«Dopo che la psicoanalisi ha dominato la psicoterapia per i primi anni, affermando di essere il trattamento “gold standard”, è poi iniziata un’epoca «cognitivo-comportamentale centrica», le ricerche scientifiche più recenti (vedi link a studio del 10 ott. 2017 - JAMA), però, mettono in discussione questo status e consentono oggi di affermare che «le terapie cognitivo-comportamentali non dovrebbero essere considerate il “gold standard” in psicoterapia». 

La forte incidenza sulla popolazione di disturbi mentali e di problematiche psicopatologiche, induce un elevato numero di persone a ricercare le cure più efficaci ed efficienti per le proprie difficoltà. Spesso è difficile risalire alle fonti delle notizie e così può capitare, non di rado, di imbattersi - anche nel web - in informazioni inesatte, incomplete, o persino infondate.

Uno dei luoghi comuni circa l’efficacia delle psicoterapie, per molti ricercatori sembra essere appunto nell'idea che vi siano terapie più efficaci e più efficienti di altre per il trattamento di determinate psicopatologie.

Per alcuni anni si è diffusa la convinzione che la terapia cognitivo-comportamentale abbia potuto in qualche modo dirsi "più efficace" di altre terapie per dati disturbi. Questa è una affermazione difficile da provare anche per i professionisti, e per l’utente non esperto può risultare molto complesso, se non impossibile, verificare la correttezza di questa informazione.

Alcuni ricercatori si sono limitati a mostrare l’infondatezza di queste affermazioni mostrando quanto i fattori di efficacia siano riconducibili a “fattori comuni” presenti in tutte le psicoterapie e non siano, invece, relativi alla tecnica utilizzata. Ciò che “cura” in psicoterapia, secondo questi studiosi, sarebbero dunque variabili trasversali da rintracciare tra le caratteristiche personali del terapeuta, del paziente, o in particolare attinenti la qualità della relazione intercorrente tra paziente e terapeuta.

Altri ricercatori, hanno invece indagato la questione sul piano della ricerca empirica, tra questi, vi sono Falk Leichsenring e Christiane Steinert dalle Università della Germania di Giessen e Berlino). Questi ultimi, con la collaborazione delle facoltà di psicosomatica, psicologia, psicoterapia e della Scuola di Medicina di Berlino, hanno recentemente dimostrato, grazie a uno studio pubblicato il 10 ottobre 2017 sulla rivista JAMA dell’American Medical Association – una delle riviste scientifiche più prestigiose ed accreditate del mondo – che: «nessuna forma di psicoterapia può oggi affermare di essere il gold standard, suggerendo la necessità di pluralità nel trattamento e nella ricerca, vale a dire una varietà di differenti approcci psicoterapeutici.».

 

Focus dello studio pubblicato sul JAMA è la presunta maggiore efficacia degli approcci basati sulle terapie cognitivo-comportamentali (TCC in italiano; in inglese CBT “cognitive based therapy”), spesso considerate “gold standard” nel trattamento di alcuni disturbi psichiatrici, senza che però vi siano “prove sostanziali” a sostegno di questa affermazione.

Leichsenring e Steinert, prendendo in considerazione alcune tra le più recenti e complete meta-analisi comparative tra vari approcci in psicoterapia, utilizzati nella cura dei più comuni disturbi psichiatrici, hanno documentato che «non vi sono prove evidenti che CBT sia più efficace di altre psicoterapie, sia per i disturbi depressivi che per i disturbi d'ansia. Ciò vale anche per molti altri disordini mentali (ad es. Disturbi della personalità o disturbi del comportamento alimentare)».

