Utente 424XXX
Buongiorno, vi scrivo per fare a voi una domanda che per anni sto facendo invano a me stessa. Perchè, nonostante l'impegno sono stata bocciata tre volte alle superiori? (liceo sociopsicopedagogico)
Ho letto altri consulti su questo tema ma in tutti non era presente l'impegno da parte della persona bocciata verso lo studio (che invece nel mio caso c'è stato soprattutto negli anni in cui sono sono stata bocciata).
Ho sempre studiato fin da settembre, ma i miei voti hanno sempre oscillato tra il 4,5 e il 6,5 arrivando a fine anno con molti 5,3 e 5,4...
Ho studiato tutti giorni provando diversi metodi, ho fatto molte ripetizioni di quasi tutte le materie, di più cosa devo fare? Mi hanno detto di non essere dislessica perchè non trovo difficoltà nei compiti in cui i dislessici le hanno. Allora sono stupida? Tutti dicono di no, perchè non sanno ammettere la verità, perchè è una cosa scomoda, si preferisce forse dire "non portata per lo studio"; peccato che io ci tenevo e non riesco ad accettare che per tre anni (non consecutivi) ragazzi a cui non interessavano le lezioni e studicchiavano siano andati avanti, e io non sia riuscita a raggiungere neanche il misero 6 (voto bellissimo per me).
Le scuole le ho scelte io, e non le ho fatte perchè obbligata come si potrebbe pensare.
Mi piaceva/piace quello che studio, adesso vado in una scuola professionale, con i compagni mi trovo bene sebbene io sia molto introversa e "strana", ma non riesco a considerarmi intelligente allo stesso modo degli altri.
Sebbene io abbia molti interessi non ho prospettive per il mio futuro (lavorativo), non sono ambiziosa ma non ritengo questo sia a tutti i costi un male. Che male c'è a fare un lavoro umile? nessuno.
Mi piace comunque studiare per cultura personale.
Ma questi sono vaneggiamenti, io vi scrivo perchè dopo 3 bocciature non riesco a credere in me, a capire cosa fa per me e cosa posso riuscire a fare.
Mi sono già rivolta a uno psicologo in passato ma non mi ha aiutato, nonostante fosse bravo nel suo lavoro.
Chiedo quindi un consiglio a voi, ringraziandovi in anticipo per la gentilezza con cui trattate le persone che vi scrivono.

