Un ospite indesiderato

Dr.ssa Paola ScalcoData pubblicazione: 25 ottobre 2013

“Morire non mi piace per niente… sarà l'ultima cosa che farò!”

dal film “La tigre e la neve”

 

Sono del cancro.

Ho il cancro.

Un semplice cambio di verbi che però comporta una differenza abissale: del cancro ci nasci, di cancro ci muori.

Sebbene oggi non sia più così vero, questo è il primo pensiero che mi fulmina il cervello.

Il Big Bang si scatena nella mia testa e nel profondo del mio stomaco. Ho l’impressione che la mia scatola cranica si sia sbriciolata, per consentire al mio cervello di espandersi a dismisura: non si può spiegare altrimenti la quantità di pensieri che, tutti insieme nel medesimo istante, lo colonizzano.

Non è necessario attendere altre parole, perché la diagnosi è già racchiusa in quell’invito: “Signora si sieda, per favore”. Mi verrebbe da domandare stizzita al medico perché dovrei fargli un favore, proprio ora che sta per dirmi ciò che ho già capito da me e che è proprio l’unica cosa che non avrei voluto sentire da lui.

Mi viene in mente la mia cara nonna che sentenziava che “Dai dottori non si deve andare, perché ti trovano le malattie” e i mei vani tentativi di persuaderla che questo è un bene. Realizzo che questa mia inespressa aggressività non è rabbia nei confronti del senologo, ma il rifiuto di quello che interpreto come suo cortese (ma seriale) tentativo di accudimento.

Mi spiega come si procederà, dando per scontato che io sia d’accordo, poi mi domanda se ho capito e a me verrebbe da rispondere che io ho capito tutto per filo e per segno e che, forse, a non aver capito che cosa mi sta dicendo è proprio lui.

Cerco di incassare il colpo senza lasciar trasparire lo tsunami che gonfia fino al limite dell’esplosione ogni mia cellula, perché come mia abitudine anche in questa situazione me la voglio risolvere da me e non voglio regalare le mie lacrime a degli sconosciuti.

Mi appare all’improvviso l’immagine in primo piano della mia testa priva di capelli e devo assolutamente uscire al più presto da questo ambulatorio e da questo ospedale, perché incomprensibilmente qui dentro si è esaurita l’aria per respirare.

Raggiungo con rapidità il parcheggio sotterraneo, ma la situazione non migliora affatto, tanto da costringermi a fermarmi perché mi accorgo che non è l’aria intorno a me che scarseggia, ma che un groviglio fitto, compatto e pungente si è formato al fondo della mia gola impedendo all’aria di raggiungere i miei polmoni.

Fa male, ma a dire il vero non mi allarma in modo eccessivo, perché cerco di convincermi che io so -in teoria- come ci si comporta in queste occasioni e non ho altro da fare che mettere in pratica le conoscenze derivanti dalla mia professione.

Invece quel nodo si scioglie, per incanto, grazie all’intervento di un ignaro anziano signore che, con l’appellativo di “Signorina!”, richiama la mia attenzione per domandarmi se ho intenzione di liberare lo stallo: effettuo un repentino ritorno sul nostro pianeta dall’asteroide deserto su cui ero volata, sorridendo al pensiero che alla mia età qualcuno mi possa ancora chiamare così. Ma tutto è relativo.

Questa banale richiesta dischiude un nuovo scenario e mi restituisce almeno un po’ di lucidità, che mi consente di pensarmi non più esclusivamente come una donna con un carcinoma al seno, ma mi riconsegna le altre “parti” di me su cui poter contare per affrontare la situazione. Sono figlia, sorella, moglie, mamma, amica, insegnante, psicoterapeuta e questa non sarà altro che una nuova tessera che si aggiungerà alla molteplicità del mio Sé. E, ne sono certa, non potrà che farlo diventare migliore.

Di questo ulteriore “viaggio”, di questo sgradito ospite, avrei di sicuro fatto volentieri a meno. Il mio corpo è già stato culla e tomba della vita e, per mia storia personale, ho dovuto fare i conti con la morte prima ancora di nascere: so molto bene che non esistono circonvallazioni per il dolore e che per superarlo è inevitabile passarci attraverso, ma ciò che ho da tempo imparato è che se è vero che la realtà non la posso modificare, è anche vero che è in mio potere decidere come viverla.

Io questa decisione l’avevo già presa prima che questo ospite indesiderato giungesse ad abitare dentro di me e lui non mi farà cambiare idea.

Autore

paola.scalco
Dr.ssa Paola Scalco Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo

Laureata in Psicologia nel 1994 presso Università degli studi di Padova.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Piemonte tesserino n° 1724.