I risultati di questo studio mostrano, al di là dei luoghi comuni, numerosi punti di debolezza di molte delle ricerche che hanno sino a poco tempo fa indicato una maggiore efficacia delle terapie cognitivo-comportamentali. Si può parlare di terapie cognitivo-comportamentali al plurale, poiché nello studio si sono esaminate molte delle principali varianti di questo approccio, tra cui anche la più nuova terapia cognitivo-comportamentale transdiagnostica: “CBT-E”. In particolare, tra le conclusioni emerse nella ricerca contemporanea, è risultato evidente che «le terapie cognitivo-comportamentali sono state spesso sopravvalutate» anche a causa di importanti errori, sia di validità dei costrutti, sia di attendibilità dei risultati, di correttezza metodologica, che infine di interpretazione degli esiti. Alcuni dei risultati a cui sono giunti i ricercatori, dunque, possono dirsi: 

  • Un numero esiguo di studi possono dirsi realmente comparativi tra le terapie cognitivo-comportamentali e altre psicoterapie (psicodinamica, sistemico-relazionale, interpersonale, etc.) e questi pochi studi non necessariamente mostrano una superiorità delle TCC;
  • I test sono stati spesso condotti con metodologie deboli. Non vi è nessuna chiara evidenza empirica circa la superiorità delle terapie cognitivo-comportamentali rispetto ad altre psicoterapie. Anzi, meta-analisi estese hanno evidenziato che «gli effetti della CBT (terapia cognitivo-comportamentale) sono incerti e devono essere considerati con cautela»;
  • La “fedeltà” dei ricercatori alle teorie cognitivo-comportamentali è spesso “incontrollata”, ciò ha portato spesso a risultati falsati dalle aspettative dei ricercatori, quando non addirittura all’esclusione di variabili, condizioni, o persino risultati che non erano aderenti ai desideri iniziali dei ricercatori stessi;
  • Gli studi di alta qualità sono pochi, mentre vi è un numero elevato di studi di scarsa qualità. Per affermare che una terapia è superiore ad altre terapie non occorre solo un numero elevato di ricerche, ma occorrono anche ricerche di qualità, che invece non sono abbastanza numerose;
  • Mancano le prove empiriche che nei casi in cui si è registrato un miglioramento dei sintomi, questo dato sia stato dovuto ai meccanismi centrali - dal punto di vista delle teorie cognitivo-comportamentali - implicati nel cambiamento psicologico. In sostanza il cambiamento, quando positivo, potrebbe essere dovuto alla presenza di fattori aspecifici non contemplati nei trial;
  • I risultati positivi della TCC (terapia cognitivo-comportamentale) hanno mostrato una efficacia limitata. La durata nel tempo dei risultati conseguiti dai pazienti è ridotta. Ancor più spesso, si ha una mancanza di prove empiriche circa la “robustezza” dell’efficacia dei trattamenti. Più semplicemente, i trattamenti cognitivo-comportamentali, anche quando si mostrano efficaci, lo sono poco: ovvero «non producono effetti sufficientemente ampi».

Ciò che rende particolarmente interessante questa ricerca è la presenza, tra gli studi esaminati, di lavori svolti da gruppi di ricerca considerati «sostenitori della CBT o da ricercatori indipendenti».

«Pertanto», conclude lo studio, «la tesi secondo cui l'evidenza di efficacia per la CBT è limitata non dovrebbe essere attribuita a un pregiudizio contro la CBT stessa».

Questi risultati non derivano quindi da studi selezionati in modo arbitrario, bensì da accurate ricerche meta-analitiche e da review sistematiche di alta qualità svolte in modo indipendente o addirittura da esponenti del mondo cognitivo comportamentale.

Se da un lato quindi «le prove per le psicoterapie cognitivo-comportamentali sono meno forti di quanto spesso affermato», la CBT, secondo gli autori, resta comunque «probabilmente la psicoterapia più studiata empiricamente». Per altre forme di psicoterapia, come la terapia interpersonale o la terapia psicodinamica esistono un numero inferiore di studi d’efficacia, ma ciò non è sufficiente ad affermare che siano meno efficaci.

Gli autori, si augurano che queste loro conclusioni possano essere utili a far comprendere che «tutte le terapie basate sulle evidenze hanno i propri punti di forza» ma nessuna può auto-proclamarsi “gold standard”.


LINK:

Leichsenring, Steinert, et al. JAMA. October, 10, 2017. Is Cognitive Behavioral Therapy the Gold Standard for Psychotherapy?: The Need for Plurality in Treatment and Research.