Prendo spunto dalla lettura di una biografia di Piero Ciampi, cantautore e poeta originario di Livorno, dalle scarse fortune commerciali nell’epoca in cui ha scritto (anni 60-70) . Anche se la sua proposta artistica non era delle più malleabili e facilmente commerciabili, uno dei motivi della sua posizione marginale fu il suo atteggiamento scontroso e indisponente di fronte al pubblico e ai discografici, insieme alle sue condizioni spesso alterate dall’uso di alcol.

Non è strano associare alcol, malinconia e vita da artista. Quale è però la chiave di quest’associazione?
Potremmo procedere come si fa nei giochi di associazione di parole, come nel gioco L’eredità: si prendono tre parole, artista, alcol, malinconia, e si deve trovare una parola che abbia a che fare con tutte le altre.

Depressione potrebbe avere a che fare con l’alcol, e con la malinconia, ma depressione-arte ? Non c’è nesso. La depressione non genera arte, è arida, sterile, preoccupata, improduttiva. E’ vero che molti artisti esprimono dei contenuti angosciati, tragici, malinconici, disperati, ma evidentemente non può essere la depressione il motore di questa creatività, proprio perché la depressione non è un motore.

Cerchiamo altre associazioni. In un passo della biografia si raccoglie il ricordo di un amico di Ciampi, uno dei due componenti dei Righeira, gruppo divenuto famoso per alcune canzoni come “L’Estate sta finendo”, “No tengo dinero” e soprattutto “Vamos a la playa”, in pieni anni ’80. L’autore del libro chiede a Johnson Righeira: “nell’immaginario collettivo tu rappresenti un’icona della musica pop, genere che almeno apparentemente può non sembrare subito conciliabile con quello di Ciampi. In realtà quali sono i nessi che vi uniscono ?” – Risposta: “L’alcol e la malinconia. Sicuramente”.

Quindi alcol e malinconia portano da una parte a canzoni d’autori tristi, dall’altra a canzoni pop svagate e disimpegnate. C’è un anello mancante, altrimenti non si spiega.

Mi viene in mente allora un'altra immagine, del comico “triste” Buster Keaton, una sorta di Fantozzi del cinema muto, così come lo descrive Guccini nella parte parlata che chiude la canzone “Keaton”: “… l' ultima volta che l' hanno visto passeggiava lungo le strade e per il vento di Roma durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia. Aveva in corpo mille litri di alcool, la faccia la solita, senza allegria; si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara alla faccia della cirrosi epatica, perchè lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato, e gli elettricisti sono gente simpatica; gli urlavano infatti "anvedi s'è forte 'sto Keaton!", bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma o quello forte del sud che fa assaggiare l' infinito a tutta la gente di bocca buona...”

“Ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”. Accanto ad alcol, malinconia e arte ecco che viene fuori il compiacimento, l’esaltazione, il piacere di esibirsi e di provocare reazioni. Di più, riuscire a esistere solo in uno scambio attivo con il mondo, in un flusso continuo di cose nuove, di comunicazione, di stimoli, di passaggi e cambiamenti, di evoluzioni. Questo anche a costo del rischio, e a prezzo del resto.

L’anello mancante è un anello di eccitamento, di euforia. Il bevitore malinconico e creativo è proteso verso un sogno, non importa se in quel momento sentito vicino o sentito lontano, o addirittura perduto per sempre, è proteso nella smania di conquistare qualcosa, di evolvere. Spesso l’alcol, al di là dell’effetto di attutire l’ansia e il dolore, serve invece a stimolare quello stato mentale in cui anche l’impossibile diventa possibile, anche un amore perduto diventa ancora recuperabile, in cui accanto alla disperazione nasce la forza. Certamente questo effetto non è comune a tutti, ma solo a quelli che hanno una costituzione ciclotimica, o bipolare che dir si voglia. L’anello mancante, che unisce alcol, creatività e malinconia è il cervello bipolare.

Ma l’alcol e il disturbo bipolare non fanno una bella coppia. L’umore diventa oscillante tra abbrutimento e irritabilità, il contatto con gli altri è sempre più instabile, con il facile passaggio dallo scherzo all’ostilità. Crescono la permalosità e la tendenza a riferire tutto a sé, a centrare tutto su quanto il mondo tolga le cose più belle e non aiuti a riemergere, a mettere a segno i colpi giusti. L’alcol diviene la mediazione per esistere, essendo al contempo l’ostacolo che impedisce di vivere, e in questa contraddizione il bevitore cronico si perde. Peraltro, la vena creativa nel tempo diventa molto più discontinua, e ogni occasione importante di trattare con gli altri sconfina facilmente in uno stato di sovraeccitazione che porta al litigio piuttosto che allo scambio proficuo di emozioni e pensieri. Subentra un atteggiamento presuntuoso e sprezzante, anche contro se stessi, il “sarcasmo” che è uno degli elementi distintivi dello stile espressivo dei soggetti bipolari.

Diceva Ciampi “La morte mi fa ridere, la vita no”, quasi a commentare uno stato di sofferenza che gli faceva pensare alla morte quasi come ad possibile passaggio a vita migliore, mentre nella sua vita non leggeva che uno spreco, una promessa mancata, una gara in cui non si vinceva niente, o in cui non c’era una ragione per vincere, anche avendone le capacità. Questo il sentimento depressivo di molti depressi bipolari, specialmente quando l’alcol scorre.

Il primo passo è il riconoscimento di questo anello mancante, sia per prendere il “bandolo” della matassa del disturbo bipolare che per riconoscere le esigenze fondamentali della propria personalità, cioè il desiderio di affermazione e quindi, alla radice del disagio, la frustrazione di questo desiderio, in cui alcol e “eccessi” euforici non sono una consolazione, ma sono invece la polvere esplosiva e corrosiva che tiene poi distaccati e lontani dallo stato di soddisfazione, o dalla voglia di vivere.