-  La coppia è in pericolo con la malattia grave di uno dei due?

“In salute e in malattia finché morte non ci separi”?
 

Uno studio longitudinale dell’Università del Michigan (ISR) rileva qualcosa di estremamente importante:

le donne oltre i 50 anni colpite da gravi malattie corrono un rischio più elevato di andare incontro al divorzio, anziché all’assistenza da parte del marito.

Lo studio è stato presentato qualche giorno fa.

 

La ricerca statunitense

"Nel matrimonio classico le donne sposate con diagnosi di una grave condizione di salute possono trovarsi alle prese con l'impatto della loro malattia e contemporaneamente vivere anche lo stress del divorzio", dice Amelia Karraker, ricercatore. Lo ha scoperto attraverso una ricerca longitudinale che ha preso in considerazione ben 26.000 americani per un periodo di 20 anni.

Lo studio aveva l’obiettivo di raccogliere dati su come invecchia la popolazione statunitense, quella dei baby boomers nati tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso. Si voleva anche scoprire se e come incidono sul matrimonio di coppie anziane quattro gravi malattie fisiche:

  • tumore,
  • problemi cardiaci,
  • malattie polmonari, 
  • ictus.

Per ottenere risposte i ricercatori hanno analizzato 20 anni di matrimonio di 2.717 coppie, che all’inizio della ricerca avevano almeno 50 anni. Nel corso della ricerca il 31% delle coppie ha divorziato; su questo evento come aveva inciso l’elemento della malattia?

Lo studio ha evidenziato che, rispetto alla malattia, le donne sono doppiamente svantaggiate, perchè: 

1. considerato che gli uomini si ammalano di più, esse corrono maggiormente il rischio di rimanere vedove;
2. quando ad ammalarsi sono le donne, le coppie divorziano il doppio di  quando si ammalano i mariti.

Sul punto 2. sarebbe come dire che:

i maschi presentano delle difficoltà relative all’accudimento della propria partner colpita da un grave evento di salute, problema che le mogli non hanno.

 

Non è stata l’unica ricerca a porre il dito su questa problematica.

In uno studio pubblicato nel 2009 sulla rivista "Cancer" vengono analizzato le statistiche dei casi di divorzio di 515 pazienti colpiti da varie forme di tumore al cervello e da sclerosi multipla seguiti dal 2001 al 2006.
I risultati hanno confermato quanto era già emerso in passato: se uno dei due coniugi sviluppa il cancro, circa il 12 per cento delle coppie va incontro a divorzio o separazione. Ma quando ad ammalarsi è lei, si separa il 21%; mentre se è l’uomo ad essere colpito dalla malattia soltanto il 3 per cento dei matrimoni s’infrange.

Importante: la rottura è più frequente nelle coppie "giovani" - quelle con una storia insieme più breve o formate da persone di giovane età - mentre i coniugi anziani o sposati da lungo tempo sembrano reggere meglio l’impatto.

 

La nostra esperienza clinica

Il nostro impegno professionale conferma in linea di massima la minore resistenza maschile di fronte al dolore, al sacrificio dell’assistenza prolungata, alla rottura della consuetudine della vita di coppia, alla carenza o assenza della sessualità (anche se è sempre molto rischioso generalizzare, nei territori della Psy...). Questo vale sia per le gravi malattie fisiche oggetto delle ricerca, ma anche per le patologie psichiche o psichiatriche, quale la depressione.

I mariti generalmente “tengono” e reggono nella prima fase dell’evento acuto. I problemi arrivano dopo. Quando c’è tempo per riflettere e bisogna tornare alla «normalità», raccogliere le forze dopo la paura che la malattia porta con sé, programmare il futuro facendo i conti con i cambiamenti avvenuti o con le conseguenze che faticano a riassorbirsi.

 

Quali le cause della difficoltà maschile?

