Depressione per scelte sbagliate o scelte sbagliate per depressione?

Buongiorno,
dopo oltre un decennio di malesseri vari che per brevità non descrivo, ho deciso di effettuare un controllo psichiatrico, parlando con il medico quello che lui ha focalizzato è la mia mancanza di decisionismo. Un po per carattere, un po per debolezza lascio che gli altri, anche in buona fede, spesso prendano il controllo di decisioni fondamentali e questo mi ha creato una sorta di assoluta apatia e tristezza che non mi fa progettare un futuro ma solamente vivere una quotidianità triste e pesante.
In particolare è venuto fuori la mia disastrosa situazione sentimentale, una relazione con una donna mia coetanea (39 anni), che non ha mai avuto rapporti con uomini o fidanzamenti e che dopo oltre due anni continua a condizionare con la sua indecisione o paura la nostra sfera sessuale e sentimentale, e secondo lo psichiatra questo è un altro esempio di decisione imposta da qualcun'altro.
Da questo esempio il titolo del consulto, e ora più di prima mi chiedo fino a che misura le decisioni che prendo (o non prendo) sono frutti di razionalità e pensiero o di paure e depressioni?
Mi è stato prescritto il ezequa da 30 mg per 7gg e dopo 60 mg, ma proprio lo psichiatra mi ha detto che è solo una pezza, il punto è iniziare a riprendere le redini della propria vita progettando un futuro.
Aiuto.
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Dr.ssa Flavia Massaro Psicologo 12,5k 233 130
"fino a che misura le decisioni che prendo (o non prendo) sono frutti di razionalità e pensiero o di paure e depressioni?"

Gentile Utente,

le emozioni guidano il comportamento di tutte le persone, soprattutto quando sono intense e disfunzionali.
Non conoscendola non possiamo ovviamente darle una risposta precisa sul suo caso, ma sarebbe bene che lei iniziasse un percorso psicoterapeutico per modificare quegli aspetti che le provocano sofferenza, oltre ad assumere un antidepressivo.
Lo psichiatra non le ha suggerito di affidarsi ad uno psicologo psicoterapeuta per farsi aiutare a lavorare su di sè?

Dr.ssa Flavia Massaro, psicologa a Milano e Mariano C.se
www.serviziodipsicologia.it

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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Buongiorno,

penso che questo colloquio psichiatrico le abbia portato alcuni stimoli importanti su sui potersi soffermare a riflettere, come mi sembra stia facendo.

Quello che ci racconta merita la massima attenzione, e mi fa pensare che la parola "depressione" che lei usa, possa indicare la mancanza della sua espressività. La costellazione emotiva e gli stati d'animo che descrive mi sembrano particolarmente coerenti in tal senso: il senso di "debolezza", l'"assoluta apatia", la "tristezza" e il perpetuo ripetersi di un presente senza tempo in cui, come lei dice acutamente, non sembra possibile prendere una decisione per sé, fare scelte e progetti. Come se fosse spettatore della sua vita e non il protagonista, come se mortificasse se stesso in uno stato sopravvivenziale, senza poter esistere autenticamente.

Anche relativamente alla situazione sentimentale di cui ci fa cenno, sembra che non abbia voluto aprire certi discorsi con la sua fidanzata, e questo da una parte può essere protettivo ma dall'altra anche mortificante purtroppo. Restano vivi quei sentimenti di "indecisione e paura", e vi condizionano.
Chissà, forse ci sono delle risonanze tra voi, che non vi siete ancora autorizzati ad affrontare, mettendovi in gioco.

Se tutto questo vissuto ha un suo carico importante per lei, è pur vero che oggi mi sembra sentire l'esigenza di cambiare. Usa una metafora significativa in proposito, ovvero riprendere le redini della sua vita, desiderando cioè sentire la sua vita nelle sue mani.
Lo dimostra anche il controllo psichiatrico che ha deciso di effettuare e il desiderio di scriverci per approfondire il suo malessere.

In attesa di avere un suo parere circa la domanda della dottoressa Massaro che condivido, vorrei anche io farle una domanda, cioè chiederle di più circa il senso del titolo del consulto. "Depressione per scelte sbagliate o scelte sbagliate per depressione?", è una bella domanda e, se ha voglia di parlarne, vorrei chiederle cosa implica per lei questa distinzione?

