Ha senso la psicoterapia per mio padre?
Gentili Dottori,
ho chiesto un consulto qualche giorno fa in psichiatria per essere consigliata circa uno specialista adatto a prendere in cura mio padre per un percorso di psicoterapia.
A distanza di poco tempo, sono a domandarmi, e a domandarvi, se abbia senso perseguire tale strada.
Io sono convinta che mio padre abbia una patologia mentale, ma non ho le competenze per formulare quale essa sia avendo io fatto un diverso percorso di studi.
Mio padre conduce una vita normale (al netto del fatto che deve recarsi spesso in ospedale per delle cure mediche) fatta di viaggi, investimenti, cene con amici e ha anche una compagna con cui convive.
Il nostro rapporto è buono nel senso che siamo legati da affetto, ma frequentarlo è per me causa di stress e spesso anche di sofferenza.
Sono infatti purtroppo rare le occasioni in cui i nostri incontri non mi lasciano addosso una sottile inquietudine.
Il motivo di ciò è che è come se vivesse in un mondo tutto suo: mente a se stesso in continuazione, rielaborando realtà alternative per non soffrire.
Ad esempio in passato aveva sviluppato una dipendenza dagli alcolici (fortunatamente non ha più questo problema da una decina danni) che è stata la causa del divorzio da mia madre e che lui (nelle rare occasioni in cui ammette di averla avuta) sostiene sia sopraggiunta dopo il divorzio nonchè a causa di esso.
Oppure giura di aver smesso di fumare e cinque minuti dopo si accende una sigaretta.
Procrastina molto gli impegni (come le visite mediche importanti) e le decisioni, è convinto di essere sempre più intelligente degli altri, non si mette mai in discussione.
Quando gli si muove qualche critica, si schernisce sempre, non prendendosi mai alcuna responsabilità ma, anzi, assumendo un atteggiamento vittimistico.
In passato ha anche avuto una dipendenza dal lavoro (ora è in pensione), arrivando a lavorare praticamente sempre.
Ha sempre diffidato degli psicologi, ma di recente (su mia insistenza!) ha detto che forse potrebbe fare qualche colloquio con un terapeuta, incaricandomi di sceglierlo.
Mi faccio molte domande però. . ha senso
considerata la sua età (70 anni) e considerato il fatto che non ci crede? lepifania sulla sua vita non sarebbe troppo dolorosa?
Io però soffro nel non aver mai avuto un papà normale ed il suo mezzo sì alla terapia è probabilmente il solo momento in cui mi sono sentita orgogliosa di lui.
Grazie per lascolto.
ho chiesto un consulto qualche giorno fa in psichiatria per essere consigliata circa uno specialista adatto a prendere in cura mio padre per un percorso di psicoterapia.
A distanza di poco tempo, sono a domandarmi, e a domandarvi, se abbia senso perseguire tale strada.
Io sono convinta che mio padre abbia una patologia mentale, ma non ho le competenze per formulare quale essa sia avendo io fatto un diverso percorso di studi.
Mio padre conduce una vita normale (al netto del fatto che deve recarsi spesso in ospedale per delle cure mediche) fatta di viaggi, investimenti, cene con amici e ha anche una compagna con cui convive.
Il nostro rapporto è buono nel senso che siamo legati da affetto, ma frequentarlo è per me causa di stress e spesso anche di sofferenza.
Sono infatti purtroppo rare le occasioni in cui i nostri incontri non mi lasciano addosso una sottile inquietudine.
Il motivo di ciò è che è come se vivesse in un mondo tutto suo: mente a se stesso in continuazione, rielaborando realtà alternative per non soffrire.
Ad esempio in passato aveva sviluppato una dipendenza dagli alcolici (fortunatamente non ha più questo problema da una decina danni) che è stata la causa del divorzio da mia madre e che lui (nelle rare occasioni in cui ammette di averla avuta) sostiene sia sopraggiunta dopo il divorzio nonchè a causa di esso.
Oppure giura di aver smesso di fumare e cinque minuti dopo si accende una sigaretta.
Procrastina molto gli impegni (come le visite mediche importanti) e le decisioni, è convinto di essere sempre più intelligente degli altri, non si mette mai in discussione.
Quando gli si muove qualche critica, si schernisce sempre, non prendendosi mai alcuna responsabilità ma, anzi, assumendo un atteggiamento vittimistico.
In passato ha anche avuto una dipendenza dal lavoro (ora è in pensione), arrivando a lavorare praticamente sempre.
