I "raptus" dei mass-media

Dr.ssa Franca ScapellatoData pubblicazione: 21 gennaio 2011

“Madre uccide in preda a raptus” “Raptus della depressione” “Tragedia familiare dovuta a raptus”: sono notizie sconvolgenti, che non vorremmo mai leggere sui giornali o ascoltare in televisione.

Aggiungerei che il termine “raptus” in questo contesto non soltanto è impreciso, ma dà al pubblico un’informazione scorretta: come se una madre, un marito o un figlio potessero improvvisamente e senza motivo perdere il lume della ragione. Le successive, stereotipate interviste a vicini di casa e bottegai: “Era tanto una brava persona... così gentile... tranquilla... non si capisce proprio perché abbia fatto una cosa del genere” convalidano questa impressione.

Raptus” (dal dizionario De Mauro): “Impulso improvviso e incontrollabile che induce a compiere azioni per lo più violente su di sé o verso gli altri”

In ambito psichiatrico sono soggetti a raptus, tra gli altri, pazienti affetti da disturbo antisociale o borderline, persone in preda a intossicazioni endogene o esogene (alcol o sostanze stupefacenti, ad es.), o con patologie cerebrali, come la demenza.

Gli omicidi e/o suicidi che meritano le prime pagine dei giornali, invece, non nascono all’improvviso: c’è sempre un periodo precedente, di mesi se non di anni, di malessere o una sintomatologia chiaramente psichiatrica.

Nei casi più drammatici, della psicosi puerperale con infanticidio, spesso la donna aveva manifestato già un episodio psicotico in occasione di una precedente gravidanza, e comunque il suo comportamento, nelle settimane precedenti, rivisto col senno di poi (purtroppo!) mostrava aspetti preoccupanti: eccessiva ansia, insonnia, stanchezza, pessimismo o addirittura ideazioni deliranti. Il puerperio e i mesi successivi sono molto stressanti per tutte le donne, e sia la paziente che i familiari dovrebbero essere consapevoli del rischio, soprattutto se la donna ha già precedenti di depressione, e dovrebbero chiedere aiuto al più presto.

Le madri con bambini piccoli, anche quando gravemente depresse, mantengono il legame simbiotico con le proprie creature, e vedono nel “suicidio allargato” l’unica via di uscita.

Il giovane psicotico talvolta vive i genitori come persecutori, soprattutto se interrompe le terapie, ma gli stessi genitori sono restii a farlo ricoverare in TSO perché temono ritorsioni o perché non si sentono supportati a sufficienza dai Servizi, e così si rischiano aggressioni a volte fatali.

Tornando ai titoloni iniziali, quello che mi fa rabbia come psichiatra è il fatalismo racchiuso nella parola “raptus” e in quel modo di vedere le cose: si tratta di episodi psicotici curabili, di tragedie evitabili. Ricorrere allo psichiatra non è una vergogna, e assumere farmaci per un periodo della vita (breve nel caso della psicosi puerperale, più lungo in altri casi) permette di salvare non solo quella persona e quella vita, ma anche i suoi familiari.

Autore

francascapellato
Dr.ssa Franca Scapellato Psichiatra, Psicoterapeuta

Laureata in Medicina e Chirurgia nel 1981 presso università di Parma.
Iscritta all'Ordine dei Medici di Parma tesserino n° 3717.

2 commenti

#1
Dr. Armando De Vincentiis
Dr. Armando De Vincentiis

non solo il termine raptus è furoviate, come evidenziato, ma è ancora più fuorviante quando il giornalista di turno evidenzia che quel "raptus" sia la conseguenza di una possibile depressione. Ogni volta che si parla di raptus si sente dire: però soffriva di crisi depressive. Ossia utilizzano sempre lo stesso termine come se fosse il contenitore di tutte quelle patologie per le quali certe reazioni possono essere possibili (psicosi, personalità bordeline, antisociale e/o paranoica) ma improbabile per la depressione che, al massimo, spinge al suicidio non certo induce un uomo a massacrare qualcun'altro.

#2
Dr.ssa Franca Scapellato
Dr.ssa Franca Scapellato

Hai proprio ragione, Armando: una volta i giornalisti parlavano di "esaurimento nervoso", che almeno era un termine vago e non una diagnosi. Ora le persone che soffrono di depressione spesso si angosciano e chiedono: "Anch'io arriverò a commettere atti simili?" e ce ne vuole per rassicurarle...

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