Il servizio de Le Iene, andato in onda il 20 gennaio 2013, è incentrato sul tentativo di raccontare la storia di Sara, una ragazza anoressica, morta suicida.

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Sara ha deciso di togliersi la vita prima che il servizio, girato in più riprese su più giorni, fosse portato a termine.

E’ difficile non rimanere toccati da quelle immagini, anche per professionisti che si occupano da anni di questo disagio. Inizialmente si è anche portati a pensare: “almeno però se ne parla..”. Poi tuttavia, la nostra professionalità ci obbliga ad una riflessione meno emotiva e più di carattere clinico e scientifico.

A ben vedere, infatti, per quanto possano risultare bravi e simpatici i conduttori e i realizzatori del programma "Le Iene", questo servizio televisivo, come purtroppo molti altri, non aiuta a comprendere molto.

Cosa è l’anoressia? Come si manifesta? Come si può curare? Sono questioni che non vengono minimamente accennate, probabilmente in un contesto che evidentemente non aveva uno scopo informativo, ma di puro intrattenimento.

Il servizio televisivo in questione non solo non chiarisce nulla sull’anoressia, né tantomeno ci fa capire quale sia stata la vera storia di Sara, ma rischia di avere anche un potenziale effetto distorcente dell’informazione, poiché, spettatori non esperti potrebbero essere indotti a credere che alcune questioni specifiche riguardanti il racconto degli ultimi mesi di vita di Sara, possano avere qualche validità “universale” rispetto all’anoressia e al suo trattamento.

Ma si può intrattenere mostrando immagini così dure senza minimamente porsi il problema di far capire ai telespettatori di cosa si sta parlando? Lasciamo questo quesito al buon senso etico dei conduttori del programma, augurandoci che vi pongano rimedio e frattanto proviamo a far chiarezza su alcuni punti specifici.

Cosa occorre chiarire con decisione allora?

Innanzitutto, dobbiamo ricordare che l’anoressia è disturbo di natura psicologica e come tale va trattata, compresa e curata: in un ambito di interventi psicologici e psichiatrici a lungo termine e con il coinvolgimento, quando possibile, dei familiari stessi nel trattamento.

In seconda battuta, le condizioni psicofisiche della ragazza del servizio, non rappresentano affatto (se non erroneamente nell’immaginario collettivo) le comuni condizioni psicofisiche di un paziente anoressico, ma rappresentano più plausibilmente, le conseguenze croniche della malattia giunta ormai a uno stadio di evoluzione estremamente avanzato.

I TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, come quello fatto a Sara) sono un azione di natura medico-giuridica che si compie su soggetti in condizioni di salute mentale critica ( condizioni gravi e urgenti) che rifiutino qualunque forma di trattamento. Dunque, negli specifici e limitati casi in cui questo trattamento è applicabile, esso può contribuire a salvare la vita ad un paziente. Detto questo, va ricordato che i TSO, non sono in nessun caso una “cura” per l’anoressia. Proprio nel trattamento dell’anoressia, andrebbe valutato con ancora maggiore attenzione il vantaggio di un TSO, in quanto i rischi di un ulteriore irrigidimento del paziente con conseguente radicalizzazione dello stesso nel suo rifiuto delle cure, possono in alcuni casi essere superiori ai benefici transitori dello stesso TSO (1).

Il suicidio è purtroppo una delle principali cause di morte nei pazienti anoressici (2) di gran lunga più frequente rispetto alle conseguenze dell’inedia prolungata. Sempre l’anoressia, è tra le malattie psicologiche quella con l’indice di mortalità per suicidio più alta. Tutto ciò induce i clinici a ritenere, ancor più che in altri casi, il ricorso al TSO una possibilità estremamente remota nei casi di anoressia.

Infine, i parenti di un paziente grave come Sara, avrebbero quanto meno dovuto ricevere alcune indicazioni pratiche dagli operatori che nel tempo hanno visto e assistito la ragazza. Di modo che i familiari avrebbero potuto evitare di tenere in casa e a portata di “bocca” la soda caustica, con la quale la ragazza si è suicidata nel bagno. L’ultima beffa per il mondo, che non l’ha saputa ascoltare e comprendere né aiutare, Sara l’ha compiuta nel suo gesto estremo: “ha mangiato” il veleno che le ha provocato la sua stessa morte.

 

(Note) Per approfondimenti:

1. Appelbaum, P. S., & Rumpf, T. (1998). Civil commitment of the anorexic patient: General Hospital Psychiatry Vol. 20 (4) 1998, 225-230.

2. Santonastaso, P. (2009). TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO NELL'ANORESSIA NERVOSA. Giornale Italiano di Psicopatologia n.15, 2009 pag.205-209