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Demenza isolamento sociale

L’isolamento sociale rimpicciolisce il cervello degli anziani

Dr. Mauro Colangelo Data pubblicazione: 11 giugno 2022

Tenere in esercizio il cervello aiuta a rallentare il declino cognitivo?

Nel saggio Historia Vitae et Mortis del 1622, Francis Bacon descrive come preservare i corpi dall'azione disgregatrice del tempo e contrastare la principale causa dell'invecchiamento, l'atrofia senile, ispirandosi all’aforisma del grande medico romano Celso functio facit organum”, ossia la funzione crea l’organo. Una nuova ricerca, fondata su uno studio epidemiologico prospettico condotto da Barbara J. Sahakian, professore della Clinical Neuropsychology all’Università di Cambridge (UK), avvalora il principio enunciato da Celso per cui se il cervello è tenuto in esercizio se ne può contrastare e ritardare il degrado legato all'azione devastatrice del tempo.

Cosa dicono gli studi?

Il lavoro Associations of Social Isolation and Loneliness with Later Dementia, pubblicato l’8 Giugno 2022 su Neurology [1] evidenzia che l’isolamento sociale degli anziani determina uno scadimento della funzione cognitiva ed espone nel follow-up ad un maggior rischio di demenza rispetto ai soggetti non socialmente isolati.

Per esplorare il potenziale meccanismo neurobiologico e per stabilire modelli Cox di rischi proporzionali (in relazione al tempo e ad una o più covariate associate a tale quantità di tempo), è stata utilizzata una coorte di 462.619 soggetti, dell’età media al baseline di 57.0 anni.

Ai partecipanti veniva richiesto se vivessero con altre persone, se ricevessero visite di amici o di familiari almeno una volta al mese, e se prendessero parte ad attività sociali, come associazioni, meeting o volontariato almeno una volta a settimana. In caso di risposta negativa ad ambedue i quesiti si era considerati socialmente isolati.

Per misurare l’entità della solitudine, è stato domandato se il soggetto si definiva un solitario e quanto spesso usava confidarsi con altre persone; coloro che avevano risposto affermativamente alla prima questione e di confidarsi meno che una volta al mese erano considerati solitari.

I Ricercatori hanno inoltre raccolto altre informazioni personali, valutato i dati della Risonanza Magnetica (RM) dell’encefalo, eseguita su 32.263 partecipanti (età media 63.5) all’incirca 9 anni dopo l’arruolamento nello studio, ed hanno eseguito test di valutazione della funzione cognitiva.

Al baseline dei partecipanti, il 9% è risultato socialmente isolato, mentre il 6% è stato inquadrato nella tipologia dei soggetti solitari.

I reperti della RM indicano nei soggetti socialmente isolati un ridotto volume della sostanza grigia nelle regioni temporali, frontali, nel talamo, nell’amigdala e nell’ippocampo, ossia nelle aree cerebrali connesse al meccanismo dell’apprendimento e della memoria  (P <. 001). Diversamente, nei soggetti tendenzialmente solitari non si è individuato un link tra il loro comportamento ed un ridotto volume della sostanza grigia o demenza.

Al follow-up medio di 11.7 anni sono stati identificati 4.998 casi di demenza ascrivibili a tutte le cause e nei soggetti socialmente isolati si è rilevato un rischio maggiore di 1.26 volte (95% CI, 1.15-1.37), ossia l’incidenza della demenza è risultata più elevata del 26%. Il rapporto di rischio nei soggetti solitari era di 1.04 (95% CI, 0.94-1.16) e nel 75% questa relazione era attribuibile a sintomi depressivi.

Lawrence Whalley, professore di salute mentale all’Università di Aberdeen (UK), rileva il contributo importante che emerge dai dati di questo studio sul volume cerebrale in relazione all’isolamento sociale, cui è ascrivibile un’aumentata incidenza di demenza più che all’attitudine alla vita solitaria.

Ciò rappresenta un monito per la comunità a prevenire l’isolamento sociale degli anziani, sollecitando l’allestimento di attività sociali attraverso club e la condivisione di hobby, allo scopo di evitare lo stress cronico di dover fare affidamento solo su se stessi e di non disporre di aiuto e di compagnia per affrontare i propri problemi.

