Dipendenza e dipendere. Una parola non felice nel tradurre il termine “addiction”, perché dipendenza dà l'idea di qualcuno che non sa staccarsi da qualcosa, che ne ha bisogno o comunque ritiene di averne. Addiction indica invece un legame attivo, essere tendenti a qualcosa, verso qualcosa, in cui il problema non inizia per l'assenza, ma per la presenza.

Può sembrare una distinzione da nulla, ma è uno dei punti cruciali per capire la natura della malattia.

Un “dipendente” lo immaginate come qualcuno che smania quando si trova nell'impossibilità di avere la cosa da cui dipende? Oppure ve lo immaginate come qualcuno che non si sa trattenere quando la può avere, al punto da cercarla con grandi rischi e danni? Molti immaginano la prima situazione, e anche la seconda, ma meno. La prima può corrispondere all'astinenza, ma non corrisponde alla natura fondamentale della tossicodipendenza. La seconda situazione invece è sempre presente.

Se un tossicodipendente stesse male fondamentalmente quando non ha la sostanza, significherebbe che quindi, quando la ha, sta bene. Ciò non è vero. Semplicemente non ha astinenza, anche se l'equilibrio è comunque sempre più precario. Ma non si può dire certo abbia risolto il problema. Molti ritengono, sulla base di questo concetto, che se un tossicodipendente ha la sostanza, per esempio gratis e legalmente, non è più un soggetto problematico. La “patologia” allora starebbe nell'illegalità e nel costo, ciò che renderebbe il problema più sociale che medico.

Ma questa spiegazione non descrive i pazienti come essi sono. Il tossicodipendente è colui che si ammala, peggiora, talora muore, si ammala di altre malattie per effetto della sua spinta verso la sostanza, anche quando non ne ha alcuna necessità anti-astinenziale, o per auto-curarsi stati di malattia mentale. Egli non ha più filtro nel poter decidere di non usare una sostanza, quando, e quanta, e anche con che modalità (per esempio sicura, igienica, riservata).

 

Nel documentario “Inferno Scampia dalla Camorra a Gomorra” è realizzata una breve intervista ad una ragazza tossicodipendente, di cui riportiamo il testo.

 

Quanti anni hai?

19

Da quanto tempo di droghi?

Drogare... bucare 2 anni, drogare 6 anni

Prima di bucarti cosa facevi

Tutto fin da quando avevo 14 anni

Quanto ti fai?

mi faccio 3-4 volte il giorno, mi sveglio la mattina, anche se prendo metadone sto male

E’ più buona rispetto agli altri posti?

Sì, è più buona, è più vera

Costa di più o meno?

meno

E dove trovi i soldi?

Faccio colletta

E spacci?

Ogni tanto, magari un qualche amico mi aiuta, mi dice “lo vuoi sto pezzettino di fumo”, ti fai 30-40 euro? Perché forse è pericoloso per me, magari farei una brutta fine, nel senso che mi farei troppo, cioè mi butterei sempre più in fondo, magari nelle altre città riesco più a regolarmi perché costa tanto, poi facendo colletta non è che fai tanti soldi...... Se stessi qua….

 

 

Il ragionamento della ragazza è chiaro. Se ha soldi, li spende in droga. Se la droga costa poco, ed è vicina, è l'ideale per Lei. Se la droga costa molto ed è vicina, la compra lo stesso, ma tendenzialmente meno perché di soldi ne ha pochi. Se la tossicodipendenza fosse la sua natura vera, sognerebbe quindi di vivere in un posto dove la droga costa poco ed è facile da procurarsi, tipo la piazza di spaccio di Scampia, a suo modo protetta rispetto ad altri luoghi, economica e sempre aperta. Eppure la ragazza ringrazia il cielo che almeno, per effetto della sua situazione, non ha soldi in tasca, e che al massimo chiedendo l'elemosina può procurarsi qualche decina d'euro. Si fa quattro volte il giorno, ma la cosa potrebbe degenerare se avesse molti soldi, o se dove vive la droga costasse di meno, così da non costringerla a trasferte a Scampia. Se fosse così, sente che si farebbe ancora di più, e questo non lo dice come cosa positiva, ma negativa.

 

Il tossicodipendente ha problemi quando può fare, e “può” se la sostanza è disponibile, con un livello di rischio accettabile praticamente infinito, che sale se la disponibilità è alta. Se ha a disposizione molta sostanza, non si placa. Aumenta l'uso, perde il controllo. Gliene può bastare poca, ma tanta non basta.

 

Rispetto al metadone, è significativo quello che dice. Lo prende, ma non basta. Non per questo ne prende di più, perché finché può va verso l'eroina. Sarebbe semplicissimo non avere astinenza prendendone di più, ma la persona non ragione rispetto a questa, bensì rispetto alla voglia, che pende dalla parte dell'eroina, e non del metadone. Il tossicodipendente, quando è curato bene con dosi crescenti di metadone e si ritrova a non desiderare più l'eroina, ha chiaramente risolto il problema, però da solo non tende assolutamente a farlo, perché arriva ad un punto “morto”, in cui il suo cervello non potrà mai suggerirgli di usare una medicina per spegnere un desiderio, è il desiderio che guida, e guida vero l'eroina. Anche sapendolo razionalmente, che una certa dose di metadone nel tempo spegne la voglia, chi ragiona con la voglia non concepisce di “togliersela”, nella sua mente equivale a pensare di togliere la sostanza, di allontanarla. Soltanto dopo, quando i tossicodipendenti curati guardano con altri occhi quello che hanno, dopo essersi distaccati dalla voglia, riescono a concepire una vita senza eroina. Da qui l'importanza di capire che non stiamo ragionando con persone che semplicemente devono essere sollevate e aiutate a rialzarsi, ma con persone che vanno guidate contro ciò che il cervello direbbe loro in maniera istintiva, cioè di controllare la dipendenza da soli e con mille aiuti. Guidati proprio non pensano che possa stare la soluzione. In una cura che spenga loro il desiderio, talvolta senza neanche alcun altro aiuto.

 

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