Quando una madre (o il caregiver) ha bisogno che il figlio stia male
L’idea che una madre (o più in generale, il caregiver di un minore) possa desiderare, anche inconsciamente, che il proprio figlio stia male entra in conflitto con una delle immagini più radicate nella nostra cultura: quella della maternità come spazio naturale di protezione, altruismo e sacrificio. Proprio per questo, quando emergono casi in cui un genitore inventa o induce malattie nel figlio, la reazione più comune è lo sgomento, il rifiuto di credere che qualcosa del genere sia possibile. Eppure, la psicologia clinica mostra che si tratta di un fenomeno raro ma reale, che richiede competenza e attenzione, senza facili giudizi morali.
In ambito scientifico questo comportamento è definito Disturbo Fittizio Imposto ad Altri (Factitious Disorder Imposed on Another, DSM-5). In questi casi, il genitore – nella maggioranza dei casi la madre – presenta il bambino come malato, fragile o bisognoso di cure continue, anche in assenza di una reale patologia medica. Talvolta i sintomi vengono riferiti, esagerati o falsificati; in altri casi possono essere attivamente indotti o mantenuti. Il nodo centrale, tuttavia, non riguarda tanto le modalità quanto le motivazioni psicologiche sottostanti.
La spinta principale non è il guadagno economico né un beneficio materiale diretto. Ciò che viene ricercato è soprattutto un vantaggio emotivo e identitario. La malattia del figlio diventa una struttura organizzatrice dell’esistenza: scandisce il tempo, giustifica rinunce e scelte, conferisce un ruolo sociale chiaro. La madre viene vista come premurosa, instancabile, forte. In questo riconoscimento esterno può colmarsi un vuoto interno profondo, spesso legato a bisogni affettivi insoddisfatti o incapacità genitoriale.
Molte delle madri coinvolte presentano storie personali segnate da carenze relazionali, traumi di attaccamento, esperienze di abbandono o relazioni instabili. Non sempre vi è consapevolezza di questi bisogni, ma il figlio finisce per assumere una funzione di regolatore emotivo. La maternità, invece di rappresentare uno spazio di crescita reciproca, si trasforma in una relazione asimmetrica, in cui il benessere psicologico dell’adulto dipende dalla fragilità del bambino.
Un elemento centrale è il tema del controllo. La gestione di una malattia, reale o presunta, offre una sensazione di padronanza: sul corpo del figlio, sulle decisioni mediche, sul ritmo della vita quotidiana. In soggetti con un senso di identità fragile e un’elevata ansia di base, il controllo diventa una strategia difensiva contro il caos emotivo. Finché il figlio è “malato”, il ruolo è definito e l’angoscia contenuta.
A questo si associa frequentemente una paura intensa della separazione. Un bambino percepito come fragile resta vicino, dipendente, bisognoso. La crescita, l’autonomia e l’individuazione possono essere vissute come minacce alla stabilità emotiva dell’adulto. In questo senso, la malattia diventa uno strumento inconsapevole per congelare il tempo e impedire il cambiamento. Non si tratta di un piano deliberato, ma di una dinamica relazionale che si struttura progressivamente e tende a irrigidirsi.
Come riconoscere i segnali: indicatori clinici e relazionali
Uno degli aspetti più complessi di questo disturbo è la sua difficile riconoscibilità, poiché il comportamento è mascherato da cura e preoccupazione, qualità socialmente valorizzate. Tuttavia, nel tempo, possono emergere alcuni segnali che meritano attenzione clinica, soprattutto quando si presentano in modo ricorrente e coerente.
Dal punto di vista medico, un campanello d’allarme è rappresentato da una discrepanza tra i sintomi riferiti e i riscontri clinici, con frequenti accessi a strutture sanitarie, esami ripetuti e consulti multipli che non portano a diagnosi chiare. I sintomi del bambino possono cambiare nel tempo, peggiorare in assenza di spiegazioni mediche o manifestarsi prevalentemente in presenza del genitore.
Sul piano relazionale, la madre può apparire estremamente competente, coinvolta e collaborativa con il personale sanitario, ma allo stesso tempo mostrare una difficoltà a tollerare rassicurazioni o miglioramenti clinici. La guarigione del bambino, anziché essere vissuta come sollievo, può generare ansia, frustrazione o un incremento della ricerca di nuovi problemi.
Un ulteriore indicatore riguarda il vissuto del bambino, che può mostrarsi insicuro rispetto alle proprie sensazioni corporee, confuso nel distinguere dolore reale e aspettative dell’adulto, o eccessivamente allineato al ruolo di “malato”. Nei bambini più grandi possono emergere segnali di ansia, ipervigilanza, difficoltà di autonomia o una precoce responsabilizzazione emotiva nei confronti del genitore.
È importante sottolineare che nessun singolo segnale è di per sé diagnostico. Solo una valutazione multidisciplinare, attenta e graduale, consente di distinguere una preoccupazione genitoriale intensa ma non patologica da una dinamica di tipo fittizio. Il rischio maggiore, infatti, è sia quello di non vedere una situazione di abuso, sia quello di patologizzare ingiustamente una madre in difficoltà.
Conseguenze psicologiche e importanza dell’intervento
Le conseguenze per il bambino possono essere significative anche in assenza di danni fisici evidenti. Crescere sentendosi costantemente malati o vulnerabili incide sull’immagine di sé, sul rapporto con il proprio corpo e sulla capacità di riconoscere i propri bisogni. In età adulta, queste esperienze possono tradursi in ansia cronica, difficoltà relazionali, somatizzazioni o una profonda confusione identitaria.
Per questo motivo, parlare di questi fenomeni in modo chiaro e responsabile è essenziale. Comprendere non significa giustificare, ma riconoscere che dietro comportamenti gravemente dannosi si cela spesso un passato di sofferenza non elaborata. Solo partendo da questa consapevolezza è possibile proteggere i bambini, interrompere la dinamica abusante e offrire un intervento terapeutico adeguato anche all’adulto coinvolto.
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Bibliografia
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