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis

Dr. Enrico de Sanctis - Roma
Psicologo e Psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico
www.enricodesanctis.it

[#3]
dopo
Utente
Utente
Dr. ssa. Massaro alla fine del colloquio con lo psichiatra, ho chiesto se oltre ai farmaci si potesse usare qualche altro percorso, so l'effetto di questi farmaci e pur sapendo che in un certo momento sono essenziali non posso sostituire una vera guarigione, quindi fra 10 giorni ritornerò a parlare con lo psichiatra e vedremo come procedere.

Dr. De Sanctis il titolo della domanda nasce dalla chiacchierata avuta con lo psichiatra, lui ritiene che io un certo senso prenda (o non prenda in base ai punti di vista) delle decisioni che mi portano a subire (in buona o cattiva fede) le scelte degli altri e quindi mi deprimo. Ora il mio dubbio e qui il titolo, questa depressione è qualcosa di pregresso dovuto a scompensi chimici o altro, oppure sono state queste scelte sbagliate magari legate al mio carattere fin troppo accondiscendente a portarmi a questa depressione?
Come dicevo allo psichiatra a volte vorrei qualcuno che mi dicesse, fai questo e questo e vedrai che è fatto giusto e funzionerà, so che è assurdo ma vivo in un costante stato di dubbio e il tempo che passa me lo acuisce ho come l'impressione che la vita la stia perdendo per sempre.

Lo psichiatra è stato molto duro in merito alla mia fidanzata e pensa che anche lei avrebbe bisogno di un urgente aiuto,ma lei non ha mai pensato a una terapia di coppia pur essendo una persona di cultura è cresciuta in una famiglia con rigide regole morali. Di conseguenza lo psichiatra non pensa che sia una scelta saggia continuare una relazione cosi, anzi dovrei seguire il mio impulso che mi porterebbe a viaggiare all'estero (per lavoro).
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Dr.ssa Flavia Massaro Psicologo 12,5k 233 130
Penso che la scelta migliore sia quella di farsi seguire dallo psichiatra per quanto riguarda i farmaci e affiancare a questa terapia un trattamento psicoterapeutico, rivolgendosi ad uno psicologo.
E' importante che lei sia divenuto consapevole di una serie di dinamiche che rendono poco serena la sua attuale esistenza: rendersi conto di cosa non va è il primo passo per risolvere il problema.

Ci aggiorni quando vuole, un caro saluto
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Le sue parole evocano in me riflessioni e domande che sento importanti. Aprono discorsi legati a concetti quali l'innatismo, il carattere, l'interazione ambientale, lo sviluppo, il cambiamento. Questi sono alcuni concetti cardine dei nostri studi e mi sembrano presenti nel suo racconto.

Un bambino può avere un suo carattere potremmo dire diverso da quello del fratello ad esempio, ma presto sviluppa attraverso le relazioni e l'ambiente circostante nuove parti di sé, potremmo dire in parte arricchendo, in parte cambiando quel carattere originario.

Personalmente penso che ciò che è della nostra mente è del nostro corpo. Questo vuol dire che se lei è "accondiscendente", anche il suo corpo, diciamo così, è organicamente strutturato in tal senso.
Nel periodo dello sviluppo in particolar modo, questa struttura si stabilizza, attraverso l'esperienza ambientale. Si dovranno quindi cambiare quelle memorie che lo hanno formato così.

Il motivo per cui le ho chiesto maggiori delucidazioni circa la sua domanda era per capire se può rintracciare un qualche riserbo in lei all'idea di cambiare soggettivamente e in modo attivo, all'idea cioè di ripercorrere le sue esperienze esistenziali e riuscire ad assumersi la responsabilità della sua libertà, che significa anche cambiare la sua vita oggi.
Se la depressione fosse dovuta esclusivamente a "scompensi chimici", lei non potrebbe farci niente soggettivamente; diversamente, se dipende anche da lei, c'è una possibilità di operare un cambiamento, senza più nascondersi o fuggire, senza più richiedere l'approvazione degli altri per esserci.

