Stabilizzazione dinamica

L'artrosi del tratto lombo-sacrale della colonna vertebrale è purtroppo un disturbo molto frequente, con uno spettro di presentazioni però che va da transitori dolori in regione lombare dopo uno sforzo eccessivo, ad uno stabile complesso clinico caratterizzato da intensi dolori subcontinui, disturbi delle sensibilità e della forza agli arti inferiori fino a quadri altamente invalidanti in fasce di età anche non avanzate.

L'artrosi, degenerazione degli elementi articolari, è conseguenza di numerose cause. Si passa da un normale fenomeno di invecchiamento, a volte più precoce, fino a fattori lavorativi che causino microtraumi, sovraccarico prolungato o acquisizioni posturali errate, infine ad eventi traumatici veri e propri. Il risultato comune è un complesso muscolo-osteo-articolare che gradualmente perde la sua idratazione, la tonicità, la funzione, fino a giungere a deformazioni anatomiche gravi, che in questo caso incidono sulle delicate strutture nervose contenute o vicine al tratto di colonna colpito dall'evento patologico.

Si vuole qui stimolare una riflessione critica ed un dialogo aperto tra specialisti e pazienti afferenti a questo tipo di problematiche, mettendo a confronto le tecniche tradizionali in uso da un trentennio, con le più recenti acquisizioni che rivelano una esigenza di affrontare un concetto apparentemente contraddittorio di 'stabilizzazione dinamica'.

Infatti fino a pochi anni fa il modo tradizionale di trattare i problemi complessi secondari all'artrosi lombosacrale, quindi la spondilodiscoartrosi con eventuale listesi e stenosi del canale lombare, avveniva (e tuttora avviene) con tecnica di stabilizzazione rigida con viti peduncolari e barre/placche inserite nel tratto interessato, completando l'operazione con la laminectomia (apertura dell'arco posteriore della vertebra) e l'artrodesi, ossia la decorticazione delle superfici articolari, che poi tenda spontaneamente a riparare provocando una fusione ossea. Questo tipo di tecnica ha incontrato e tutt'ora incontra un notevole successo nei risultati a medio e breve termine, osservandosi però in un discreto numero di casi un calo dei risultati a più lungo termine, per comparsa di sindrome cosidetta giunzionale, riproponendosi il problema già trattato ai livelli adiacenti.

La tendenza innovativa quindi va incontro alla conservazione anzichè alla distruzione chirurgica dell'articolazione, cercando di evitare o limitare il blocco chirurgico della articolazione di un tratto di colonna, a scapito dei segmenti vicini che, sottoposti agli stessi errori posturali preesistenti a cui si aggiunge il compenso dinamico dei segmenti vertebrali bloccati, vanno incontro anch' essi a degenerazione.

Il più rappresentativo sistema di stabilizzazione dinamica è il Dynesys, Zimmer, che si differenzia sia per la tecnica di impianto che per i componenti del sistema. L'inserimento delle viti peduncolari viene fatto più lateralmente, in modo da salvaguardare l'integrità assoluta delle superfici articolari. Le viti, una volta posizionate, invece di essere solidamente bloccate tra loro con barre metalliche rigide, sono connesse da nastri in tensione e cilindri in compressione, progettati con materiali non rigidi che si avvicinino ai moduli di elasticità degli elementi anatomici osteo-articolari.

L'obiettivo è quello di affiancare un impianto dinamico sintetico, che non vada a sostituire ma a sostenere il complesso anatomico osteo-articolare nella sua naturale funzione e quindi di evitare squilibri tra un segmento e l'altro della colonna vertebrale.

I sistemi di stabilizzazione dinamica sono ormai stati brevettati da quasi venti anni e sono entrati nella pratica clinica da oltre dieci anni. I risultati sono interessanti, il progetto è in evoluzione migliorativa, e a qualunque livello scientifico e divulgativo è indispensabile un confronto costruttivo che porti ad una tecnica chirurgica più rifinita, meno rischiosa e più efficace.