Da una stima del 2015 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità emerge che nel mondo ci sarebbero 322 milioni di persone depresse, corrispondente al 4.4% della popolazione mondiale. Nel nostro Paese è stata documentata, secondo uno studio condotto congiuntamente dalla AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, una incidenza di quattro volte superiore alla media europea essendone affetti circa undici milioni di persone, con una percentuale pari quasi al 20 per cento della popolazione.

Dallo studio delle cause che sostengono questo disturbo, i Ricercatori hanno concluso che l’origine della depressione risieda in una predisposizione biologica congiunta a fattori individuali psicologici e psicosociali nonché allo stress ambientale. Per la valutazione della predisposizione sotto il profilo biologico sono stati particolarmente investigati i neurotrasmettitori come la serotonina, la norepinefrina e la dopamina, ossia le monoamine che consentono la comunicazione inter-neuronale. Ma di recente, com’è illustrato in questo articolo, è stata anche presa in considerazione la regione cerebrale che controlla la risposta allo stress in soggetti affetti da depressione.

In condizioni normali, in una situazione stressante che rappresenti un pericolo reale o che sia vissuto come tale dal singolo soggetto, viene attivata una risposta endogena consistente in un’attivazione dell’ipotalamo che, attraverso le inter-relazioni endocrine dell’asse adrenalo-ipofisario-ipotalamico, adduce ad un aumento di produzione di cortisolo ed adrenalina. Questi ormoni, prodotti dal surrene su impulso del cervello, sono il simbolo dello stress: infatti essi attraverso l’aumento della glicemia e della pressione sanguigna migliorano le prestazioni fisiche e la prontezza e forniscono l’energia necessaria per affrontare il pericolo. Cessata la situazione minacciosa, nel soggetto normale vi è un ripristino delle condizioni di equilibrio dell’asse ipotalamico mentre nei soggetti affetti da disturbo depressivo, per un difettoso meccanismo di feedback, la risposta ipotalamica allo stress continua a funzionare a tutto gas, anche se non sussiste ulteriormente il pericolo supposto o reale. La ragione sottostante a questo fenomeno di risposta iperattiva allo stress non era stata sinora ben compresa così come il ruolo di controllo dell’ipotalamo.

I Ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences (MPI CBS) e del Department of Psychiatry and Psychotherapy dell’Università di Lipsia(Germania) in uno studio pubblicato il 28 Settembre 2018 su Acta Psychiatrica Scandinavica, condotto su 84 partecipanti, hanno constatato che nei soggetti affetti da depressione e da disturbo bipolare l’ipotalamo del lato sinistro (che ha una grandezza pari a quella di un centesimo di Euro) era in media del 5% più grande di quello del lato opposto e, dato ancor più significativo, proporzionalmente al grado di disturbo affettivo è stata rilevata una maggior grandezza di questa struttura cerebrale.

Stephanie Schindler, Coordinatrice della Ricerca in ambedue gli Istituti coinvolti, è pervenuta a questi risultati usando una Risonanza magnetica ad alta risoluzione 7-TESLA ed indagando sul disturbo depressivo attraverso l'utilizzo delle interviste e dei questionari standard. La Schindler ipotizza che questo reperto di una struttura cerebrale più attiva nei soggetti con depressione o disturbo bipolare possa essere la conseguenza di una maggior attività giocata dall’ipotalamo a seguito di una maggiore attivazione, anche per situazioni di non reale stress, anche se ulteriori ricerche dovranno accertare il ruolo svolto dall’ipotalamo in questi disturbi affettivi.

http://www.cbs.mpg.de/presse/depression-hypothalamus