L'articolo passa in rassegna gli aspetti solitamente poco chiari sui concetti di somatizzazione e ipocondria, e indica l'utilità o inutilità di alcune interazioni tra medico e paziente

Somatizzazione significa sintomi “immaginari”?

Il sintomo è un elemento riferito dalla persona al medico. Nella somatizzazione non è affatto immaginario, il che non significa dire che nel punto in cui la persona crede sia il problema (ad esempio intestino, stomaco, collo) ci sia effettivamente qualcosa, rimane però il sintomo (crampo, sensazione di gonfiore, di “palla”, di rigidità etc). Dire “somatoforme” significa quindi parlare di un sintomo o di un segno non immaginario, ma non corrispondente ad un problema che origina dalla zona a cui è riferito il sintomo, mentre origina invece dal sistema nervoso. Il “segno” invece è un elemento misurato dal medico, che quindi può non esserci (ad esempio si può avvertire cuore in gola con un cuore che batte normalmente, avvertire respiro che “non passa” e non vi è ostruzione, e così via). In questo caso dire ad esempio “mi sento le gambe rigide” e non averle non significa esserselo inventato, semplicemente c’è un sintomo (sensazione di rigidità riferita alle gambe) che non corrisponde ad un segno (muscolatura rigida).

Il medico “non mi crede” o non riesco a farmi capire?

Spesso, verificando le varie ipotesi, e non trovando “niente”, i sintomi somatoformi sono liquidati con un “non ha niente”, oppure “è ansia”. Se non è però spiegato al paziente il meccanismo della somatizzazione, questi rimarrà convinto che i suoi sintomi non sono fondamentalmente stati creduti, e che sono stati riferiti ad un suo atteggiamento fasullo, di “malato immaginario”. A volte invece è il paziente che vorrebbe trovare “qualcosa”, e che quindi di fronte ad una diagnosi di somatizzazione ritiene di aver ricevuto una valutazione superficiale, e di non essere stato creduto soltanto perché non si è ben capito dove indagare.

Sintomo “organico” o “psicogeno”: che significa?

Un'altra espressione più tecnica è “non c'è niente di organico, quindi è psicogeno”. L’“organico” vorrebbe in pratica dire qualcosa che si vede (anche microscopicamente), mentre “funzionale” o che comunque non si vede con un esame, ma che si misura con un parametro, un numero. “Psicogeno” vorrebbe dire che è riferito ma la persona non ha niente (quindi si comporta in maniera anomala denunciando sintomi che non ha), oppure che è riferito per come lo vive la persona (quindi amplificato, male interpretato, o con connotati di preoccupazione) ma non è misurabile o la misura non “torna” con l'intensità dichiarata.

“Somatizzazione”, significa che il disturbo è stato riconosciuto come originante dal sistema nervoso, in maniera funzionale, non soltanto per esclusione di tutto il resto, ma perché si è identificata una corrispondenza psicologica. Le sensazioni sono autentiche e anche intense, ma il meccanismo origina dal sistema nervoso centrale e si associa spesso ad ansia o depressione.

Invece, “ipocondria” è un altro disturbo funzionale (psichico) che porta a riferire in maniera preoccupata elementi che non sussistono, ma prendono corpo nel pensiero della persona.

C'è poi una terza possibilità, più rara, in cui si è portati a riferire sintomi che non esistono, ben sapendolo o a procurarseli apposta (disturbo fittizio), e che ovviamente è cosa diversa dalla somatizzazione.

La preoccupazione può creare sintomi “immaginari”?

L’ipocondria è una situazione caratterizzata dalla preoccupazione di avere qualcosa di corporeo, manifesto o nascosto. Spesso la persona non sa definire la differenza tra una sensazione normale e un “sintomo”, poiché tutto diviene “sintomo” se unito alla preoccupazione, dal piccolo dolore al prurito che va e viene. In altre parole, segnali comuni o malattie comuni sono fonte di preoccupazione tale da essere riferiti con dettagli, insistenza sulla gravità che corrispondono semplicemente alla gravità della preoccupazione. Di solito il paziente tiene a dare una descrizione dettagliata in cui però la gravità dovrebbe paradossalmente emergere dal dettaglio, dalla particolarità, dalla stranezza, anziché essere evidente subito nella presentazione generale. Un sintomo grave solitamente non ha bisogno di grosse specifiche o descrizioni, mentre i sintomi della persona con ipocondria sono gravi preoccupazioni per elementi spesso non corrispondenti neanche a sintomi, semplicemente a segnali corporei o a situazioni solitamente ignorate o non registrate come allarmanti.

E’ l’ansia che provoca le somatizzazioni?

I pazienti non capiscono esattamente come l’ansia “provochi” le somatizzazioni, di fatto perché non è così: l’ansia e le somatizzazioni vengono insieme, e sono prodotti di una condizione del sistema nervoso. Dire che è i sintomi corporei sono un problema d’ansia può significare due cose: che insieme all’ansia c’è una maggiore percezione dei segnali corporei, anche quando non corrispondono a nessun problema oggettivo; oppure che quando c’è l’ansia la persona è preoccupata di avere qualcosa, e quindi i segnali corporei innescano o alimentano delle preoccupazioni ipocondriache.

Si è depressi a causa delle somatizzazioni o si hanno le somatizzazioni perché si è depressi ?

