Equus, di S.Lumet, tratto da un dramma di P.Schaffer, 1977, con Richard Burton

 

Un film psichiatrico che mi è capitato di vedere di recente, del 1977. La trama in breve: uno psichiatra esamina il caso di un ragazzo che ha accecato i cavalli di cui si prendeva cura da tempo come stalliere. L'analisi del caso permetterà di ricostruire quale significato avessero assunto per il ragazzo i cavalli, e come fossero potuti improvvisamente divenire oggetto di odio. L'interesse di questo film non è tanto per il dettaglio della spiegazione "analitica", quanto perché il tema centrale del film è il senso della cura psichiatrica. Andiamo per ordine.

Il ragazzo viene da una famiglia con madre che legge la Bibbia al posto delle fiabe e padre che disprezza questo tipo di educazione ma non riesce a impedirla offrendo un altro modello. Il ragazzo ad un certo punto ha l'occasione di rimpiazzare un'icona religiosa nella propria camera con il quadro di un cavallo, cosa accettata dalla madre che ha anche il mito e la passione dell'equitazione. Il ragazzo così apparentemente si emancipa dalla religione ma in realtà la sostituisce, e infatti il cavallo "Equus" diventa una sorta di controfigura di Cristo, fonte di ammirazione per quanto è docile, remissivo e amorevole ma anche perfetto, armonioso. In qualche modo Equus è anche una specie di ideale erotico, che dona amore ma lo pretende però tutto per sé, senza aperture all'esterno.

Così quando il ragazzo trova lavoro come stalliere e si dedica amorevolmente ai cavalli, in realtà sta soltanto coltivando questo suo "culto" privato, che non lo avvicina al mondo ma lo protegge dal rapporto diretto con la madre. Quando il ragazzo conosce il desiderio sessuale per una coetanea, e provano a far l'amore nella stalla, ecco che l'immagine del cavallo improvvisamente diventa minacciosa, come se fosse un ostacolo alla sua realizzazione sessuale. Lo sguardo del cavallo è intollerabile, oppure è intollerabile che il cavallo, nobile, veda lui che fa sesso con una donna, violando così la totale dedizione a Equus. Da qui l'accecamento dei cavalli. 

Lo psichiatra per tutto il film non si libera da un dilemma, che già lo angosciava prima: la psichiatria cura le malattie ma migliora o peggiora la felicità dell'uomo ? In altre parole, liberando il ragazzo dall'ossessione di questo "mito" che si è costruito si può pensare di offrirgli una vita normale, ma alla fine sarà migliore la sua adorazione piena di passione e spontanea per un Dio inventato oppure la realtà di una vita di consumo e compromesso. Una collega con cui lui discute ha una posizione ferma: il ragazzo è malato e soffre, poco importa che la malattia gli faccia vivere una passione intensa, quando poi gli causa una sofferenza concreta frapponendosi ai suoi istinti naturali.

Lo psichiatra-Burton invece nutre seri dubbi, e anche se farà il suo dovere professionale liberando il ragazzo dallo spettro di Equus lo avverte: se accetta di sottoporsi alla cura perderà Equus, e purtroppo non potrà sostituirlo con nient'altro. "Quando Equus se ne andrà, se mai se ne andrà, lo farà con le tue viscere fra i denti… Io darò ad Alan il buon mondo della Normalità… e gli darò luoghi normali per la sua estasi… Vedete, un dottore è in grado di eliminare la passione. Ma non è in grado di crearla.”

 

Nella morale del film prevale il punto di vista dello psichiatra-Burton, che vede se stesso nel paziente "guarito", "maturato" ma destinato ad una vita grigia quando rispettabile e equilibrata.

Su questa visione della psichiatria, non a caso datata fine anni '70, ho molto da ridire. Intanto si riferisce ad una visione "antipsichiatrica", in cui la cura diventa in realtà forzatura di un adattamento naturale della persona, e colpisce la bizzarrìa piuttosto che l'effettiva sofferenza dell'individuo. La madre che crede in Dio non è malata di mente, il figlio che adora Equus invece sì. Liberando un uomo dalla sua religione lo si rende fondamentalmente mutilato, castrato. La passione e la "follia" quindi coincidono, proprio perché la follia libera da quei vincoli che normalmente rendono impossibile vivere una passione integralmente.

