Utente
Buongiorno, scrivo perché mi sarebbe utile un'opinione professionistica su una questione che fa parte della mia vita da alcuni anni. Sono una ragazza di 22 anni e ho compiuto, in passato, atti autolesionistici. Le prime volte sono avvenute fra i 16 e i 18 anni; in quel periodo si è trattato di episodi molto sporadici - oserei dire non più di tre o quattro volte in tutto, nient'altro che pochi piccoli graffi. Dopo il liceo non mi è più capitato di desiderare di ferirmi per anni, quindi avevo liquidato la cosa e pensavo di essermela lasciata alle spalle con la mia adolescenza. Del resto non mi sembrava di aver mai perso il controllo su questo problema: non mi consideravo una 'vera' autolesionista, mi sembrava offensivo nei confronti di coloro i cui impulsi sono molto più forti e difficili da controllare di quanto fossero stati i miei (non li definirei neppure impulsi, al massimo voglie), che oltretutto erano spariti da soli. Tuttavia, poco più di un anno fa, sono entrata in un periodo un po' difficile della mia vita - una relazione importante stava finendo male ed ero in crisi per l'università. Mi è tornata la voglia di ferirmi, con una frequenza più alta di quando ero adolescente. Nel giro di un paio di mesi mi sono procurata tre o quattro graffi (in modo più doloroso di quando ero ragazzina, incidendomi la pelle con qualcosa di appuntito, come forbicine o una penna scarica, per una decina di minuti ogni volta), e vari lividi causati da morsi. In quel periodo credo di essermi avvicinata di più a provare dei veri 'impulsi'. Ci pensavo tutti i giorni e certe volte mi bastava prendere in mano una cosa per immaginare come usarla per farmi del male (la maggior parte delle volte comunque rimaneva solo un pensiero che non mettevo in atto). Mi sono resa conto che se continuavo a lasciare che succedessero queste cose (fino a quel momento non avevo fatto nulla per non cedere questi 'impulsi') il problema sarebbe potuto peggiorare, e ho deciso di smettere. Da quel momento fino ad oggi, per quasi un anno e mezzo, non mi sono più ferita. Ho continuato ad averne voglia, ma sempre meno col passare dei mesi. Anche oggi mi capita abbastanza spesso di pensarci, ma non mi viene quasi mai voglia di tradurre mai il pensiero in azione e non ho quasi più bisogno di autocontrollarmi. Quando penso a questa cosa provo vergogna. Da un lato, ricordo che la voglia di ferirmi era effettiva e che provavo piacere con il dolore fisico.Ma una parte di me pensa che fosse un modo egoistico di tentare di richiamare l'attenzione. Mi sento una truffatrice, che se il mio fosse stato un problema vero smettere sarebbe stato più difficile e gli impulsi che provavo all'epoca molto più forti - sento che vi ho ceduto solo perché non ho fatto sforzi per fermarli. Mi sento sciocca ed egocentrica a compare le mie sofferenze con quelle di persone che stanno molto peggio di me. Vorrei sapere quanto peso dovrei dare alla mia esperienza o se invece dovrei semplicemente deconcentrarmi da me stessa.

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Dr. Armando De Vincentiis

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(...).Ma una parte di me pensa che fosse un modo egoistico di tentare di richiamare l'attenzione. (..)
gentile utente provocarsi ferite può avere diverse motivazione. una tra tutte è la sedazione. LA ferita fa si che si producano endorfine naturali che ci danno una sensazione di piacere e, una volta appreso il meccanismo, se ne può diventare dipendenti.Ancora, il dolore ci distrae da un dolore psicologico più grande e se ne sente il bisogno in caso in cui si vivono condizioni emotivamente disturbanti, a volte per una ricerca di attenzione.
alla base c'è una sofferenza che dovrebbe essere sempre portata all'attenzione di un terapeuta.
saluti
Dr. Armando De Vincentiis
Psicologo-Psicoterapeuta
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Dr. Christian Spinelli

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Gentile Utente,
la condotta autolesionistica come risposta ad eventi ansiogeni per modulare i propri stati emotivi è di per sè una strategia disfunzionale che richiede attenzione clinica.
Tuttavia, non volendo creare allarmismi, le consiglierei di osservare se vi sia una eventuale sistematicità con cui adotterebbe questa modalità di fronteggiamento degli eventi critici che invece non riuscirebbe a gestire in modo alternativo.
Il fatto che attualmente ha "il pensiero che non si traduce in azione" è sicuramente una buona condizione, come lo è anche un certo livello di autoconsapevolezza su quanto le stia accadendo.
Se però dovesse ancora riscontrare difficoltà ad affrontare diversamente il disagio emotivo contingente agli eventi di vita, è consigliabile consultare uno psicoterapeuta con cui lavorare sui suoi schemi cognitivi ed emotivi e sulle strategie di gestione tipicamente messe in atto.
Cordiali saluti.


Dr. Christian Spinelli
Psicologo&Psicoterapeuta
www.psicologospinelli.it