Mi sembra importante poter riflettere su questo. E ci terrei anche a dirle che se è "accondiscendente" e ha fatto "scelte sbagliate", immagino che non sia stato possibile per lei fare diversamente, almeno finora. Accade così, come se cioè fosse automatico per lei muoversi nel mondo, nel solo modo che conosce. Che però non è l'unico.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#6]
dopo
Utente
Utente
Dr.ssa. Massaro giorno 4 agosto avrò un secondo incontro con lo psichiatra, vedrò come evolve la cosa se si affiancherà anche uno psicologo, l'unica mia perplessità è stato il modo un po rude e deciso (o almeno cosi l'ho percepito io) con cui mi si è fatto notare come le mie scelte fossero depressorie (credo che abbia usato un termine del genere).

Dr. De Sanctis credo che si possa parlare anche di un accondiscendenza corporale, con grandi sacrifici sono passato da una grave obesità a un sovrappeso e tutt'ora combatto contro questa malattia, il cibo era la consolazione, oggi venendo a mancare forse sono più esposto a quello che mi accade. Io credo che per molto tempo e tutt'ora viva di sensi di colpa anche per cose che razionalmente non mi fanno colpevole ma che io percepisco cosi (il fatto di non essermi laureato per esempio).

Ho una domanda che chiedo a entrambi , come dovrò affrontare la situazione con la mia compagna, parlarle ancora una volta , spiegarle che dobbiamo cercare di fare qualcosa o questa coppia (o non-coppia secondo lo psichiatra) è destinata a finire oppure che cosa? Se la mia compagna non vuole ammettere di avere un problema, cosa posso fare io? Possibile che tutto si riduca nel chiudere e lasciarla alle sue paure?
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Trovo che la locuzione "accondiscendenza corporale" sia emblematica e centrale. Se ho compreso questa sua espressione, mi sento di dire che la condivido. Mi sembra riguardi molti temi che stiamo accennando sia relativamente a un discorso scientifico sia relativamente alla sua storia personale.

Se penso anch'io che possa esserci "un'accondiscendenza corporale", allo stesso tempo sento importante specificare che il corpo non agisce indipendentemente da noi, come se lo subissimo o come se fossimo soltanto biologicamente determinati. A mio parere, noi siamo il nostro corpo, che non è separato dall'ambiente in cui viviamo.

Devo dire che il suo consulto a me personalmente fa pensare a una domanda esistenziale su cui potrei dire che l'uomo si interroga da sempre, cioè che cos'è la coscienza, che cos'è l'io, come mai ognuno di noi ha una consapevolezza di essere vivo, con la sua propria soggettività.
È un tema appassionante che ci riguarda: come mai non siamo biologicamente programmati, semplicemente come altri esseri viventi?

Quando lei parla della sua relazione con il cibo, mostra una sua dinamica interiore specifica. Parla di "consolazione", e questo merita la massima attenzione.
Lei dà un'indicazione preziosa in tal senso, quando dice che il cibo sembra utile per renderla meno "esposto a quello che le accade".

Questo mostra come la relazione con il cibo, in tutta la sua complessità di cui stiamo parlando, si sviluppi nella relazione con l'ambiente, un ambiente nel quale potrebbe non essersi sentito libero di esporsi ad esempio, non sviluppando un senso di sicurezza di sé.

Certo, anche questo stato d’animo potremmo definirlo "corporale" (che, come cercavo di dire, non significa solamente biologicamente determinato), ma allora sono "corporali" anche la sua curiosità, i suoi bisogni affettivi, il suo desiderio sessuale, il soffio vitale che forse oggi sente emergente. E questi aspetti espressivi di sé dove vanno a finire?

Relativamente alla sua domanda circa la sua storia sentimentale, si apre un tema importante. Una volta che lei ha capito dentro di sé se ci sono dei freni che le hanno impedito di esprimersi, magari dei freni in risonanza con le paure della sua compagna, potrà muoversi in un modo nuovo, cambiando attivamente la sua vita.

Non è facile affrontare le proprie paure, può tentare di stare vicino alla sua compagna, cercando di aiutarla piano piano. Ma se la sua compagna non vuole saperne, potrebbe non potere fare niente, non dipenderebbe da lei. Immagino che questo possa farla sentire amareggiato e impotente, so cosa significa purtroppo, ma insistere potrebbe diventare anche controproducente a volte.

