Restrizione alimentare e abbuffate compulsive nei Disturbi Alimentari Anoressia e Bulimia

Dr.ssa Mariangela GaudioData pubblicazione: 20 marzo 2017

Uno dei comportamenti sintomatici più evidenti nelle persone che soffrono dei Disturbi Alimentari Anoressia e Bulimia è costituito dal seguire costantemente una ‘dieta’ estremamente rigida, attuando patologiche forme di restrizione alimentare.

La motivazione sottesa a queste ‘diete’ risiede sia nel desiderio di perdere peso oppure nel prevenire l’aumento di peso, sia nel bisogno di mantenere uno stretto controllo sull’alimentazione, sottoponendosi a severissime regole alimentari che prescrivono ‘quando’ mangiare (es. saltare tutti i pasti della prima parte della giornata, non mangiando nulla prima delle 4 del pomeriggio), ‘quanto’ mangiare (es. meno di 600 Kcal al giorno), e soprattutto ‘cosa’ mangiare.
Da quest'ultima regola alimentare deriva l’eliminazione di un ampio numero di cibi, che rende l’alimentazione stereotipata e inflessibile.


Sulla base di quanto testé evidenziato, dunque, si rileva come le 3 principali modalità adottate nella restrizione alimentare sono:

riduzione della frequanza dei pasti, ovvero tentare di digiunare il più possibile, saltando i pasti;

– riduzione della quantità di cibo al di sotto di un rigido limite calorico, in genere marcatamente inferiore al fabbrisogno quotidiano medio;

eliminazione di specifici cibi, temuti dalla persona perché percepiti come ‘ingrassanti’ o perché in passato hanno dato origine ad un attacco bulimico.


La gamma dei cibi evitati varia da una persona all’altra, ma in genere per una persona che soffre di Anoressia o Bulimia solo pochi cibi (es. verdure, frutta) riescono ad essere mangiati tranquillamente.
Nella maggior parte dei casi carboidrati e dolci rappresentano cibi proibiti, intensamente temuti e drasticamente rifiutati.


Diete rigide ed estreme di questo tipo risultano profondamente dannose sia dal punto di vista fisico che psicologico.
L’alimentazione giornaliera diventa gradualmente un tormento quotidiano. La persona appare dominata dal pensiero costantemente focalizzato sulle calorie, dall’ansia e dai sensi di colpa.


Si rileva inoltre un profondo danneggiamento della vita sociale della persona che, a causa del disagio che prevede di provare, si sente costretta a ridurre o evitare completamente situazioni sociali (es. uscire con gli amici, far visita ai parenti, etc.) che implicano il rischio di mangiare di fronte ad altre persone e di trovarsi di fronte a cibi ansiogeni.
L’alterazione del comportamento alimentare, dunque, ostacola gravemente le relazioni sociali, portando la persona ad un progressivo isolamento.

La maggior parte delle persone affette da Disturbi Alimentari che manifestano crisi di abbuffate compulsive esercitano quotidianamente un intenso sforzo su se stesse per seguire la ferrea dieta che si sono imposte.
La persona avverte il rigido dovere di seguire costantemente le regole alimentari ‘alla lettera’ e giudica di aver ‘fallito’ ogni volta che accade di mangiare di più rispetto a ciò che le regole permettono.

Sul piano emotivo, poiché tale ‘dieta’ severissima ed estrema genera inevitabilmente frequenti, seppur minime, trasgressioni, nella persona si innesca una intensa demoralizzazione ed una dolorosa auto-critica, che spesso sfocia nell’abbuffata.
A sostenere questa reazione emotiva di fronte alla rottura delle regole dietetiche è uno stile di pensiero caratteristico di molte persone che soffrono di disturbi alimentari, definito pensiero ‘tutto o nulla’.

A fronte di quanto considerato, emerge come il costante ed estremo sforzo di restrizione, la reazione al percepito ‘fallimento’, unitamente alla presenza di stati emotivi dolorosi da cui la persona cerca sollievo e fuga mediante il cibo, costituiscono importanti fattori che tipicamente scatenano l’abbuffata, innescando in tal modo un circolo vizioso estenuante, di cui spesso la persona mantiene per anni un doloroso segreto.