Ha sempre diffidato degli psicologi, ma di recente (su mia insistenza!) ha detto che forse potrebbe fare qualche colloquio con un terapeuta, incaricandomi di sceglierlo.
Mi faccio molte domande però. . ha senso
considerata la sua età (70 anni) e considerato il fatto che non ci crede? lepifania sulla sua vita non sarebbe troppo dolorosa?
Io però soffro nel non aver mai avuto un papà normale ed il suo mezzo sì alla terapia è probabilmente il solo momento in cui mi sono sentita orgogliosa di lui.
Grazie per lascolto.
Gentilissima,
l'età di suo padre non costituisce assolutamente un deterrente per iniziare un percorso psicologico-psicoterapeutico. Lei fa benissimo ad essere orgogliosa di lui, non è così comune che un individuo che è sempre stato poco avvezzo a trattamenti simili decida di prendere in considerazione un tentativo.
Non si penta di aver provato a convincerlo a sottoporsi a questa strada, anzi, continui pure a dargli il sostegno di cui ha bisogno. Individui, dunque, un professionista che possa seguire suo padre personalmente e ne parli con lui spiegandogli il motivo di questa sua proposta.
In tanti prima di cominciare non credevano molto nel percorso psicologico-psicoterapeutico e, nel tempo, si sono ricreduti abbandonando ogni scetticismo. Perché lo stesso discorso non potrebbe valere per suo padre? Questa è una di quelle situazioni le cui conseguenze non si possono conoscere a priori ma solo a posteriori.
Ci tenga pure aggiornati, se vuole.
Un cordiale saluto,
l'età di suo padre non costituisce assolutamente un deterrente per iniziare un percorso psicologico-psicoterapeutico. Lei fa benissimo ad essere orgogliosa di lui, non è così comune che un individuo che è sempre stato poco avvezzo a trattamenti simili decida di prendere in considerazione un tentativo.
Non si penta di aver provato a convincerlo a sottoporsi a questa strada, anzi, continui pure a dargli il sostegno di cui ha bisogno. Individui, dunque, un professionista che possa seguire suo padre personalmente e ne parli con lui spiegandogli il motivo di questa sua proposta.
In tanti prima di cominciare non credevano molto nel percorso psicologico-psicoterapeutico e, nel tempo, si sono ricreduti abbandonando ogni scetticismo. Perché lo stesso discorso non potrebbe valere per suo padre? Questa è una di quelle situazioni le cui conseguenze non si possono conoscere a priori ma solo a posteriori.
Ci tenga pure aggiornati, se vuole.
Un cordiale saluto,
Dr. Valerio Bruno
Gentile utente,
avendo letto anche la sua precedente richiesta, non a caso spedita in psichiatria, e considerando la sua difficoltà a comprendere le obiezioni sollevate dal dr Ruggiero ad una terapia "per procura", vorrei invitarla a considerare quanto segue: nel suo desiderio di far scoprire a suo padre un'altra "verità", alternativa a quella che negli anni lui si è costruito, non c'è piuttosto il desiderio di far valere la dolorosa, punitiva "verità" (altrettanto soggettiva) di lei che ci scrive?
Partendo da questo dubbio, mi sento di suggerire piuttosto degli incontri con uno specialista delle relazioni familiari, per esempio un sistemico-relazionale, ma non perché curi suo padre, bensì perché curi la diade che oggi voi due rappresentate, percorsa da sotterranee sofferenze. Meglio ancora sarebbe un confronto, davanti allo specialista di tutti i membri della famiglia.
Conosco il dolore col quale afferma: "Sono infatti purtroppo rare le occasioni in cui i nostri incontri non mi lasciano addosso una sottile inquietudine".
Da questo dolore, che ho sentito tante volte nelle figlie dei divorziati, lei ricava l'impressione che suo padre menta a sé stesso, che non voglia ammettere una buona volta la devastazione che a giudizio degli altri avrebbe portato lui solo nella famiglia.
Ma allo specialista che troppe volte ha sentito questi racconti, giunge principalmente il grido della bambina ferita, una bambina che invoca verità e giustizia, ma non sa uscire dalla infantile, fiduciosa, falsamente protettiva "verità" che si è costruita, anche con l'aiuto di altri, quando era troppo piccola e troppo sofferente per accedere ad interpretazioni diverse.