19 commenti

#2
Utente 137XXX
Utente 137XXX


Ringrazio anch'io il dott. Catania per averci fatto conoscere una persona speciale come Lei e naturalmente dopo aver letto tutto ciò che scrive ne sono onorata.
Sarebbe stato meglio conoscerLa in altra occasione ma vorrà dire che avremo modo di dialogare sull'argomento comune a tutte noi RFS del Dott. Catania e aiutarci a vicenda.
Mi riconosco in molte cose che Lei dice e non a caso Sono del cancro e Ho il cancro. Forse io lo dico con la serenità acquistata negli anni e convintissima che questo "ospite indesiderato" non ci fa morire e ci rovina l'esistenza solamente se glielo permettiamo.
La ringrazio ancora per aver voluto condividere con noi questa Sua esperienza a mio avviso nel modo migliore e mi permetto di mandarLe un forte abbraccio. Lori

#3
Dr.ssa Paola Scalco
Dr.ssa Paola Scalco

Gentile Lori,
due granchietti abbracciati mi mettono proprio allegria...grazie!

Credo anch'io che lo sconquasso iniziale che segue la "sentenza" (che ho cercato, almeno in parte, di 'fotografare' qui sopra) debba necessariamente lasciare il posto a pensieri ed emozioni costruttive e propositive. La cosa peggiore di tutte -oso dire forse anche più della morte- è la disperazione, è il non riuscire più ad afferrare il filo della speranza. Per questo il messaggio che ha scritto è molto importante: bisogna dirlo forte che la serenità è possibile, nonostante tutto. Anzi, proprio in funzione di tutto ciò. Ed è ai miei occhi ancora più preziosa e solida perché non regalata, ma conquistata giorno dopo giorno.
Buona serata.

#6
Psicologo
Psicologo

Cara Paola,
ho pensato a lungo cosa scriverti. L'impulso a scrivere "qualcosa" era fortissimo, ma non mi andava.

Ho letto il tuo racconto con un misto di commozione ed ammirazione. Nelle tue parole, per quanto scritte su un "freddo schermo", sono una valanga di sensazioni, emozioni, pensieri che pure tu ci hai raccontato con ironia, garbo, e grande autenticità.

Non è comune che uno psicologo parli di sè. Ascoltiamo gli altri "per mestiere", ma parliamo poco di noi. Tu lo hai fatto pubblicamente.

Ammiro davvero la tua scelta, ed ammiro la tua posizione: "so molto bene che non esistono circonvallazioni per il dolore e che per superarlo è inevitabile passarci attraverso, ma ciò che ho da tempo imparato è che se è vero che la realtà non la posso modificare, è anche vero che è in mio potere decidere come viverla".

Sono parole che sento molto vere, mi hanno toccato. Spero di incontrarti a Milano e di stringerti la mano di persona.

#8
Dr.ssa Paola Scalco
Dr.ssa Paola Scalco

<<Non è comune che uno psicologo parli di sè. Ascoltiamo gli altri "per mestiere", ma parliamo poco di noi. Tu lo hai fatto pubblicamente.>>

Grazie Gianluca.
Da una ventina d'anni parlo a ragazzi e adulti di sessualità, che insieme alla morte, almeno nella nostra società, sono ancora due grandi tabù. E il cancro non è da meno. Ma io sono abituata a discorrere di cose "scabrose" e sono convinta che anche di tumore se ne può parlare senza timore (di nuovo piccole ma sostanziali differenze: tumore/timore!). Anche perché se non se ne parla -esattamente come per il sesso- si perpetuano false credenze e non si impara a fare dei distinguo. Così ci si fa prendere dall'irrazionalità e dal panico.
Anch'io ero piuttosto riluttante a prendere in considerazione il suggerimento di Salvo, perché andava in parte a cozzare con quanto studiato sui libri in merito alla self-disclosure del terapeuta e, soprattutto, con il mio modo di stare al mondo.
Ma poi ho pensato che la nostra professione in questo caso non dovrebbe costituire un limite, ma un privilegio che ci consente di dar "voce" a chi, pur provando le medesime cose, magari non riesce a farlo.
Qui non voglio affatto che si parli di me o a me, ma delle (e alle) tante persone che potrebbero trarre qualche beneficio dal fatto che si tratti di questi argomenti e in particolare dei vissuti a loro correlati.
Per far questo ho senz'altro bisogno anche del tuo prezioso contributo, così come di quello degli altri bravissimi colleghi.