Quanto al valutare una psicoterapia, anch’io sono favorevole. Certo ascolti il parere dello psichiatra e anche il nostro, ma si faccia anche lei un'idea di quello che sente potrebbe esserle utile.
Se un percorso in cui guardarsi dentro e fermarsi ad ascoltare possa rappresentare uno spazio trasformativo, che libera in lei quel potenziale indispensabile per iniziare a riprendere le redini della sua vita ed essere se stesso.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#8]
dopo
Utente
Utente
Grazie per le risposte, che mi permettono anche di sviluppare nuove domande che voglio porre giorno 4 quando avrò il colloquio con lo psichiatra.

Rimango molto perplesso su come agire con la mia fidanzata, per come la conosco ho paura che non ci sia soluzione.

Continuerò a scrivervi per gli ulteriori sviluppi, io spero di poter sospendere l'ezequa non mi piace usare farmaci e sto notato qualche effetto collaterale tipico di questa tipologia di farmaci.
[#9]
dopo
Utente
Utente
Buonasera,

mi sembra doveroso aggiornarvi, ho sospeso dopo 4 giorni la terapia farmacologica non mi sentivo bene, la psichiatra dice che sarà più difficile uscire da questo "pantano" esistenziale ma si può fare.
Ha individuato il problema principale nel accettare una relazione che di fatto non esiste, in quanto mancando un progetto e una intimità, non altro che una frequentazione secondo lei.
Io dal canto mio sto cercando di mettere dei paletti e capire se questa cosa può andare avanti e contemporaneamente guardo al futuro in base alle possibilità che ho.
Il punto principale è la mia mancanza di assertività ed è come se la comprensione che ho mostrato negli altri (fin quasi a giustificarli) sia diventata una specie di sottomissione che mi fa stare male.
Più duro il giudizio che è stato dato sulla mia attuale compagna, dalla mancanza di identità a una ossessività legata ad alcuni aspetti, e da questo nasce una relazione sbagliata che continuo a sostenere e giustificare.
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Buonasera a lei, se non si sentiva bene e desiderava interrompere la somministrazione farmacologica, sono contento per lei che abbia potuto sospenderla con l'accordo della psichiatra.

Lei cosa ne pensa di quello che è emerso su se stesso?
Ha deciso di fare un percorso differente dopo questa decisione di sospendere la cura farmacologica?

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#11]
dopo
Utente
Utente
Con ritardo riporto gli ultimi accadimenti, continuo il percorso presso lo psichiatra, al momento mi ha dato un integratore a base vegetale che dovrebbe aiutarmi a stabilizzare l'umore.
Il punto focale è il pantano e l'assoluta mancanza di stimoli a uscirne cosa ben rappresentata e ancorante è la mia relazione sentimentale.
Proprio questa sta un litigio e un silenzio prosegue senza quello slancio o quelle prospettive che un dialogo dovrebbero far nascere, anzi solleva nuovi muri, ma oggi ho la consapevolezza che non dipende da me.
La mia colpa è vivere una relazione cosi ed accettarla, non quella di averla resa cosi, che poi rientra in quel accettare per "amore" o per "quieto vivere" le decisioni altrui.
Le mie (e solo mie) prospettive per il futuro, sono quelle di cambiare lavoro e sopratutto fare due viaggi che rimando da troppo tempo, non so cosa ne uscirà da queste scelte ma quanto meno saranno dei cambiamenti.
Però analizzando me stesso, mi rendo conto che questo ciclo di apatia, angoscia, di nuovo apatia, voglia di sparire (in tutti i sensi) e di nuovo apatia, è cosi radicato che non so come andrebbe realmente affrontato.
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Mi sembra che stia mettendo in discussione se stesso, cercando di riflettere sulla sua vita e di porsi delle domande esistenziali.

Sembra riconoscere in lei una "sottomissione che la fa stare male" che assieme alle altre riflessioni, che sta facendo, rappresentano un primo e fondamentale passo affinché possa avviare un processo di trasformazione di se stesso.

Questo processo servirà per modificare i suoi vissuti emotivi di apatia e angoscia, senza fuggire. E di conseguenza potrà fare delle scelte rispetto alla sua storia sentimentale e alla sua vita in generale, esprimendo se stesso in modo autentico e soggettivo.

