Utente 211XXX
Salve,

sono una operaia metalmeccanca di 53 anni, lavoro per la stessa azienda da 11 anni. Circa 6 anni fa mi hanno diagnosticato un'artrosi degenerativa per la quale mi è stata riconosciuta un'invalidità civile del 46%. Dopo circa un anno mi è stato riconosciuto un aggravio che ha portato l'invalidità al 75% (per le complicanze dell'artrosi stessa e altri problemi concomitanti,embolia polmonare e depressione). Nel 2007 l'azienda mi ha riconosciuto nella quota d'obbligo prevista dall'articolo 3 ella legge 68/99. L'artrosi ha colpito la colonna vertebrale sia a livello cervicale che lombo sacrale. La situazione é tale che nemmeno un intervento chirurgico é fattibile (ernie calcificate, dischi intervertebrali praticamente marci). Vi lascio immaginare il livello di dolore che ho in tutto il corpo infatti sono in terapia al centro del dolore in quanto i farmaci hanno un effetto quasi nullo con una serie di effetti collaterali sempre più gravi. Di fronte a tutto questo il medico dell'azienda mi ha dato delle limitazioni (non movimentare carichi oltre 5 kg, non fare flessioni nè torsioni, non stare ferma sullo stesso punto ecc..) ma ho continuato nelle mie mansioni non potendo rispettare tali limitazioni perchè l'azienda affermava di non avere un altro posto più leggero dove mettermi. Da circa 2 mesi non riesco più in nessun modo a svolgere quel tipo di lavoro. La risposta dell'azienda non cambia nonostante esistano all'interno postazioni più idonee in quanto l'azienda è di dimensioni notevoli (più di 500 operai). I sindacati mi riferiscono che l'azienda può lasciarmi a casa 2 anni senza stipendio in attesa di crearmi un lavoro idoneo (che comunque ribadisco già esserci in azienda). Io sono disperata perchè non capisco chi mi possa realmente aiutare..chi deve decidere se c'è o meno questo lavoro idoneo? Corro il rischio del licenziamento? Sapete darmi qualche indicazione concreta a chi chiedere aiuto? Vorrei solo continuare a lavorare per vivere e non morire di lavoro..

[#1] dopo  
Dr. Nicola Mascotti

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Spett.le Utente,
il Suo caso rientra nell'ambito delle casistiche di sopravvenuta inidoneità alla mansione svolta.

Relativamente a tale caso, il D.Lgs. 81/08 recita:
"Art. 42.(Provvedimenti in caso di inidoneità alla mansione specifica):
Il datore di lavoro, anche in considerazione di quanto disposto dalla legge 12 marzo 1999, n. 68, in
relazione ai giudizi di cui all’articolo 41, comma 6, attua le misure indicate dal medico competente e
qualora le stesse prevedano un’inidoneità alla mansione specifica adibisce il lavoratore, ove
possibile, a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori garantendo il trattamento
corrispondente alle mansioni di provenienza."

Un eventuale licenziamento quindi non può essere effettuato senza che il datore di lavoro non dimostri di aver cercato prima di adibire il lavoratore a mansioni equivalenti o alternative compatibili.
Nel caso in cui non esistano nell'ambito aziendale mansioni alternative compatibili con le residue capacità lavorative del dipendente, il lavoratore può essere licenziato.

Nel caso specifico, posso consigliarLe di effettuare, tramite il Suo Sindacato, segnalazione allo S.P.S.A.L.
ed alla Direzione Provinciale del Lavoro, organismi che possono indirizzare il datore di lavoro nel cambio di mansione da attibuirLe, al fine di porre in atto quanto previsto dall'art.42 del D.Lgs.81/08, senza compromettere il rapporto di lavoro.

Distinti Saluti.



Nicola Mascotti,M.D.

[Si prega di non richiedere valutazioni o stime del grado di invalidità]