Nel campo della PMA, quando si parla di genitorialità, sono frequenti i parallelismi con la situazione adottiva, sia perché le coppie che accedono ai trattamenti provengono da storie di infertilità, sia in quanto le donazioni di gameti comportano una non continuità biologica tra uno o entrambi i genitori ed il figlio.

Un altro aspetto che accomuna l'adozione e le tecniche di fecondazione assistita è la concezione sociale della genitorialità che, se nell'adozione è manifesta, quando si ricorre alle tecniche di fecondazione assistita, soprattutto se eterologhe, viene spesso celata.

Come emerge dalla ricerca di La Sala, Landini, Fagandini, Bevolo, (2002) alla domanda: “ha parlato al bambino della sua nascita?”; vi è una forte differenziazione tra il gruppo di controllo e quello sperimentale. Per quanto riguarda il gruppo sperimentale il 78% delle mamme e  l'83% dei papà ha risposto no; rispetto al 38% delle mamme controllo e il 64% dei papà controllo.

Questo si è verificato perché ben il 92% dei genitori PMA aveva inteso per nascita come concepimento (medicalmente assistito), mentre la totalità del gruppo di controllo aveva inteso per nascita la gravidanza e il parto.

Questo può essere spiegato col fatto che nella procreazione artificiale “la maternità viene dislocata nel laboratorio, la provetta funge da metonimia della madre, i corpi appaiono ridotti a sostanze corporee, i soggetti implicati nel processo generativo spostati sul fondo e come oscurati, la scienza sembra occupare il posto della coppia o del padre” (Nunziante Cesàro, 2000).

Numerosi studiosi dello sviluppo sono concordi nell'affermare che, per la formazione dell'identità, è cruciale che il bambino abbia informazioni rispetto alla propria origine biologica, pena una confusione dell'identità e grossi rischi di problemi emotivi per la necessità di collocare e collocarsi nello spazio e nel tempo.

Non è il mancato legame genetico tra genitore e figlio una minaccia di per sé alla relazione tra genitore e figlio, ma la conoscenza (o la conoscenza non condivisa) di tale origine può diventare un ostacolo, “un filtro capace di minare le relazioni familiari, producendo nei bambini identità confuse e conflittuali”(Cecotti, 2004).

Il segreto che circonda le modalità di fecondazione è di per sé un fattore di rischio nella filiazione?

Nella donazione dell'ovulo o dello sperma, la mancanza di un legame genetico tra genitori e figli, in che misura può minacciare le loro relazioni?

Le due domande sono collegate, anche se non sovrapponibili. Il tema del segreto compare da subito nella mente e nelle preoccupazioni della coppia. Riccardi (2002), nella sua raccolta di “pensieri del gruppo”, emergenti dall'attività di counseling alle coppie che iniziano i protocolli di PMA, colloca al secondo posto il “conflitto sul segreto” da mantenere in famiglia e/o sul lavoro.

Il problema che si pone riguarda sostanzialmente l'accettazione e l'elaborazione della sterilità da parte dei genitori, o di uno dei due. Lo stress prodotto dall'impossibilità di procreare nei singoli componenti e nella vita di coppia è un elemento che non va trascurato, nemmeno dopo che le tecniche riproduttive sono riuscite ad annullare questa realtà. Il benessere sessuale della coppia genitoriale può venire pesantemente intaccato, sia dalla diagnosi di sterilità, sia “dall' invasività delle tecniche procreative”(Cecotti, 2004).

Questo può andare ad incidere sulla modalità in cui i genitori si rappresentano e rappresentano al figlio la procreazione. Si sa infatti che una forte ansia intorno alle “tematiche procreative non aiuta i genitori a mediare ai figli la conoscenza delle loro origini”(Cecotti, 2004).

Se le difficoltà coniugali permangono, queste hanno un pesante riscontro nei figli, “elementi costituivi e facenti parte di quel complesso di difficoltà”(Cecotti, 2004).

Il problema riguarda il fatto che il segreto ci sia e non tanto il contenuto del segreto. Per molte coppie rimane un giudizio di innaturilità in merito alle tecniche di PMA, anche in quei casi in cui si faccia ad esse ricorso.

Segreto e vergogna, sottesi alla fecondazione artificiale, sono le variabili negate dalla scienza, ma che si devono affrontare quando ci si pone “

il problema del diritto del figlio a conoscere o a non conoscere le sue origini”(Nunziante Cesàro, 2000).

Il senso di colpevolezza negata, può mettere in atto “meccanismi difensivi, volti a tenere lontane certe paure, che possono avere forti ripercussioni sui comportamenti: dall'iperprotezione all'ansia nell'allevamento del bambino”(Suman, 2002).

Si può così verificare che il figlio, così tanto desiderato si possa trasformare in un oggetto temuto e persecutorio. La madre non soddisfatta come donna, o che non accetta il padre come uomo, “può avere forti difficoltà a separarsi dal proprio bambino, nel quale può sperare di trovare tutto ciò che ha perduto, e solo attraverso di lui vivere ancora”(Pines, 1990).