Donna in psicoterapia per autosabotaggio e sabotatore interno

Autosabotaggio: perché attiviamo il nostro sabotatore interno?

emiliomordini
Dr. Emilio Mordini Gastroenterologo, Psicoterapeuta, Psichiatra

La nozione di sabotatore interno fu introdotta negli anni 1920 dallo psicoanalista scozzese Ronald Fairban: si trattava, secondo lui, di una parte della mente che aveva come obiettivo sabotare i nostri progetti e ambizioni. In effetti è esperienza comune il poter commettere errori che, a posteriori, ci appaiono incomprensibili o essere colpiti da improvvise e inspiegabili inibizioni che fanno fallire un nostro progetto.

Non si tratta di semplici atti mancati, o lapsus, di cui aveva già parlato Freud. Come quelli, anche questi atti di autosabotaggio sono indubbiamente l’espressione di forze che albergano nel nostro inconscio ma, a differenza di lapsus e atti mancati, l’autosabotaggio sembra seguire una regia più precisa: in altre parole, se ne intuisce, pur misteriosa, una finalità complessiva, un obiettivo finale.

Come nasce il termine "sabotatore interno"?

Ricordate i pesantI zoccoli di legno che calzavano i contadini nei dipinti di Van Gogh? Le Stesse calzature erano usate in Francia dagli operai che lavoravano nella nascente industria. Era anche il tempo delle prime ribellioni contro l’automazione e le condizioni di lavoro in fabbrica: la rabbia si esprimeva spesso gettando negli ingranaggi delle macchine quei pesanti zoccoli, che si incastravano nei meccanismi e li danneggiavano irreversibilmente.

Quegli zoccoli, che si chiamavano in francese sabot, diedero il nome a una protesta che fu detta, appunto, “sabotaggio”. Sono passati più di due secoli e noi continuiamo a usare sabotaggio e sabotatore per indicare azioni, portate a termine per lo più di nascosto, per danneggiare beni, attrezzature e bloccare attività.

Dall'autosabotaggio al sabotatore interno di Fairban

All'inizio degli anni venti dello scorso secolo, lo psicoanalista scozzese Ronald Fairban coniò l'espressione "sabotatore interno" riferendosi a una parte della mente che, a suo dire, aveva come obiettivo sabotare i nostri progetti e ambizioni.

In effetti è esperienza comune il poter commettere errori che, visti a posteriori, ci appaiono incomprensibili o essere colpiti da improvvise e inspiegabili inibizioni che fanno fallire un nostro progetto.

Non si tratta di semplici atti mancati, o lapsus, di cui aveva già parlato Freud. Come quelli, anche questi atti di autosabotaggio sono indubbiamente l’espressione di forze che albergano nel nostro inconscio ma, a differenza di lapsus e atti mancati, l’autosabotaggio sembra seguire una regia più precisa: in altre parole, se ne intuisce, pur misteriosa, una finalità complessiva, un obiettivo finale.

Alle volte riguardano le nostre scelte di vita.

L'autosabotaggio inconscio: perché ostacoliamo la nostra felicità?

Quante persone sono sicure che la loro vocazione sia dedicarsi a una tranquilla esistenza di studio e, invece, per una ragione o per l’altra, gli accadimenti e le scelte sbagliate le spingono sempre in direzione contraria?

Altre volte si tratta di quelle poche ma preziose soddisfazioni che la vita offre: un’amicizia sincera, un amore da tempo cercato, un riconoscimento professionale meritato; ma, anche qui, all’ultimo istante, un ritardo insensato, una parola che si ferma nella gola o, al contrario, che esce di bocca inopinata, giungono a rovinare tutto.

Non sempre questi autosabotaggi producono veri disastri (è facile che, nell'umiliazione dell’istante, il malato enfatizzi le conseguenze dei propri errori), ma sempre lasciano dietro di sé una sensazione di frustrazione che diventa, di giorno in giorno, sempre più difficile da sopportare. Come darsi pace di fronte all’idea di essere i sabotatori di sé stessi, i principali artefici di aver fallito ciò che più ci stava a cuore?

Come si forma il sabotatore interno?

Le origini del sabotatore interno si perdono nella nostra primissima infanzia, quando il neonato e il bambino di pochi mesi iniziano a cercare di mettere ordine nel caos di emozioni e sentimenti, positivi e negativi, che li attraversano. Capace di attimi straordinari di gioia e felicità e di altrettanto profondi momenti di rabbia e disperazione, il bebè deve imparare a governare non solo le proprie reazioni, ma a fronteggiare anche quelle degli adulti, per lui a volte del tutto imprevedibili e incomprensibili.

Fairbairn, e come lui molti altri psicoanalisti, erano convinti che la prima necessità del bambino fosse mettere ordine nei propri sentimenti, separare le tenebre dalla luce, il male dal bene.

Anche se i genitori amano il bambino è quasi impossibile che il piccolo non si senta mai ingiustamente o eccessivamente punito, costretto a compiere azioni di cui non capisce il senso, trascurato, trattato con freddezza, svalutato. Il bambino ha, però, bisogno di ritenersi al sicuro, e la sua sicurezza nasce solo dal pensare che i genitori (o, comunque, chi si prende cura di lui) gli vogliano bene e siano persone buone. Così, secondo Fairbairn, quando un bambino ha una relazione troppo insoddisfacente con i genitori, tende a sentirsi lui stesso “cattivo” per poter continuare invece a vedere “buoni” i genitori.