Molti pazienti che si presentano con una preoccupazione per un sintomo, in condizioni di ipocondria, ritengono che il meccanismo del loro disagio sia il seguente: hanno un sintomo, non si capisce a cosa sia dovuto e come risolverlo, pertanto ci si “fissano” inevitabilmente e si demoralizzano. In realtà, la situazione nell’ipocondria è opposta: la preoccupazione è seguita da demoralizzazione, sulla base di quanto è temuto, e del fatto che il pensiero di avere qualcosa che non va, o l’attenzione al corpo è amplificata e diventa il centro del pensiero, mentre il sintomo in sé diviene qualcosa di consequenziale (non è la causa, ma è la conseguenza).

Inoltre, nel corso di una depressione tipicamente l’attenzione preoccupata al corpo aumenta, la persona amplifica i disturbi o le loro conseguenze, prevede evoluzioni disastrose e già si prepara mentalmente a dover adattarsi a limiti o danni irreversibili.

Quanti accertamenti fare per escludere al 100% tutte le altre cause?

Uno dei vicoli ciechi del paziente con somatizzazione sono gli esami “infiniti”. Gli accertamenti medici hanno come indicazione quella di verificare ipotesi fatte dal medico, mentre invece l’accertamento richiesto sulla base di criteri di “impressione” non tecnica (letture estemporanee, analogie per “sentito dire”, supposizioni libere del paziente, o paure per particolari malattie) finiscono per alterare il rapporto medico-paziente. L’accertamento diventa una risposta rassicurante ma di fatto inconcludente perché non fornisce risposte definitive, chiare o costruttive. Gran parte dei pazienti che compiono accertamenti sulla base di sintomi vaghi o generici hanno referti in cui si accenna ad una “componente” altrettanto vaga, che però non giustifica né intensità né l’andamento del sintomo. In più, accertamenti fatti a caso finiscono per trovare qualcosa di frequente nella popolazione generale (le artrosi, le ernie jatali, le gastriti lievi etc) che “potrebbero” spiegare alcuni sintomi ma di fatto senza una conclusione chiara. Il metodo migliore per eseguire accertamenti è sempre quello di farlo secondo un parere medico, specialistico o di base.

La diagnosi di disturbo di somatizzazione, o di ipocondria, non si effettua per esclusione e basta, ma soprattutto per la presenza dei sintomi psichici caratteristici di queste condizioni.

Se la preoccupazione persiste anche dopo la diagnosi di somatizzazione, probabilmente la persona non ha compreso che la diagnosi non è “di esclusione” e non corrisponde ad un’etichetta di “immaginario” o ad un giudizio di esagerazione nella persona ansiosa, ma è una diagnosi di una situazione psichica che si manifesta anche con sintomi corporei o con la preoccupazione per il corpo.

 

Ritornando al concetto della diagnosi di esclusione, in generale nessun accertamento raggiunge una certezza assoluta: la certezza assoluta è un bisogno mentale solo a seguito di una preoccupazione incontrollata, che non si accontenta di una diagnosi e che vorrebbe “vedere” con certezza un non-si-sa-cosa di rassicurante. In quest'ottica solo le diagnosi peggiori sarebbero convincenti, e infatti l'ipocondriaco in un certo senso è sospeso tra terrore di avere una grave malattia e il voler escludere ogni ragionevole dubbio di averla. Non essendo il dubbio ragionevole, rimarrà in questa situazione sospesa. Nessuna certezza per definizione può esistere se l’accertamento viene fatto per scacciare un’ossessione o una paura, e non per verificare un’ipotesi.

La rassicurazione è importante?

Rassicurare un paziente ossessionato da un pensiero ipocondriaco non è solitamente d’aiuto, se non sul momento per placarne l’ansia. Il problema è che questo tipo di urgenza tende a riproporsi per il riproporsi del pensiero ipocondriaco, e la rassicurazione dovrà allora avvalersi di altri strumenti, come gli esami, per risultare convincente, in un circolo vizioso. Alla fine, o il paziente “pretenderà” di essere rassicurato, indicando magari al medico come si potrebbe fare per migliorare le risposte, oppure il medico non saprà più come rassicurarlo in maniera convincente. Entrambe le situazioni sono vicoli ciechi per il paziente e per il medico, che perdono il loro rapporto reciproco.

Nell’ipocondria, per quanto possibile, la paura non deve essere la base per verifiche o per discussioni sul merito delle ipotesi mediche. La paura se mai può essere la base per discutere sulla paura, sui suoi meccanismi e sul suo significato. La rassicurazione in una condizione di ossessione ipocondriaca rischia invece di dare al cervello un messaggio sulla fondatezza della paura, o sull’importanza della rassicurazione e della suo carattere convincente.

Controllare il proprio corpo e le proprie funzioni aiuta a uscire dall’ansia?

Solitamente no. Esistono tecniche che se mai insegnano a creare immagini mentali delle funzioni corporee in maniera da evitare che si creino a seguito di stati di allarme a costituire somatizzazioni o aree di preoccupazione ipocondriaca. Controllare le proprie funzioni per “capire” se siano o meno controllate è un serpente che si morde la coda: chi controlla penserà sempre di non aver controllato abbastanza, o che i segnali siano troppo confusi per poter essere controllati. Alla fine l’attenzione sarà spostata sull’area corporea esterna, o sull’immagine mentale dell’area corporea così come nasce insieme alla preoccupazione, e la persona invece tenderà a perdere di vista i suoi comportamenti e i suoi sintomi psichici come centro del problema.