Uno specialista prenderebbe in cura il dolore irrisolto di lei che ci scrive e l'aiuterebbe a vedere che il divorzio dei suoi genitori non può essere dipeso solo da suo padre; che gli adulti mentono ai bambini, e non solo per proteggerli.
Per fare un esempio, l'alcolismo di suo padre che in teoria distrugge il matrimonio ma non la vita lavorativa di quest'uomo, alcolismo che i figli non vedono ma la moglie sì... Non è strano che questa moglie non ne parli, se non molto più tardi? Non le sembra che sia una verità "aggiustata", o quantomeno parziale?
Io spero che lei stessa abbia già fatto un cammino terapeutico di riparazione e consapevolezza. Se è così, ora si tratta di approfondire la compassione verso sé stessa, e questo passa dallo scoprire e dall'accettare anche la verità di suo padre.
Ogni tentativo di demonizzarlo (narcisista, bugiardo patologico, lavoro-dipendente etc.) non può che risolversi in uno sterile, mai concluso desiderio di vendetta.
Capisco che sto forse scoprendo il vaso di Pandora, ma certi dolori sommersi è meglio curarli finché tutti i protagonisti sono ancora vivi, pena la scoperta tardiva e il rimorso.
Spero di averle fornito qualche spunto di riflessione.
Buone cose.
avendo letto anche la sua precedente richiesta, non a caso spedita in psichiatria, e considerando la sua difficoltà a comprendere le obiezioni sollevate dal dr Ruggiero ad una terapia "per procura", vorrei invitarla a considerare quanto segue: nel suo desiderio di far scoprire a suo padre un'altra "verità", alternativa a quella che negli anni lui si è costruito, non c'è piuttosto il desiderio di far valere la dolorosa, punitiva "verità" (altrettanto soggettiva) di lei che ci scrive?
Partendo da questo dubbio, mi sento di suggerire piuttosto degli incontri con uno specialista delle relazioni familiari, per esempio un sistemico-relazionale, ma non perché curi suo padre, bensì perché curi la diade che oggi voi due rappresentate, percorsa da sotterranee sofferenze. Meglio ancora sarebbe un confronto, davanti allo specialista di tutti i membri della famiglia.
Conosco il dolore col quale afferma: "Sono infatti purtroppo rare le occasioni in cui i nostri incontri non mi lasciano addosso una sottile inquietudine".
Da questo dolore, che ho sentito tante volte nelle figlie dei divorziati, lei ricava l'impressione che suo padre menta a sé stesso, che non voglia ammettere una buona volta la devastazione che a giudizio degli altri avrebbe portato lui solo nella famiglia.
Ma allo specialista che troppe volte ha sentito questi racconti, giunge principalmente il grido della bambina ferita, una bambina che invoca verità e giustizia, ma non sa uscire dalla infantile, fiduciosa, falsamente protettiva "verità" che si è costruita, anche con l'aiuto di altri, quando era troppo piccola e troppo sofferente per accedere ad interpretazioni diverse.
Uno specialista prenderebbe in cura il dolore irrisolto di lei che ci scrive e l'aiuterebbe a vedere che il divorzio dei suoi genitori non può essere dipeso solo da suo padre; che gli adulti mentono ai bambini, e non solo per proteggerli.
Per fare un esempio, l'alcolismo di suo padre che in teoria distrugge il matrimonio ma non la vita lavorativa di quest'uomo, alcolismo che i figli non vedono ma la moglie sì... Non è strano che questa moglie non ne parli, se non molto più tardi? Non le sembra che sia una verità "aggiustata", o quantomeno parziale?
Io spero che lei stessa abbia già fatto un cammino terapeutico di riparazione e consapevolezza. Se è così, ora si tratta di approfondire la compassione verso sé stessa, e questo passa dallo scoprire e dall'accettare anche la verità di suo padre.
Ogni tentativo di demonizzarlo (narcisista, bugiardo patologico, lavoro-dipendente etc.) non può che risolversi in uno sterile, mai concluso desiderio di vendetta.
Capisco che sto forse scoprendo il vaso di Pandora, ma certi dolori sommersi è meglio curarli finché tutti i protagonisti sono ancora vivi, pena la scoperta tardiva e il rimorso.
Spero di averle fornito qualche spunto di riflessione.
Buone cose.
Prof.ssa Anna Potenza
Riceve in presenza e online
Primo consulto gratuito inviando documento d'identità a: gairos1971@gmail.com
Questo consulto ha ricevuto 2 risposte e 108 visite dal 03/05/2026.
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