Questi bambini sono piccoli "agnelli di Dio che prendono su di sé i peccati del mondo": salvano l’immagine interiore dei genitori, convincendosi di essere loro il problema, la persona cattiva che rende difficile la vita familiare. I “genitori cattivi”, però non scompaiono veramente dalla mente e dal ricordo ma rimangono nella memoria e nelle emozioni del bambino. I loro giudizi svalutanti, la loro freddezza e distanza emotiva, la loro incapacità a esprimere affetti diventano una parte della personalità del bambino, si trasformano in qualcosa che il piccolo pensa di sé stesso.

La teoria di Fairbairn: il fallimento come forma di ribellione e autopunizione

Nasce così, secondo Fairbairn, il “sabotatore interno”: una parte di sé che ha fatto propri i messaggi negativi ricevuti, con lo scopo di salvare un’immagine positiva (o, perlomeno, non troppo negativa) dei genitori.

Alcuni aspetti della teoria di Fairban non sono del tutto condivisibili, ma questa non è la sede per discuterne. Non c’è dubbio, però, che egli riesca a cogliere con grande finezza alcuni sentimenti e pensieri della mente di malati, che si trovano condannati a convivere con un insuccesso, almeno in alcune aree della propria vita, e autocritica costante e compagnia quotidiana di queste persone.

Il sabotatore interno non è, infatti, interessato a perseguire il fallimento di questa o quella specifica impresa, quanto a portare il malato a odiare qualsiasi progetto di vita, desiderio, aspirazione alla felicità. Fallire è il modo in cui i malati si ribellano alla vita e, contemporaneamente, si puniscono per questa ribellione blasfema.

Il mito del Taràxippos: quando l'inconscio diventa uno "spaventacavalli"

Si può, forse, capire meglio la figura del sabotatore interno ricorrendo a un antico mito greco: lo Spaventacavalli (Taràxippos). Si narrava, dunque, in Olimpia, di un dèmone – il Taràxippos - nascosto dietro l’ultima curva del circuito, che faceva imbizzarrire i cavalli durante le corse dei carri, causando rovinose cadute, e spesso la morte, proprio dei concorrenti sul punto di vincere. Questo spirito, secondo alcuni, era l’anima di un eroe sepolto nei pressi di Olimpia. La versione più accreditata lo identificava, però, con il fantasma di Mirtilo.

All'epoca - prima che si stabilissero i giochi olimpici - regnava su quella zona della Grecia il re Enomao. Costui, per via di una profezia nefasta, aveva deciso di sfidare i pretendenti della bellissima figlia Ippodamia in una corsa sui carri, decapitando chi di loro avesse perso. Già dodici giovani erano morti così, quando gli si presentò Pelope, figlio di Tantalo e amante del dio Poseidone. Il giovane aveva astutamente chiesto l’aiuto di Mirtilo, auriga di Enomao, promettendogli la metà del regno se avesse tradito il suo signore. Mirtilo accettò e manomise il cocchio del re, che si ribaltò durante la gara, causando la morte di Enomao. Tuttavia, dopo la vittoria, Pelope ingannò Mirtilo, e, invece di ricompensarlo, lo uccise precipitandolo in mare. Da quel momento, lo spirito di Mirtilo iniziò a vagare attorno al campo di gara per terrorizzare, far rovinare nella polvere e uccidere il cavaliere che si apprestava a vincere. L'inconscio è uno spaventacavalli: fuori e dentro di noi, amico e nemico, imprevedibile.

Come affrontare il sabotatore interno in psicoterapia?

Il sabotatore interno è quella parte di noi che si è affezionata alla propria rabbia e solitudine, che non vuole rinunciare al desiderio di vendicarsi punendo, paradossalmente, anche sé stessa. È il piacere sottile di non provare piacere. La prima battaglia che bisogna intraprendere in una psicoterapia è proprio quella contro il sabotatore interno perché, sin dall’inizio del trattamento, questo seminerà trappole di ogni tipo per rendere impossibile la cura. 

Porterà il paziente a pensare che si tratta di una sfida persa in partenza, lo convincerà che la terapia non è quella adatta al suo disturbo, gli suggerirà che la neutrale benevolenza del medico è un limite alla sua libertà e una forma indiretta di controllo. Se si riuscirà a superare questa prima fase, il lavoro poi procederà abbastanza speditamente perché si tratta di casi che, normalmente, hanno una prognosi molto positva. Se, invece, il sabotatore interno sarà più astuto o saprà sfruttare circostanze a lui particolarmente favorevoli, bisognerà rassegnarsi a vedere prima o poi partire il proprio paziente non guarito, ma pur sempre soddisfatto vincitore della sua ennesima sconfitta.

Data pubblicazione: 15 aprile 2026

Autore

emiliomordini
Dr. Emilio Mordini Gastroenterologo, Psicoterapeuta, Psichiatra

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1981 presso La Sapienza - Roma.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pordenone tesserino n° 2146.

Con oltre 40 anni di esperienza clinica e di ricerca, vanta una solida formazione in medicina, psicoanalisi e filosofia. Esperto riconosciuto in bioetica e tecnologie emergenti, ha diretto progetti internazionali e partecipato come relatore a oltre 180 eventi scientifici. Autore di più di 150 pubblicazioni peer-reviewed e curatore di 14 volumi, contribuisce attivamente a comitati etici e valutazioni di programmi europei di ricerca.

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