Mi sembra sottolineare la fatica di questo cambiamento, e se non mi sbaglio mi sembra di capire che si sente bloccato e forse disorientato al momento. Se così fosse, Questo non sarebbe strano e non deve stupirci.

Sono 39 anni che è abituato a vivere in un certo modo e cambiare non è semplice. Per questo, dal mio punto di vista che è psicoanalitico, affinché possa avvenire un cambiamento profondo di sé è necessario tempo, non può verificarsi velocemente nè senza impegno.

Immagini di imparare una nuova lingua. Dapprima cercherà di utilizzare l'organizzazione della lingua che conosce, ma piano piano sarà necessario cambiare questa organizzazione per sviluppare un linguaggio che è diverso dal proprio.

Nel nostro caso, in realtà, la cosa è ancora più ambiziosa e complessa, non si tratta solamente di parlare una seconda lingua, ma di prendere in mano la propria per trasformarla.

Accanto alla comprensione dei suoi stati d'animo è necessario fare anche un cambiamento emotivo. Perché questo possa avvenire, a mio parare, dovrà valutare una psicoterapia.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#13]
dopo
Utente
Utente
La psicoterapia la sto facendo, o almeno credo.

Mi spiego meglio, una volta alla settimana vado a fare una chiacchierata con uno psichiatra che mette sotto una luce impietosa la mia attuale quotidianità e i miei modi di agire.

Non so se questo possa essere o meno definita una psicoterapia vera e propria, comunque alla luce di queste chiacchierate ho iniziato a cambiare i miei modi di fare e ho cominciato a fare dei progetti.

Il primo sarà una piccola vacanza a sorpresa dove ho invitato la mia fidanzata (mai fatte vacanze insieme) dove dovremmo avere la giusta tranquillità e quindi l'intimità che ci è sempre mancata.
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Uno psichiatra è autorizzato all'esercizio della psicoterapia. Quindi se sente un beneficio e trova che sia la strada giusta per sé può proseguire.

Personalmente sono convinto che la somministrazione farmacologica e la psicoterapia debbano essere svolte da due figure professionali distinte, non dallo stesso specialista. Su questo punto serve un rigore imprenscindibile dal mio punto di vista.

Inoltre, per la mia esperienza e nel mio modo di lavorare non condivido posizioni in cui il professionista "mette sotto una luce impietosa la mia attuale quotidianità e i miei modi di agire". Ognuno ha il suo modo di intendere il senso di un percorso psicoterapeutico e, quindi, di svolgerlo. Comunque questo aspetto e i suoi stati d'animo a riguardo, a mio avviso, andrebbero approfonditi meglio dal vivo, poiché meritano una particolare attenzione.

Penso che un cambiamento profondo e sostanziale debba avvenire con il minor peso suggestivo possibile del professionista, che non deve entrare nel merito dei comportamenti del paziente, giudicandoli. Essi, così come le emozioni e le esperienze esistenziali del paziente esigono il massimo rispetto.

Inoltre sono fermamente convinto che bisogna prima guardarsi dentro e dare senso ai nostri sentimenti, poi agire.
Credo che la vacanza a sopresa possa servirle a trovare certe risposte, se è quello che sente di voler fare. Tuttavia potrebbe non avere l'esito sperato, poiché non è un luogo "esteriore" a potervi donare quello che vi manca. È invece un luogo "interiore", qualcosa che cioè ognuno porta dentro di sé, indipendentemente da dove si trova, quello che conta, che vi guida e vi caratterizza come persone e come coppia.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#15]
dopo
Utente
Utente
Gentile Dr. De Sanctis,

ora mi sento pronto a raccontare questa vacanza, il luogo era stupendo, classico chalet in un bosco, pace e natura.

Abbiamo vissuto in una specie di bolla tranquilla dove io e la mia compagna abbiamo sperimentato la vita di coppia, purtroppo i problemi legati all'intimità sono rimasti invariati, questo ha causato in entrambi una enorme frustrazione una volta tornati in città.

Ad oggi, a distanza di alcuni giorni non sappiamo come comportarci, perché se per me c'è la consapevolezza di aver perso un occasione e di dover mettere tutto in discussione, da parte di lei nasce la paura di perdermi e il dolore di farmi soffrire sia continuando questa relazione sia interrompendola.

