Che cos'è il “ratto reale” o, meglio tradotto, corona di ratti?

Non si sa neanche di sicuro, di sicuro una buona metafora per un disturbo ossessivo. Vedremo alla fine.

Nel disturbo ossessivo sono varie le cose che portano ad attorcigliarsi sulla domanda. Una, ed è quella fondamentale, è che la domanda tende a ripetersi da sola. Come una goccia d'acqua che cade da un rubinetto chiuso male, diventa impossibile non notarla, specie nel silenzio.

O come un ticchettio di un orologio. Ma già qui c'è una differenza: il ticchettio è fatto per esserci, e il cervello riesce a ignorarlo meglio. Il rubinetto che perde no. Perché il cervello stabilisce che non doveva esserci: ha stabilito che i rubinetti sono fatti per non perdere.

Questo è il primo tipo di vicolo cieco in cui si infila l'ossessione: anche quando stringendo il rubinetto questo non cessa di gocciolare, non è accettabile.

E questo è già il primo “nodo”, quindi. Ma passiamo oltre.

Mettiamo che a questo punto uno si cominci a chiedere che cosa deve decidere a proposito di quel rubinetto. Se è giusto che goccioli o no.

Verrebbe da rispondere, ovviamente, che non c'è niente da decidere. Se si può far qualcosa, bene, ma se non si può far nulla, c'è da sperare che la smetta, o da disinteressarsene.

Invece il cervello ossessivo si fissa che deve prendere una posizione, come se da questa, alla fine, dipendesse il gocciolare.

Se decide che gocciolare è giusto, la cosa diventa accettabile... ma in realtà non smetterà di dar fastidio per niente, e non è quello che si voleva.

Se decide che non deve gocciolare rimane nella posizione di partenza, ma ciò non significa che si possa fare niente di nuovo per farlo smettere. In questo assillo però, il cervello ossessivo perde tempo e rimane magari fermo senza riuscire a occuparsi d'altro.

Ora, finché è un rubinetto la cosa può sembrare comica.

Ma pensate ad una ossessione che inizia a attorcigliarsi intorno ad una relazione amorosa che non sembra funzionare bene.

La cosa tormenta, dà fastidio, magari la persona amata ha dato segni di insofferenza, o ci ha dato segnali decisamente spiacevoli, di indifferenza, di stanchezza, addirittura di rifiuto. E tuttavia non si riesce a decidere se chiudere o no, se far qualcosa o no, se si deve aspettare speranzosi, o reagire scocciati. Se si deve assumere la posizione di chi dice “basta”, oppure di chi si mette a disposizione ancora di più per colmare magari delle esigenze.

Il destino sta lavorando per noi, ma il cervello si comporta come se dovesse “decidere” cosa deve succedere. Il cervello deve semplicemente decidere come andare avanti, e non se troverà ostacoli.

Invece, il cervello si ferma di fronte ad un ostacolo come questo perché, se decide di aggirarlo, significa lasciare la strada e deviare. Se decide invece di aspettare che l'ostacolo se ne vada, non cambia strada, ma neanche va avanti.

Quando si tratta di una relazione, questo equivale a dire che se si prende la decisione di andar per la propria strada, si viene assaliti dal pensiero che si poteva far qualcosa e non si è sbagliato a non farlo; se invece si rimane in attesa, si teme di perdere tempo e tener duro, ma per qualcosa che già non funziona più.

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Si pensi che quando una storia d'amore finisce, magari in maniera spiacevole, o senza una ragione, molte persone sono prese da ossessioni paradossali.

La domanda a quel punto non diventa più se lui o lei mi ama, perché a storia finita questa domanda è ormai superata. Ma per esempio se mi amava “davvero”, perché in questo caso si avrebbe un motivo per insistere per recuperare la cosa. Oppure, addirittura qualcuno è preso da ossessioni sessuali sulla propria validità (essere impotenti) o identità (essere omosessuali), come se il cervello disperatamente cercasse un motivo per la fine della storia, un qualcosa che la spieghi, retroattivamente. Se sono omosessuale, per esempio, ecco perché una storia eterossuale è finita: questa dovrebbe essere la spiegazione retroattiva. Assurda, ma se funzionasse chiuderebbe la domanda sul “perché” è finita.

In ogni caso, si faceva l'esempio delle relazioni, perché sono la tipica situazione di cui non si ha alcun controllo reale, si vivono con naturalezza finché ci si sente di farlo, senza alcuna garanzia che durino, o che non siano interrotte da fattori indipendenti dalla nostra volontà. Il cervello ossessivo già non sopporta un rubinetto che perde, men che meno un amore che finisce o non va.

Eppure, dovrebbe invece lasciare stare a maggior ragione ciò che per natura è più instabile, che dipende da due volontà distinte, che per esperienza si sa essere soggetto a mutamento e esaurimento. Invece, proprio ciò che sfugge al controllo cattura l'attenzione del cervello ossessivo.

Il cervello ossessivo è come un cane pastore che cerca proprio la pecora nera, quella indisciplinata. Ma nel sistema cane-pecora c'è equilibrio: il cane identifica la pecora che esce dal gregge, ma le pecore in generale nel gregge ci stanno. E le pecore che escono si lasciano riportare docilmente dentro, di fronte ad un cane. Quindi il cane compensa una perdita di controllo nel gregge secondo un rapporto di forze vincente.

Questo è quello che il nostro cervello fa sottotraccia, senza che noi lo sappiamo, rimette continuamente in ordine, trova spiegazioni, scarta errori etc.. Mettiamo che invece il pastore si metta in mente di usare il cane per controllare uno sciame d'api, o per cacciar via il lupo. Nel primo caso, non funziona. Nel secondo, al massimo può avvisare che il lupo c'è.

Le ossessioni “relazionali” sono di questi due tipi:

  • o sono il semplice segno che c'è un problema, ma di per sé non offrono alcuna soluzione;
  • oppure sono come il cane e le api: non c'è alcun problema, ma se ci fissa di doverlo risolvere poi sembra che invece esista davvero.

Quindi, ci si trova a chiedersi come mai che forse, se non riesce a tenere in ordine le api, c'è qualcosa che non va nel cane. Oppure, che aizzando abbastanza il cane il lupo scapperà.

 

In sintesi, il meccanismo delle ossessioni rimane uno. La domanda è una vite. Se la si muove, si avvita dentro il problema. Dopo di che, ci si chiede come mai la vite si è avvitata, e si pensa che forse bisogna avvitarla di più per svitarla. Oppure che magari se si è avvitata, c'è qualcosa che non va e che il problema è la cosa dentro cui si è avvitata.

 

Il tutto somiglia al Rattenkoenig. E in chiusura spieghiamo cosa è.

Si tratta di un fenomeno bizzarro e considerato di malaugurio, e che consiste nel trovare dietro mobili o in spazi chiusi e schiacciati di cantine o soffitte, un mucchio di topi morti uniti per le code. Le code sono aggrovigliate tra loro in maniera che, stendendo il groviglio, si ottiene una figura a raggiera, con le code unite al centro.

Si pensa che il fenomeno sia legato al fatto che i topi, stipati in una nicchia, tendono ad appiccicarsi per le secrezioni e alla fine si forma un nodo non districabile.

Il perché però le code tendano ad attorcigliarsi è un mistero.