaro che tutto quanto può apparire in qualche modo omofobo in tali affermazioni, va attualizzato e reinterpretato con una chiave di lettura che non può e non deve essere quella dell'inizio del secolo scorso.

Quando Adler parla di "perversioni" io tendo a leggere "deviazioni" (intese come variazioni del comportamento che non possono considerarsi in alcun modo lesive nei confronti di altri individui). Si tratta di una deviazione dalla media statistica che, ai tempi di Adler, era necessariamente considerata una perversione.
Se ora prova a rileggere la stessa frase virgolettata di Adler, sostituendo il termine perversione con deviazione, credo che potrà avere una visione abbastanza chiara di quale sia il pensiero adleriano di oggi.

Allo stesso modo quando Adler parla di "errato training" io oggi lo intendo come un "differente training" e, anche in questo caso, le affermazioni di Adler restano attuali e valide.

La moderna psicologia individuale considera l'omosessualità come una caratteristica della persona che, esattamente come tutti gli altri elementi del carattere, sono stati "costruiti" dal soggetto stesso.
L’unicità dell’individuo risiede proprio nella sua capacità creativa di costruire il proprio stile di vita, di individuare una meta di superiorità e di sicurezza verso cui tenderà la sua intera esistenza psicologica; risulta quindi chiaro che l’individuo che "sceglie" rapporti sessuali "non convenzionali" non fa altro che inseguire un suo personale obiettivo di sicurezza allo scopo di placare il suo sentimento di inferiorità.

A scanso di essere malinterpretato, vorrei precisarle che quando parlo di scelta, mi riferisco a una scelta non consapevole, in gran parte inconscia e che quando parlo di sentimento di inferiorità mi riferisco a una condizione universale di tutti gli individui.
Tutti noi, nella visione, adleriana, viviamo un sentimento di inferiorità (del resto siamo esseri finiti) che compensiamo con modalità assolutamente personali e creative; si tratta di compensazioni che tendono verso una nostra personale meta di sicurezza; chi è omosessuale, evidentemente, ha incluso nella sua meta ideale di sicurezza la relazione sessuale con persone del suo stesso sesso.

Per quanto riguarda il fatto che i sostenitori della "terapia riparativa" considerino Adler un loro precursore, ritengo si tratti di una loro arbitraria interpretazione. Evidentemente, non avendo teorie scientifiche attendibili cui far riferimento, si appropriano di pezzi di vari autori, scorporandoli dal loro contesto originale, facendone un uso improprio, e facendoli quindi apparire come un tutto unitario e sensato.

E' un po' come se io volessi dimostrare che la terra è piatta prendendo spunto da teorie medioevali "incollando" tra loro pezzi di autori dell'epoca a mio uso e consumo.

Se vuole approfondire il mio personale punto di vista, che riassume la moderna concezione adleriana dell'omosessualità, può trovare alcuni spunti qui:

http://www.gaypsicologia.com/p/teoria-in-pillole.html

Spero di aver risposto alla sua domanda.

Un caro saluto.

#12
Utente 266XXX
Utente 266XXX

Molto esaustivo, chiaro e appagante, grazie mille della disponibilità Dr. Callina .

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