Per approfondire:Demenza: le persone estroverse e meticolose rischiano meno

Fonti:

  1. Associations of Social Isolation and Loneliness With Later Dementia

Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

10 commenti

#1
Dr. Antonio Ferraloro
Dr. Antonio Ferraloro

Studio molto interessante che l'esimio Collega e Amico Mauro Colangelo riporta in termini semplici e comprensibili anche ai non addetti ai lavori.
Già sapevamo da tempo che l’esercizio delle facoltà mentali è uno dei fattori più importanti nella prevenzione della demenza insieme allo stile di vita in generale, questi rappresentano i fattori modificabili, poi ovviamente esistono anche quelli immodificabili (congeniti) su cui non è possibile praticare una prevenzione.
Con questo studio si è riscontrata una correlazione anche anatomica, organica, sulla riduzione del volume della sostanza grigia in strutture deputate alle facoltà cognitive in generale nei soggetti socialmente isolati.
Pertanto evitare tale isolamento rappresenta già un importante passo verso una migliore qualità della vita ed un altro passo verso la prevenzione delle demenze.

#2
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Cro e stimato Antonio,
ti ringrazio per il tuo "endorsement" alla news, che le dà maggior valore per la divulgazione ai nostri lettori e costituisce nel contempo un monito per la comunità tutta.

#3
Utente 510XXX
Utente 510XXX

Dott. Colangelo grazie per questo articolo che, oltre ad essere esplicativo da un punto di vista medico, evidenzia anche quella che è la attuale, e progressiva, situazione sociale che coinvolge, purtroppo, molti anziani che,in molte situazioni, vengono visti come un noioso problema da vivere, dimenticando che sono stati,con pregi e difetti che tutti abbiamo, gli artefici coloro che li hanno messi al mondo. Grazie per avere toccato un argomento scottante che dovrebbe essere maggiormente tenuto in considerazione da chi ci governa.

#5
Dr.ssa Anna Potenza
Dr.ssa Anna Potenza

Grazie per quest'articolo, che divulgherà presso i miei pazienti anziani, presso i loro figli e i caregiver. Da trent'anni svolgo l'insegnamento volontario nell'Unitre (università delle Tre Età), da sette quello di Filosofia. Le mie alunne (età media 70 anni) si mostrano vivaci intellettualmente, disposte al dialogo, alla cooperazione e allo studio collettivo, oltre ad aver imparato una gestione dei device di cui vanno orgogliose: le lezioni, dal 2020, si svolgono online. Purtroppo la parte maschile si è andata ritirando; pare che gli uomini siano meno disposti a calarsi nel ruolo degli studenti e a rivelare le proprie debolezze, culturali e tecniche. E' uno dei limiti delle prescrizioni dei ruoli di genere, purtroppo, che rende particolarmente penosa la vecchiaia e i suoi limiti.

#6
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Gentile Prof. ssa Potenza,
La ringrazio per il Suo commento e le esprimo il mio personale compiacimento per la lodevole Sua iniziativa. Sulla scorta dei dati scientifici cui ho fatto riferimento nell'articolo, sono convinto che ella troverà ulteriori motivazioni e nuovo vigore nel condurre l'insegnamento.
Cordiali saluti

#8
Utente 648XXX
Utente 648XXX

Mandela si e' fatto 27 anni di isolamento ed e' morto a 95 anni..diciamo che dipende molto dal cervello dell'anziano; se gli anziani interagissero di piu' con i giovani probabilmente rimarrebbero piu' giovani;se si annoiano con altri anziani beh, di solito quelli piu' vivaci si abbattono e finiscono per rischiare demenze almeno questa e' la mia sensazione da profano

#10
Utente 648XXX
Utente 648XXX

Prego ma io inizierei a studiare il cervello delle personalita' che collegano il piacere con la disperazione di essere aggrediti o l'attenzione strabordante altrui a qualcosa di aggressivo;di solito almeno parlo per me, il mio cervello collega l'esuberanza cn l'aggressivita' e l'accusa per cui tende a spegnersi come se si avesse memoria che il contraddittorio porti alla disperazione della perdita di Se' e della distruzione del proprio senso di Realta' relativizzato al nulla;gli psicologi e gli Psichiatri trovano molto piacevole esporre i pazienti a questa sensazione che poi e' la depressione;questo problema io lo lego ai cicli di allarme continui alle svalutazioni perenni al Gaslighting e al victim blaiming; in sostanza colpa tua o assorbi l'aggressivita' di tutti come un Cristo in Croce o parte l'antico Testamento;questo retaggio culturale fondamentalmente cristiano penso abbia all'attivo molte psicosi e demenze: E RICORDATI CHE DEVI MORIRE!Tutto svanisce..insomma questo bel pensiero che chiameremo realismo depressivo riduce la vita a mangiare dormire bere andare di corpo e avere uno stipendio per poi invecchiare soli a casa;il risultato?Demenza.Direi che protestare contro il modello di famiglia sia il miglior modo per difendersi dalla cattiva educazione alla depressione maggiore e all'ansia patologica

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