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Dr.ssa Anna Potenza

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Gentile utente, oltre ad essere psicologa ho insegnato nei licei per quarant'anni e il suo caso mi interessa. I primi a cui chiedere quali carenze sono riscontrabili nelle sue interrogazioni e nei suoi compiti scritti, e anche quali sono i suoi errori nel metodo di studio e in quello espositivo, sarebbero ovviamente i professori. Li ha consultati? Cosa le hanno detto?
Del resto, lei stessa avrà comparato i compiti migliori dei suoi compagni coi suoi; avrà ascoltato le interrogazioni che prendevano voti alti e ne avrà tratto delle conclusioni. Quali?
Lei potrebbe essere affetta da ansia da prestazione, ed essere preda, al momento dello scritto o dell'interrogazione, di uno stato d'ansia che non le permette di ragionare, ma ce lo avrebbe riferito.
Infine, l'ipotesi della "stupidità" è la meno verosimile, perché si sarà resa conto che questa condizione è associata a povertà di linguaggio e a difficoltà di comprensione dei concetti, e inoltre avrà visto in altri che la "stupidità" non determina la bocciatura, se associata alla volontà di acquisire conoscenze sia pur minime.
Rimarrebbe l'ipotesi dei blocchi verso certe materie, ma... tutte?
Potremmo ipotizzare errori di metodo, e per vedere se si riconosce in questa eventualità le racconto due episodi riguardanti miei alunni senz'altro intelligenti.
Il primo si lamentava di non raggiungere mai la sufficienza nei temi e dichiarava che non ne sarebbe mai stato capace, imputandone la causa al fatto che aveva vissuto all'estero nei primi anni di vita "e quindi non so scrivere".
In realtà nell'esposizione orale era corretto, lessicalmente ricco, preparato, e prendeva anche otto. I suoi temi invece erano scritti in uno stile ridicolmente arcaico, con termini inusuali, inidonei ad esprimere i concetti. Gli chiesi perché non mettesse in forma scritta le stesse cose che esponeva a voce, e lui mi guardò meravigliato. "Ma allora scriverei come parlo!". "Certamente", risposi. "Lei parlando di letteratura usa i termini giusti ed esprime i concetti in buon italiano. Perché non scrive le stesse frasi nei temi?". (Non si meravigli del fatto che davo del lei agli alunni).
Allora venne fuori come un fiume la mortificazione subita da quest'alunno nei primi anni scolastici, quando gli era stato imposto di alterare passo passo il suo linguaggio per rendere lo scritto molto diverso dal parlato, cosa che forse avrebbe un senso se il parlato fosse dialettale o troppo povero o a base di parolacce, ma in nessun altro caso.
Gli suggerii di scrivere senz'altro come parlava, e nel tema successivo ebbe il primo 6 e mezzo della sua vita, seguito poi da voti costantemente superiori.
La seconda alunna prendeva sempre quattro in Storia. Quand'era interrogata non esponeva correttamente, si confondeva, si turbava, partiva con un brano recitato a memoria e si bloccava appena le chiedevo di ragionare o collegare i contenuti. In tutte le altre materie e in qualunque conversazione, anche su argomenti storico-politici, si mostrava intelligente, anzi molto intelligente.
Fece venire anche la madre per espormi quello che entrambe ritenevano un blocco fatale, una specie di malattia. Mi spiegarono che quando la ragazza sapeva di poter essere interrogata in Storia metteva via gli altri libri e stava su quello di Storia l'intero pomeriggio, rinunciando a uscire e facendone una continua lettura a pappagallo, come un'amara penitenza protratta anche sei ore, con l'unico "conforto" della radio accesa sulle sue canzoni preferite. Al termine di questa tortura odiava la Storia e non ne aveva capito né memorizzato nulla.
Le imposi di spegnere la radio e mettere invece una sveglia, dandosi esattamente mezz'ora (si trattava di non più di due pagine di Storia ad ogni lezione) e di posare il libro subito dopo, senza toccarlo più. Mi guardò sgomenta. "Ma se faccio così, prendo 4!". "E adesso invece quanto prende?".
Fece come le avevo detto, e dalla volta successiva cominciò la serie degli 8 in Storia.
Ora, io non so quale sia il suo blocco. Ce n'è che non sono legati né alla materia né al metodo. Alcuni alunni si sono fatti volontariamente bocciare perché speravano così di punire un genitore anaffettivo o di richiamare a sé un padre o una madre che li avevano lasciati. Una punizione inflitta ad altri tramite sé stessi... come i tagli, non le pare?
Infine ci sono alunni reattivi che instaurano un conflitto permanente con i professori, confondendoli nebulosamente col "genitore cattivo" che li ha fatti soffrire. In questo caso le bocciature si spiegano benissimo.
Ho letto i suoi precedenti, e le suggerisco di consultare DAVVERO uno psicologo, ma non per vivere anche con lui la "competizione", che in lei scatta naturale, come se fosse il fallimento della relazione terapeutica. Si deve imparare a vivere e gestire il conflitto, e dove farlo meglio che nell'ambiente protetto della terapia?
Del resto, lei ha adottato modalità di comportamento e strategie relazionali che per fortuna al momento non risultano idonee nemmeno ai suoi occhi, tant'è vero che hanno comportato risultati -ben tre bocciature e un atteggiamento rinunciatario verso i suoi obiettivi futuri- dei quali non è soddisfatta.
Ci rifletta, e si faccia aiutare. Ci tenga al corrente. Le faccio molti auguri.
Dr.ssa Anna Potenza (RM)

[#2] dopo  
Utente 424XXX

Gentile Dott.ssa,
Provando a fare un quadro completo della mia mente (fatto con lo psicologo) mi rendo conto di avere diversi "disturbi" da risolvere, ma ho desiderio di cambiare solo le cose che mi fanno stare male, es. lo studio.
Invece le mie modalità di comportamento e di relazione, sebbene strane, non vorrei mai cambiarle, perchè mi permettono di stare bene anche insieme agli altri
(il rapporto con lo psicologo è stato conflittuale, ma nella vita non mi è mai capitato di litigare con nessuno).
Nel complesso mi vado bene e non voglio alcun intervento che provi a modificare la mia personalità (narcisista secondo sia me sia lo psicologo). Cosa desidero allora? migliorare questo problema dello studio.
Spero di essere riuscita a esprimere bene il mio pensiero.
Intanto la ringrazio per gli spunti di riflessione che mi ha dato, ne farò tesoro.