Se l’essere donna è un significativo predittore di abbandono da parte del partner in caso di grave malattia, quali sono i meccanismi che agiscono nella psiche maschile?
La ricerca dell’IRS non lo indaga, ma la dott. Karraker ipotizza una spiegazione: "Le aspettative sociali sul care-giving non mettono solitamente l'uomo di fronte al fatto di dover necessariamente prendersi cura della propria partner malata". Le donne vi sono destinate da quando nascono, da secoli; si osservi anche qui in Italia la preponderante percentuale di donne operatrici nelle residenze per anziani e disabili. Si distingua l'assistenza dalla “cura”,  che gode di una considerazione sociale molto diversa e che ancor oggi è appannaggio percentualemente maggioritario degli uomini: medici, primari.

Un secondo aspetto. Superata la fase acuta, avviene il ritorno alla normalità di una nuova quotidianità; essa troppo spesso non prevede l’intimità e il ripristino della dimensione sessuale. Per difficoltà oggettive, per resistenze psicologiche dell’uno o dell’altra, per stereotipi e pregiudizi duri a morire e che colpiscono senza scampo la propria situazione di ammalato/a (non è normale avere voglia, sono malata), ma anche il desiderio del compagno verso la propria donna (io non sono normale: lei è sofferente e io penso a godere). E a soffrirne di più è in genere la parte maschile della coppia.

 

Cosa fare?

  • Innanzi tutto chiedere un sostegno psicologico fin dalla diagnosi: fa sentire meno soli e aiuta a non commettere gli errori più comuni per le coppie in questa situazione. Essere seguiti psicologicamente  previene di fatto conflitti di coppia, distacchi e separazioni.
  • Intensificare la comunicazione nella coppia. Chiedersi reciprocamente cosa fa paura, se si prova dolore fisico e/o interiore, quali sono le aspettative e i bisogni di ciascuno. Certo che ciò può avvenire solo se la coppia è "intima" fin da prima... (Brunialti, Il ruolo della malattia cronica nella vita della persona)
  • La donna superi la tendenza a trasformarsi nella "infermiera perfetta"; è pur sempre la moglie di un marito che sente di avere "anche" delle parti sane (ad esempio il pene, il desiderio, ...), non se ne meravigli.
  • Il marito di una donna malata faccia il possibile per esprimere le sue parti tenere e affettuose; in alcuni momenti il senso di impotenza prende il sopravvento e sembra di essere di nessuna utilità (anche e soprattutto nelle forme depressive!); ma la vicinanza affettuosa e non ansiosamente appiccicosa è sempre una buona medicina. Se il coniuge, pur tenendoci al proprio matrimonio, non ce la fa, chieda aiuto; noi Psy ci occupiamo proprio anche di questo.
  • Nelle assistenze che si prolungano nel tempo il/la care-giver, cioè chi si prende cura, deve essere attento al proprio equilibrio personale e buon umore proteggendo necessari momenti per sè, senza sensi di colpa: non si tratta di abbandono di chi soffre, è mezzo necessario a nutrire e reintegrare le proprie energie psichiche.
  • E poi occorre ripristinare l’intimità e la sessualità il prima possibile, valutando e rispettando i vincoli che la malattia può im/porre, ma anche incoraggiando la persona sofferente a riprendere possesso delle parti sane di sè, con la gradualità che sente sua propria. En passant facciamo notare che alcuni limiti possono essere trasformati in intriganti nuovi elementi di erotismo un po' trasgressivo (ed es. certi particolari indumenti intimi in caso di intervento per tumore al seno: Trasgredire insieme rafforza la coppia ).

Quando si incontrano resistenze e difficoltà eccessive o prolungate nei mesi, non si lasci trascorrere troppo tempo prima di rivolgersi individualmente o insieme a un Sessuologo clinico, meglio se Psicoterapeuta. La sessualità infatti è un ingrediente troppo importante nella manutenzione della vitalità della coppia, anche quando essa va incontro a scossoni non da poco! Ma la sessualità rappresenta anche un essenziale pilastro dell'identità personale e di genere pur nella malattia: "Sono ancora una donna"; "Continuo ad essere il suo compagno, a tutti gli effetti".

A completamento, segnalo che questi ultimi aspetti sono stati approfonditi in "Matrimoni senza sesso: sempre di più, perche?" , La coppia coniugale e la manutenzione ordinaria e straordinaria.

 

Fonti

 

Consiglio anche la lettura della News del collega Salvo Catania: Dare sempre speranza: i fattori predittivi sono una mera informazione, non una condanna!