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Dall'oftalmologia una diagnosi dell'Alzheimer sempre più precoce

Dr. Mauro ColangeloData pubblicazione: 11 agosto 2018Ultimo aggiornamento: 02 dicembre 2020

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L’accumulo della proteina beta-amiloide e la formazione dei grovigli neuro-fibrillari anticiperebbero di 10-15 anni l’esordio dei sintomi della malattia di Alzheimer, che poi tumultuosamente evolvono causando progressive disabilità che interferiscono sempre più nello svolgimento delle attività quotidiane. Una diagnosi precoce dell’Alzheimer, quando ancora nessun disturbo di memoria o cognitivo si è manifestato, non è agevole neppure a medici esperti in questo settore.

Tuttavia un riconoscimento tempestivo della malattia potrebbe consentire un intervento farmacologico con farmaci attivi sull’acetilcolina, volti a mantenere ancora per qualche tempo integre le funzioni cognitive e a ritardare l’esordio della disabilità.

alzheimer diagnosi precoce

I test cognitivi dei marcatori dell'Alzheimer

Quando il disturbo di memoria comincia a essere più consistente, seppure non ancora disabilitante, è possibile riconoscere che queste proteine neurotossiche si stiano accumulando, attraverso indagini del tipo della Tomografia a Emissione di Positroni con tracciante per l’amiloide (Amyloid-PET), Risonanza Magnetica ad alta definizione e con dosaggio liquorale di beta-amiloide e proteina tau e, ovviamente, mediante somministrazione di test cognitivi.

Dall'oftalmologia un nuovo screening per la diagnosi

Quando un soggetto presenta solamente delle lievi dimenticanze non sempre si ritiene necessario ricorrere a queste complesse indagini, ma grazie a una nuova e promettente ricerca è possibile oggi con un semplice esame di oftalmologia decidere se sia opportuna l’esecuzione di questi specifici esami diagnostici che vanno alla ricerca dei cosiddetti marcatori di malattia.

La ricerca sulle malattie oftalmiche

La Dr. Cecilia Lee, Professore di Oftalmologia alla University of Washington School of Medicine ha individuato un nuovo metodo di screening per l’Alzheimer utilizzando l’occhio come la finestra per guardare nel cervello e nel 2018 ha riportato i risultati dello studio in Alzheimer and dementia, Journal of Alzheimer’s Association.

I ricercatori hanno esaminato nel corso di 5 anni una popolazione di 3.877 pazienti, di età superiore ai 65 anni ed esenti da disturbi cognitivi riferibili ad Alzheimer, che risultavano affetti da una di queste tre malattie oftalmiche:

  • degenerazione maculare senile, malattia legata all'invecchiamento che colpisce la macula, ossia la porzione più centrale della retina e costituisce la principale causa di perdita grave della visione centrale nel soggetto anziano
  • retinopatia diabetica, grave complicanza del diabete che viene diagnosticata in circa un terzo dei diabetici
  • glaucoma, malattia oculare correlata generalmente a una pressione dell’occhio troppo elevata.

I soggetti arruolati nella ricerca facevano anche parte dello studio Adult Changes in Thought database iniziato nel 1994 dal Dr. Eric Larson al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute. Intersecando i dati desunti dalla Lee con quelli del database di Larson è emerso che in 792 casi si è avuto sviluppo della malattia di Alzheimer.

Ciò ha consentito di concludere che i soggetti affetti da degenerazione maculare senile o da retinopatia diabetica o da glaucoma sono dal 40 al 50% di più a rischio di contrarre la malattia di Alzheimer, rispetto a persone della stessa età ma indenni da queste malattie. Contestualmente i ricercatori hanno escluso che la diagnosi di cataratta costituisca fattore di rischio per l’Alzheimer.

Nell'analisi degli occhi la diagnosi precoce su ciò che accade nel cervello

Il Prof. Paul Crane della Division of General Internal Medicine, alla UW School of Medicine, ha commentato i risultati di questa ricerca enfatizzando il concetto che si possano apprendere le condizioni del cervello del soggetto anziano “guardandolo negli occhi” e, se dovesse risultare affetto da una delle tre descritte condizioni oftalmiche, ipotizzarne il rischio di Alzheimer.

Ciò renderà gli Oftalmologi in primis, ma anche i Medici di base, più consapevoli nel ricercare nei soggetti affetti da queste patologie segni anche lievi di decadimento cognitivo. Il risvolto pratico della ricerca deve essere visto nella possibilità di una diagnosi precoce e nell’adozione tempestiva delle misure terapeutiche e preventive che interferiscano nel trend attuale che prevede fra 30 anni un numero triplo di pazienti con demenza di Alzheimer, rispetto al numero attuale che si aggira sui 46 milioni di casi nel mondo.

La ricerca della Dr. Lee mette a fuoco il concetto che quanto accade nell’occhio, che è una estensione del Sistema Nervoso Centrale, possa segnalare quanto stia accadendo nel cervello con l’auspicio che ulteriori studi consentano di comprendere meglio la interconnessione nella loro neuro-degenerazione, migliorando la diagnosi ed il trattamento della malattia di Alzheimer.


Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

5 commenti

#1

Studio veramente interessante e promettente.
Ti chiedo qualche chiarimento: L'A-P è una demenza degenerativa progressiva che si manifesta prevalentemente dopo i 65 anni, anche se può insorgere in età più giovanile intorno, in media, ai 50.
Sappiamo che la maggior parte dei casi di demenza sono dovuti a tale morbo, ma seppur in percentuale minore, anche la demenza ad etiologia vascolare.
Se la proteina beta-amiloide e la formazione dei grovigli neuro-fibrillari potranno precocemente essere individuati credo che passi notevoli potranno essere fatti per la cura, ma per la demenza su base vascolare?

Ti ringrazio

#2
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Tu ti poni sempre il problema (come ogni Neurochirurgo deve imparare precocemente a fare) di individuare il piano B se si trova in difficoltà e anche....se non lo è. Tu hai perfettamente ragione: l’Alzheimer è molto più “reclamizzata” della demenza fronto-temporale ed è quella che magnetizza più attenzione da parte della ricerca. Però, Gianni, non dimentichiamo il lavoro incessante degli Internisti nel propalare i dettami per la prevenzione del danno vascolare da danno ipertensivo o metabolico.
Ti ringrazio del tuo cortese commento.

#3

Caro Mauro,
non mi sono espresso bene.
E' risaputo che internisti, cardiologi, neurologi, medici di base si prodigano nel sensibilizzare i pazienti alla prevenzione.
Intendevo dire ( se non mi sbaglio) che la proteina è responsabile della A-P, ma non per la demenza vascolare, per la quale non sarebbe possibile attuare le precoci indagini di prevenzione, fermo restando ovviamente la validità della prevenzione di danni vascolari.

#4
Dr. Vincenzo Sidoti
Dr. Vincenzo Sidoti

Ottima riflessione.E ribadisco l'aspetto fondamentale della prevenzione di possibili con cause e comunque di un brain training precoce che possa stimolare in anticipi la neuroplasticità e la riserva neuronale. E' un lavoro di squadra che deve coinvolgere medici di base, neurologi,geriatri,neuropsicologi, internisti, oculisti etc...

#5
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Concordo appieno con voi, cari Colleghi, come d'altro canto lo spirito dell'articolo enfatizza, che precocità della diagnosi vuole dire attuare con vero spirito di squadra (come Vincenzo auspica) tutto quanto sia oggi nel nostro armamentario per ridurre il progredire di queste malattie, il cui peso sociale e familiare è sempre più di enorme impegno.

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