L'essere umano è generalmente portato ad evitare di confrontarsi con i suoi punti deboli, almeno fino a quando non si strutturano in problemi costringendolo a farci i conti.

Tendiamo a fare ciò che ci riesce meglio e che ci rassicura ed evitiamo ciò che ci crea problemi emotivi, che non ci piace, perché quando abbiamo provato ad applicarlo ci ha fatto sentire insicuri ed incapaci, strutturando così dei copioni comportamentali che funzionano, o hanno funzionato, in certi ambiti ma possono rivelarsi del tutto disfunzionali in altri.

Come l'eccessivo dosaggio di un farmaco può trasformarlo in un veleno, allo stesso modo le nostre modalità comportamentali, se irrigidite e replicate in maniera non flessibile, finiscono per risultare dannose nella nostra vita.

Elisa, ad esempio, si è sentita insicura del suo aspetto fisico fin da adolescente, così ha sempre cercato di valorizzare le altre qualità che possedeva, soprattutto quelle intellettive. Prima studentessa modello, poi professionista stimata, ha ottenuto tutta una serie di successi sulla scia delle proprie capacità intellettuali. Questo grazie non solo ad una brillante intelligenza, ma anche in virtù di altre qualità funzionali all'acquisizione del successo: una forte determinazione, una costante concentrazione nella definizione e raggiungimento di obiettivi concreti. Diventa quindi abbastanza “naturale” per una ragazza di questo tipo trascurare completamente la cura della propria femminilità, ritenuta qualcosa di “poco” importante o addirittura futile. Più il successo professionale aumenta più la donna persiste nell'evitare di occuparsi, di sviluppare tutte quelle componenti di cura personale e seduzione che sono caratteristiche fondamentali della femminilità. Quindi se ben abilissima nel proprio ambito professionale il suo rapporto con il mondo maschile risulta estremamente difficile e frustrante nel piano personale. Da una parte, è ovvio che l'essere una donna di successo, un successo guadagnato con impegno e volontà, la fa essere particolarmente esigente, per non dire severa, nella valutazione delle caratteristiche dei possibili pretendenti. Banali, insicuri,indecisi, molli, inconcludenti, superficiali...sono gli aggettivi che più facilmente emergono nella sua mente quando è il momento dell'inevitabile giudizio. Dall'altra, invece, quando si ritrova a tu per tu con uomo per lei attraente, ecco che inesorabilmente riaffiora la sensazione di essere completamente sguarnita di ciò che servirebbe dire o fare e l'insicurezza diventa devastante; o si blocca e fugge o ripiegando sulla sua strategia di successo travolge il povero malcapitato esibendo la sua brillante intelligenza con l'ovvio risultato di farlo fuggire intimorito.

E' così che la persona rimane intrappolata tra un abisso di insicurezze e il continuare a replicare in modo ridondante gli stessi copioni comportamentali, funzionali in ambito lavorativo ma totalmente disfunzionali in quello relazionale/sentimentale.

Il primo passo sarà quindi quello di individuare le modalità ridondanti, ovvero i limiti ripetuti nel tempo, che spesso hanno funzionato in alcuni contesti di vita ma che si sono rivelate disfunzionali in altri contesti. La persona, ripercorrendo il suo passato, andrà alla ricerca di quelle situazioni che non si è sentita in grado di gestire efficacemente, o come avrebbe desiderato, finendo per affrontarle con la stessa modalità, lasciando da parte tutte le possibili interpretazioni legate ai “perché” o alle cause di tale tendenza ripetitiva. Capire se è un copione che scegliamo attivamente perché da un punto di vista razionale lo riteniamo il migliore per quella situazione specifica, ma che poi non funziona come vorremmo, se è un copione che scatta spontaneamente, di cui ce ne accorgiamo solo a posteriori, ma che non riusciamo a cambiare, oppure se si tratta di un copione “subito”, ovvero che mettiamo in atto perché ci sentiamo come forzati da qualcosa, è il secondo passo.

Nella maggioranza dei casi (circa il 55%), si tratta di un copione “subito”: quando il copione ridondante è “subito”, la persona sperimenta tutta una serie di pressioni, da parte delle proprie emozioni, credenze, valori o relazioni interpersonali, che la guidano a reagire in un modo che non condivide razionalmente, ma che continua a subire, non sentendosi in grado di fare diversamente. Sarà necessario allora individuare delle strategie di intervento cucite ad hoc sulla specifica situazione che sblocchino le incapacità personali; “non c'è niente che non si possa rendere naturale”, scrive Pascal, “e non vi è niente di naturale che non si possa perdere”.

Se ci concentriamo su quelle che sentiamo come nostre debolezze e fragilità, prima che si strutturino in problemi, i nostri limiti si trasformeranno nei nostri più grandi punti di forza, se invece li neghiamo a noi stessi finiranno per emergere nel momento meno opportuno.

  

Milanese, R, Mordazzi, P, Coaching strategico, Ponte alle Grazie, 2007