La confusione dei concetti di "passione", "genio" con quella di malattia mentale è in effetti ancora presente nella nostra cultura. Eppure, la sofferenza è proprio la questione che definisce la malattia. La persona soffre, e lo psichiatra si occupa dei meccanismi cerebrali che producono la sua (individuale) sofferenza. Certo che questi meccanismi rispondono a dei modelli generali di alterato funzionamento (non mentale, cerebrale), ma alla fine è l'individuo che soffre. E infatti il protagonista soffre, non per la sua bizzarria, ma perché si trova di fronte ad un desiderio che non può soddisfare liberamente (quello sessuale).

Il suo Dio che lo aveva protetto diventa a questo punto invece un problema, così come lo era l'educazione materna, fonte di modelli perfetti ma anche di sensi di colpa e di inibizioni. Poco importa che Equus fosse una personale rielaborazione di un Dio altrimenti "imposto", si trattava comunque di un modello rigido, che avrebbe sicuramente limitato le scelte. Il punto è che nella storia limitava le scelte che al ragazzo interessavno (il sesso, l'amore carnale per una donna), e che in generale lo limitavano in tutto ciò che ne avrebbe potuto definire l'individualità, l'autonomia, la personalità.

E' falso che quindi distruggere questo tipo di rigidità significhi distruggere la felicità, perché di fatto la felicità è l'attesa di una consumazione, e quando la consumazione c'è essa diventa un "assaggio" di felicità. Equus invece ha funzionato in un primo passaggio, quello di permettere un pensiero autonomo, ma soltanto perché aveva conservato quel carattere di accettabilità (la madre approvava la passione per i cavalli). Nella sua consumazione il rapporto con il cavallo era tanto libero (la scena del ragazzo che cavalca nudo di notte) quanto sterile. Lo psichiatra non cura né Equus, né la passione per Equus, cura invece l'interferenza che quel modello ha con il raggiungimento di un'altro scopo.

Le cure psichiatriche non "distruggono" felicità e peraltro non demoliscono neanche i modelli preesistenti, li rendono "elastici", così da non bloccare o da migliorare l'accesso agli altri obiettivi. Se così non fosse, certamente non avrebbe senso affermare di "curare" un individuo. L'unico appunto è che di fatto alcune scuole di trattamento psicologico concepiscono le cure come la liberazione da una serie di simboli dominanti ma negativi. Chi è curato quindi perde il sistema di simboli e significati a cui prima si appoggiava. Ma è così solo in una concezione "psicanalitica", in cui vita psichica generale e malattia sono in continuità. Non è vero invece per la psichiatria medica, in cui genio e malattia mentale sono due cose distinte, che nello stesso individuo chiaramente possono esprimersi sovrapponendosi e intercettandosi, senza che la follia aiuti la malattia, o la malattia aiuti il genio.

Molti pazienti sono preoccupati, nel curarsi, che la loro vivacità intellettuale, o semplicemente il modo in cui si piacciono come pensatori e come esseri emotivi possa essere snaturato o sradicato da una cura psichiatrica. La psichiatria non cambia i simboli, né appiattisce verso un modello condiviso. E' inoltre sbagliato, tecnicamente, pensare che mania, psicosi, delirio, dipendenza, depressione siano "modi di essere" che producono sofferenza solo se contrastati dalla società. Sono tutti irrigidimenti, per così dire, di funzioni fisiologiche che nella loro versione "assoluta", ovvero "libera" sono appunto rigide e ingabbianti.

Il paradosso della libertà è che si obbligati da ciò che si "libera" dentro di noi. Il maniaco non può andare ad una velocità qualsiasi, solo velocissimo. Lo psicotico è talmente intuitivo che vive in un mondo solo suo credendo di vivere insieme agli altri. Il depresso non vede che il senso della sua depressione. Il dipendente è condannato a volere la sua droga senza riuscire a riprendersi la sua vita, e così via. I pazienti vengono a chiedere aiuto per sé, non per difendersi dalla società, spesso anche quando, per la società, continuerebbero ad essere sufficientemente funzionanti. Il problema se mai sta nel non confondere richieste da parte della società di controllare i comportamenti non graditi o pericolosi con una "terapia". L'esistenza di una sofferenza individuale non soltanto è la base logica di un rapporto di cura, ma è anche uno stato biologico che dà significato al risultato della terapia, percepito come benessere, miglioramento e non solo come una variazione imposta dall'esterno.

L'arte medica sta, se mai, nel guidare la persona, o nel lasciare che proceda mentre migliora, verso i suoi scopi, anziché verso modelli generali e uguali per tutti. Certamente non è né arte, né progresso culturale finire per negare la sofferenza della persona legata allo stato del suo cervello, e con essa la possibilità per chi ne soffre di star meglio.