E tutto questo porta a una sola conclusione (o almeno a quello che io riesco a vedere) che sia io a chiudere questa relazione.
Tutto ciò devo dire che mi era già stato preannunciato dallo psichiatra, che continua a sostenere che io punto a scelte depressive e non mi rendo conto che frequento una persona con gravi problemi della personalità e insisto a voler mantenere in piedi una relazione che non esiste o basata sul nulla, bruciandomi possibilità e tempo.

Settimana prossima avrò un altra seduta, e ammetto di avere un certo timore a raccontare questi fatti.
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Mi rendo conto che la sua ricerca interiore sembra portarla a scelte che possono essere molto dolorose. Succede quando si mette la propria vita in discussione, come lei stesso dice.

Ha parlato di un decennio di malesseri e mi sembra che in poche settimane stia riuscendo a guardarsi dentro e ad ascoltare i suoi sentimenti. Ognuno di noi impiega un tempo soggettivo per cambiare la propria vita e credo giusto che lei possa dire a se stesso che sta facendo tanto. In genere ci vuole molto tempo affinché avvenga un cambiamento profondo di sé.

Dal mio punto di vista potrà fare le sue scelte quando si sente pronto. Certo le scelte si fanno senza garanzie, correndo cioè dei rischi. Ma è bene che scelte importanti non avvengano cavalcando l'onda o sulla base di un impulso del momento, ma con un pensiero personale e ponderato che si fonda sul suo sentire.

Ci sono molteplici aspetti che mi sembra debbano essere ancora approfonditi. Uno tra questi è capire come si è sviluppato in lei quel senso di debolezza di cui ci ha parlato, per cui preferisce che siano gli altri a decidere per lei.

Nel consulto lei stesso dice che è quello che vorrebbe: "A volte vorrei qualcuno che mi dicesse, fai questo e questo e vedrai che è fatto giusto e funzionerà". Ma questo è ciò che la sua parte "debole" chiede, mentre il punto è sviluppare in lei un senso di fiducia in se stesso tale da consentirle di divenire lei l'autore della sua vita, capace di guidare se stesso e dirigersi dove ritiene più giusto, indipendentemente dalle voci degli altri. Questo le servirà per concludere la sua storia eventualmente decidesse di farlo, ma non solo. È un discorso che riguarda poi il modo in cui affronterà tutto il suo futuro.

In proposito, quando parla "dell'impulso di viaggiare all'estero", anche in questo caso penso che non debba essere un impulso a farle prendere decisioni importanti come questa. Simbolicamente questo impulso ha valore, e sarebbe fondamentale approfondirlo dal vivo insieme al suo racconto e alla sua storia esistenziale.
Potrebbe avere ad esempio un significato di liberazione da certe radici, di desiderio di trovare se stesso, senza la voce ingombrante degli altri. Se così fosse ad esempio, questo non vorrebbe dire che deve necessariamente viaggiare all'estero, perché stiamo invece parlando di una ricerca interiore. Altrimenti corre il rischio di pensare che in un altro luogo lei sarà diverso, un po' come pensava per il viaggio che ha organizzato con la sua fidanzata. Siete andati fuori, ma lì avete portato voi stessi. L'estero deve portarlo dentro di sé prima, deve scoprire cioè qualcosa di diverso di sé, sviluppare un nuovo sé che sarà il timone della sua vita.

È necessario che prima sviluppi una forza interiore e poi potrà fare le scelte che riterrà opportuno per se stesso.
Per fare questo ci vuole tempo e un lavoro psicoterapeutico in cui lei possa simbolicamente "andare all'estero" dentro se stesso ovvero fare una nuova esperienza di sé.