Autore

mariangelagaudio
Dr.ssa Mariangela Gaudio Psicoterapeuta, Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2007 presso Università degli Studi di Padova.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Veneto tesserino n° 7522.

5 commenti

#1
Utente 949XXX
Utente 949XXX

Gentilissima dott.ssa,

ho letto il suo articolo e ritrovo parte della mia vita anche se per me la fase di "abbuffata" è quella in cui mi trovo a non poter condurre la mia solita dieta (ad esempio se esco con il "mio" ragazzo, o quando vado a trovae la mia famiglia che ormai su questa cosa non mi dà tregua).

Non sono propriamente una adolescente, ma combatto con il mio amore/odio per il cibo da quando avevo 6 anni ed ho fatto la prima dieta. La gioia di vivere mi ha salvata, fino ad un paio di anni fa, da atteggiamenti estremi, e mi ha impedito di cadere nel circolo vizioso dal quale, invece, oggi non riesco ad uscire. Restrizione ferrea (mangio quasi esclusivamente yogurt e petto di tacchino), conteggio ossessivo delle calorie (entro le 800 al giorno), uso di lassativi ed intensa attività sportiva (mediamente 2 ore al giorno) mi stanno lentamente conducendo in un baratro. Il mio peso è al limite del sottopeso, quindi nella norma, credo (spero!) a causa dei muscoli che ho sviluppato nell'ultimo anno. Il problema è che per me lo sport è uno strumento per dimagrire, non per tonificare. Ma più ne faccio più definisco il muscolo, il peso scende lentamente ed io sono in perenne lotta con me stessa, con la tendenza a ridurre sempre di più l'introito calorico.

Ovviamente la mia vita sociale e lavorativa ne risentono, la mia famiglia soffre, ed il ragazzo con cui esco in parte non capisce ed in parte è vittima della mia apatia, del mio distacco e dell'incapacità di provare emozioni.

Ho intrapreso varie terapie ma, come tipico dei pazienti affetti da questo disturbo, non sono riuscita ad andare oltre le 2/3 sedute.

In passato ho sofferto di attacchi d'ansia, nel periodo universitario, e mi sono affidata ad uno psicoterapeuta cognitivo comportamentale che mi ha aiutata moltissimo.

Vedo che riceve a Pavia, ma io sto a Milano. Viene anche qui qualche volta?

Grazie mille,

Elisabetta

#2
Utente 949XXX
Utente 949XXX

Padova, non Pavia! :)

#3
Dr.ssa Mariangela Gaudio
Dr.ssa Mariangela Gaudio

Gent. Elisabetta,
a fronte della sintomatologia e della sofferenza che mi descrive, la invito a riflettere sulle cause che in passato hanno condotto al drop out.
Molto frequentemente sono presenti nella persona che soffre di Disturbo Alimentare intense paure legate alle conseguenze del cambiamento, paure che non si ha il coraggio di esprimere al proprio psicoterapeuta.
Ciò può condurre a fuggire, a rinunciare, rifugiandosi nuovamente nel guscio del disturbo che, seppur doloroso, risulta conosciuto.
Le consiglio di sforzarsi di parlare con sincerità e fiducia dei suoi timori ad uno psicoterapeuta esperto in DCA della sua zona, in quanto ciò può consentirle di superare il blocco iniziale e iniziare ad aprire la porta di uscita dalla trappola del disturbo.
Cordiali saluti.
Gaudio

#4
Utente 949XXX
Utente 949XXX

Molte grazie dott.ssa. Ha qualche nome da indicarmi nella zona di Milano?

#5
Dr.ssa Mariangela Gaudio
Dr.ssa Mariangela Gaudio

Gent. Elisabetta,
purtroppo non conosco personalmente colleghi esperti in Disturbi Alimentari in zona Milano. Le consiglio di chiedere informazioni presso il Centro Regionale DCA San Raffaele di Milano.
Cordiali saluti.
Gaudio

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