Uno dei comportamenti sintomatici più evidenti nelle persone che soffrono dei Disturbi Alimentari Anoressia e Bulimia è costituito dal seguire costantemente una ‘dieta’ estremamente rigida, attuando patologiche forme di restrizione alimentare.

La motivazione sottesa a queste ‘diete’ risiede sia nel desiderio di perdere peso oppure nel prevenire l’aumento di peso, sia nel bisogno di mantenere uno stretto controllo sull’alimentazione, sottoponendosi a severissime regole alimentari che prescrivono ‘quando’ mangiare (es. saltare tutti i pasti della prima parte della giornata, non mangiando nulla prima delle 4 del pomeriggio), ‘quanto’ mangiare (es. meno di 600 Kcal al giorno), e soprattutto ‘cosa’ mangiare.
Da quest'ultima regola alimentare deriva l’eliminazione di un ampio numero di cibi, che rende l’alimentazione stereotipata e inflessibile.


Sulla base di quanto testé evidenziato, dunque, si rileva come le 3 principali modalità adottate nella restrizione alimentare sono:

riduzione della frequanza dei pasti, ovvero tentare di digiunare il più possibile, saltando i pasti;

– riduzione della quantità di cibo al di sotto di un rigido limite calorico, in genere marcatamente inferiore al fabbrisogno quotidiano medio;

eliminazione di specifici cibi, temuti dalla persona perché percepiti come ‘ingrassanti’ o perché in passato hanno dato origine ad un attacco bulimico.


La gamma dei cibi evitati varia da una persona all’altra, ma in genere per una persona che soffre di Anoressia o Bulimia solo pochi cibi (es. verdure, frutta) riescono ad essere mangiati tranquillamente.
Nella maggior parte dei casi carboidrati e dolci rappresentano cibi proibiti, intensamente temuti e drasticamente rifiutati.


Diete rigide ed estreme di questo tipo risultano profondamente dannose sia dal punto di vista fisico che psicologico.
L’alimentazione giornaliera diventa gradualmente un tormento quotidiano. La persona appare dominata dal pensiero costantemente focalizzato sulle calorie, dall’ansia e dai sensi di colpa.


Si rileva inoltre un profondo danneggiamento della vita sociale della persona che, a causa del disagio che prevede di provare, si sente costretta a ridurre o evitare completamente situazioni sociali (es. uscire con gli amici, far visita ai parenti, etc.) che implicano il rischio di mangiare di fronte ad altre persone e di trovarsi di fronte a cibi ansiogeni.
L’alterazione del comportamento alimentare, dunque, ostacola gravemente le relazioni sociali, portando la persona ad un progressivo isolamento.

La maggior parte delle persone affette da Disturbi Alimentari che manifestano crisi di abbuffate compulsive esercitano quotidianamente un intenso sforzo su se stesse per seguire la ferrea dieta che si sono imposte.
La persona avverte il rigido dovere di seguire costantemente le regole alimentari ‘alla lettera’ e giudica di aver ‘fallito’ ogni volta che accade di mangiare di più rispetto a ciò che le regole permettono.

Sul piano emotivo, poiché tale ‘dieta’ severissima ed estrema genera inevitabilmente frequenti, seppur minime, trasgressioni, nella persona si innesca una intensa demoralizzazione ed una dolorosa auto-critica, che spesso sfocia nell’abbuffata.
A sostenere questa reazione emotiva di fronte alla rottura delle regole dietetiche è uno stile di pensiero caratteristico di molte persone che soffrono di disturbi alimentari, definito pensiero ‘tutto o nulla’.

A fronte di quanto considerato, emerge come il costante ed estremo sforzo di restrizione, la reazione al percepito ‘fallimento’, unitamente alla presenza di stati emotivi dolorosi da cui la persona cerca sollievo e fuga mediante il cibo, costituiscono importanti fattori che tipicamente scatenano l’abbuffata, innescando in tal modo un circolo vizioso estenuante, di cui spesso la persona mantiene per anni un doloroso segreto.