Devo dire che quando riferisce i suoi timori per il racconto da fare allo psichiatra durante la prossima seduta, mi ha molto colpito e mi sono posto alcuni interrogativi. Uno riguarda il timore di dover accettare la necessità di chiudere la sua storia.
Accanto a questo, tuttavia, mi domando anche se sente lo psichiatra troppo duro, se sente che le impone le sue idee, senza lasciarle lo spazio per pensarle? Potrebbe essere un punto delicato e importante su cui soffermarsi a riflettere.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis
[#17]
dopo
Utente
Utente
Gentile Dr. De Sanctis,
con un certo ritardo, voglio concludere la mia storia descrivendo la situazione attuale.
Il viaggio che progettavo per l'estero è al momento sospeso in un limbo di valutazioni di vario genere, da quelle economiche a una certa "paura" a partire da solo (mai avuta in vita mia), fino all'idea che questo viaggio invece di essere un momento di svago liberatorio o di opportunità sia in realtà un modo per punire la mia compagna per il suo rifiuto ad accompagnarmi (rifiuto motivato dalla sua paura di intimità).
Fisicamente si è contrapposto un periodo di fisioterapia a causa di un incidente domestico, il che per certi versi aiuta a decidere il destino di quel viaggio.
A livello di terapia, la dottoressa che mi seguiva mi ha fatto notare la mia mancanza di progressi e la mia assenza di voglia di cambiare e mi ha detto che possiamo chiuderla qui con gli incontri, quando vorrò potrò sempre ricontattarla, ma se non faccio qualcosa io sarà inutile (lei mi consigliava di partire immediatamente pur di cambiare la situazione di stasi sia personale che sentimentale.) E io penso ai costi di gesti che potrebbero non portare nulla, e intendo costi economici prima di tutto.
Ecco ritenevo corretto raccontare la situazione ad oggi, al momento (e come prima) non so che fare, l'unico desiderio (che mi è stato detto di combattere) è quello di essere lasciato da solo e in pace, per il futuro non so.
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Dr. Enrico De Sanctis Psicologo, Psicoterapeuta 1,3k 65
Mi sembra di capire che sta vivendo uno sconforto dal quale vorrebbe uscire. Comprendo che non è semplice e non è strano che lei viva un senso di confusione per ora.

Il carico emotivo nei confronti della sua compagna è intenso. Subisce un senso di freddezza e sente rifiuto, mi trasmette delusione e rabbia.

Le riflessioni sul viaggio a me sembrano valide, anche se capisco che si senta in una situazione di attesa indefinita, che non la fa stare bene. È come se la sua vita fosse in sospeso e non la stesse vivendo nel modo in cui desidera.
Personalmente mi chiedo se un viaggio per svagarsi non sia ciò di cui al momento abbia realmente bisogno. Non è un'ulteriore pausa quella le serve, ma la possibilità di riappropriarsi della sua vita, delle sue passioni, di un senso esistenziale.

Mi colpisce la scelta della dottoressa di interrompere gli incontri. Se fosse semplice cambiare profondamente, le terapie non durerebbero tanto a lungo. In terapia lei è andato proprio perché non sa come affrontare la sua "assenza di voglia di cambiare", proprio perché ci sono dei freni, delle modalità di pensare e agire legate alla sua persona che vincolano la sua espressività.

Il terapeuta deve disporsi insieme a lei a comprendere i suoi vissuti e a sviluppare un nuovo modo di stare al mondo, è questo il modo di procedere. E se la situazione non si sblocca non è di certo colpa sua, non bisogna dare responsabilità al paziente.
D'altronde le sue modalità (tra cui la difficoltà a prendere l'iniziativa e a fare progetti, un senso di tristezza e impotenza, un aspetto di sé rinunciatario) hanno radici in un passato antico e hanno strutturato la sua persona, sono molto stabili dentro di lei.

Quando ora conclude dicendo che vuole "essere lasciato solo e in pace", mi chiedo se a parlare non sia la parte di lei che rinuncia, magari perché non è abituata a esprimere se stessa e si chiude in un "limbo" perpetuo.
Però non c'è solo questa parte, ce n'è anche un'altra che mi scrive e che desidera cambiare. Che non vuole soccombere alla paura.

Pertanto davvero spero che questa non sia la "conclusione" definitiva, ma l'espressione del suo tentativo di fare i conti con il suo vissuto e di emergere da una palude che sembra trattenerla. Può farcela, senza attendere ancora, ascoltando una parte di sé che c'è e vuole far sentire la sua voce. Io la sento.
Non affronti questa situazione da solo, ha già iniziato a farlo, deve solo proseguire. Forse non ha effettuato la terapia giusta, si tratta allora solo di iniziare un percorso differente, a partire dal quale potrà sbloccare la situazione e riprendere a vivere.

Un saluto cordiale,
Enrico de Sanctis

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