La letteratura ed il folclore, ci tramandano icone al femminile dalla dubbia moralità ed indiscussa pericolosità, oltre che bruttezza, ne cito soltanto alcune:
Pandora, che disobbedendo a Zeus scoperchiò il vaso che avrebbe dovuto custodire e fece uscire tutti i mali del mondo - vecchiaia, morte, malattie, gelosia, pazzia e vizi - Eva, con la sua mela, anche lei disobbediente e tentatrice, Lucrezia Borgia, una vera mantide religiosa, ed ovviamente la Befana, dall'inquietante fisicità.

Festività religiosa, nonostante il folclore, l'Epifania viene incarnata da una simpatica vecchietta, con il naso bitorzoluto, che guida sapientemente o maldestramente la sua scopa, mal vestita e decisamente brutta.

La sua calza è variegata, sarà simpaticamente punitiva, contenendo carbone per i bambini che sono stati disobbedienti, o dolcetti e cioccolato, se i destinatarii saranno stati buoni durante l'anno trascorso.

Ma quanto è difficile essere donne?

Sembra davvero una vera caccia alle streghe.

Sembra infatti che il destino delle donne sia quello di essere punitive o educative…

Belle o brutte…

Buone o cattive..

Non esiste una via di mezzo.

 

La donna nelle fiabe
Anche nelle fiabe la figura delle donne oscilla tra la sfortunata e sfruttata Cenerentola, l'ingenua, bella ed invidiata Biancaneve, e la recentissima Frozen, incapace di modulare le proprie emozioni e costretta a congelare tutto e tutti attorno a sé, fino a portarli alla morte.

Le sorellastre, la strega, la matrigna spietata e mangiatrice di cuori, è sempre una "donna".

Il principe sul cavallo bianco che la salverà, il re che la renderà regina ed i sette nani che proteggeranno l'ignara Biancaneve, sono sempre uomini.
Anche il cacciatore che avrebbe dovuto estirpare il cuore a Biancaneve, avrà poi un attacco acuto di rimorso e lo sostituirà con il cuore di un cerbiatto.
Nell'immaginario collettivo alla parola "donna" si associano parecchie gradazioni emotive dell'essere donna, spesso inquietanti per i più svariati motivi.

È mai possibile che Babbo Natale, rassicurante, dolce e contenitivo, sia uomo, mentre la Befana, brutta, goffa e repugnante, debba essere donna?

Befana, strega, vecchia, e così via, mille nomi o soprannomi, dispregiativi e denigratori, quando pensiamo all'epifania, la nostra mente concretizza l'immagine - non bella, se non sgradevole per la sua pelle - della vecchietta più famosa dell'anno.

In molti Paesi del Nord la chiamano la "strega" ed addirittura la "bruciano viva" nelle piazze, dopo averle tagliato i capelli, un gesto quindi di chiara deturpazione estetica.

Falò, riti arcaici, altri propiziatori - quelli relativi alle tradizioni contadine - ma sicuramente estremi e poco affini all'immagine della donna.

Riti e tradizioni, folclore e superstizioni, immagini e filastrocche, ruotano attorno a questa vecchietta così amata perché dispensatrice di doni, e così temuta per la sua fisicità riluttante

Brutta, bitorzoluta, derisa ed ingiuriata, bruciata nelle campagne e sulle piazze di tante città italiane, la Befana rivive ogni anno, immortale nella sua magia.

Destinata a morire ogni anno sul rogo ed a risorgere sempre, come l'Araba fenice, dalle proprie ceneri.

Per voler pensare bene, l'unica metafora che mi viene in mente volgendo uno sguardo all'Epifania, è la chiara associazione tra morte e rinascita, tra morte e trasformazione, ed ancora, tra l'essere donna e la nostra innata capacità di rinascere dalle nostre ceneri.