Nuovo libro sull'alienazione parentale: quando il problema è nella definizione. La vecchia immagine dell'elefante "guardato" dai ciechi: "È una coda", "No, è una proboscide", "Vi sbagliate entrambi, è una zampa!". E invece è la stessa cosa.

(segue trascrizione del video)

Questo è un libro che abbiamo scritto di recente insieme ad altri colleghi: Alienazione parentale, sindrome o processo, che tratta di un concetto abbastanza controverso, quello appunto dell’alienazione parentale. Ovvero quando, nei casi di separazione di coppie, uno dei due coniugi cerca di mettere i figli contro l’altro per ottenerne vantaggi o rivendicazioni di vario tipo.

Su questo concetto non c’è accordo unanime perché non tutti riconoscono l’alienazione parentale come una patologia della relazione, come un qualcosa che si viene a rompere nell’equilibrio della coppia e che provoca gli effetti che sappiamo.

Per esempio, alcuni medici di matrice cosiddetta biologista, alcuni psichiatri, sostengono che non può esserci una malattia della relazione, una patologia della relazione, perché per la medicina la patologia è solo dell’individuo, dell’organismo. E questo è un argomento portato anche da alcuni avvocati e giuristi di parte. Per lo psicologo invece è più naturale definire una relazione come possibilmente patologica, perché i due componenti della coppia presi magari ciascuno per conto suo sono sani, e invece quando sono messi in interazione l’uno con l’altro danno luogo a problemi.

Per le ricadute sociali che ha in caso di dibattimento giudiziario, soprattutto sui figli e anche verso il genitore alienato, cioè il più debole, dato che questo fenomeno non è riconosciuto da tutti, e sapendo che la realtà di un fenomeno è confermata quando ne esiste una definizione condivisa, si tratta di un tema molto importante, su cui vale la pena aver scritto questo libro.

Vi leggo un brevissimo estratto del capitolo da me scritto.

«Una categoria diagnostica che presenta ancor più problemi nel mettere d’accordo clinici provenienti da formazioni differenti riguarda le cosiddette patologie della relazione. Il motivo di tale problematicità è che l’idea di patologia in ambito medico è riferita all’organismo, all’individuo. Dato che la relazione riguarda le dinamiche interazionali che interessano due o più individui, sostengono molti medici, sarebbe improprio l’uso del termine “patologia”. Si tratta semmai di relazioni disfunzionali, magari basate sul plagio o al limite criminali, quando la relazione va a detrimento di una delle parti, ma non di patologia. Le eventuali psicopatologie che fosse possibile ravvisare nell’individuo in questi casi andrebbero diagnosticate come tali, cioè come patologie personali e che semmai potrebbero essere, ammesso che fosse possibile dimostrarlo, cause o conseguenze della relazione problematica che le ha originate. Ma la relazione di per sé va esclusa dall’analisi, da un punto di vista prettamente medico. Perché il medico, di solito, non si occupa di relazioni.»

È un libro adatto a tutti, sia ai tecnici e addetti ai lavori, sia ai non addetti ai lavori. Un libro molto semplice, di poche pagine, si legge velocemente. Compratelo!