#9
Utente 258XXX
Utente 258XXX

Grazie per questa fotografia nella quale mi sono ri-ri-rivista in gran parte. Mi rammarico ancor di più di non poter essere presente a Milano perchè non avrò occasione di poterLa conoscere nel "reale" spero però di ritrovarLa ancora nel Blog delle RFS dove il Suo contributo è stato molto OnT. Un caro saluto.
Antonia

#10
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Paola,
intanto grazie per il tuo prezioso contributo.
Non mi meraviglio affatto che Lori, pur consapevole di essere affetta da metastasi ossee, senta il bisogno di 2soccorrere" si fa per dire, una psicoterapeuta.
Dopo una "sentenza" di tal fatta non c'è alcuna differenza tra medici, psicologi e pazienti se anche i medici e psicologi sono di fronte alla esperienza del cancro.
C'è già tanta letteratura sul "sul medico che diventa paziente".
Episodiche le esperienze personali raccontate dagli psicologi, ma non c'è un vero studio con i numeri di quello svolto con i medici-pazienti. Ma è facile suppore che non ci siano differenze.

Il 21 novembre anche di questo ne parleremo a Milano. Valuta bene quale è il ruolo che intendi recitare, anche questo...si fa per dire.

In caso di un tuo rifiuto, pur se motivato, a partecipare mi toccherà fare una levataccia la mattina del 21 per venirti a sequestrare in Piemonte e portarti a Milano (^__^)

#11
Psicologo
Psicologo

>>Qui non voglio affatto che si parli di me o a me, ma delle (e alle) tante persone che potrebbero trarre qualche beneficio dal fatto che si tratti di questi argomenti e in particolare dei vissuti a loro correlati

Comprendo, e condivido. E soprattutto mi trovo molto in linea con il principio che lo sostiene, ovvero che le "esperienze" non sono quello che ci capita, ma "quello che ci capita + come lo viviamo ed usiamo noi".

E forse un'esperienza difficile e dolorosa può essere un'occasione per chiudersi agli altri, o per aprirsi.

Dipende dai valori professionali e personali che chiamiamo in causa: la riservatezza, l'essere d'aiuto agli altri, la determinazione, la vitalità, ognuno i propri.

>>Ma io sono abituata a discorrere di cose "scabrose" e sono convinta che anche di tumore se ne può parlare senza timore

E con timore? Ti confesso che partecipando al blog inaugurato da Salvo che hai linkato (e che ormai è casa delle RFS, che spadroneggiano alla grande!), molte volte ho cercato di immaginare "come sarebbe" ricevere una diagnosi di tumore.

E la sola idea mi ha spaventato ogni singola volta. So quanto le idee a volte possano essere più spaventose della realtà, e tutte le persone che scappano dall'ansia lo sanno meglio di me, ma in questo caso mi sembra molto diverso.

#12
Utente 258XXX
Utente 258XXX

Il Dr. Calì chiede " e con timore?" La diagnosi mi ha spaventata ogni singola volta anche se il granchio era "a buona prognosi" e ne parlo ancora con timore perchè l'idea è là alla quarta volta ..... quella decisiva? perchè dopo essere stata ufficialmente dichiarata guarita avevo immaginato una sorta di immunità acquisita e invece il granchio è tornato ancora e ancora. Se ne può parlare con timore ma seneramente? non misuro più la vita con il metro e dopo aver partecipato al blog del Dr. Catania anch'io condivido"se è vero che la realtà non la posso modificare, è anche vero che è in mio potere decidere come viverla" Ringrazio il Dr.Catania per ever reso possibile a noi RFS di condividere le emozioni che questa esperienza ha generato e anche Lei per aver creato un'ulteriore opportunità per esprimerle, che invito a cogliere!
Antonia

#13
Dr.ssa Paola Scalco
Dr.ssa Paola Scalco

<<Dopo una "sentenza" di tal fatta non c'è alcuna differenza tra medici, psicologi e pazienti>>

Lo penso anch'io, perché prima di tutto ognuno di noi è una persona, con la sua storia, i suoi legami, le sue convinzioni e le sue emozioni. Un piccolo aiuto, però, per chi fa il mio mestiere può derivare dal lavoro su di sé che nel tempo ha effettuato e dal confronto che può avere avuto con i propri pazienti su temi così dolorosi. Comunemente si tende ad evitare il discorso, quasi come se non parlandone si potesse tenerne lontana l'eventualità. Per me poter liberamente parlare di sofferenza e di morte in seduta ed avere mentalmente disponibile questa possibilità tra le varie opzioni che la vita mi può offrire è stato positivo.


<<Il 21 novembre anche di questo ne parleremo a Milano. Valuta bene quale è il ruolo che intendi recitare>>

Non posso promettere nulla di certo per il 21, ma se riuscirò ad esserci, sarò semplicemente Paola (...come del resto sono da anni per la mia adorata Nutella...).


<<molte volte ho cercato di immaginare "come sarebbe" ricevere una diagnosi di tumore>>

Anche a me era capitato con esiti simili a te e ciò che ora ho imparato è che l'errore che io facevo era quello di equiparare la diagnosi di tumore ad una condanna a morte. Il terrore di un evento sconosciuto non mi faceva tenere conto di altre variabili, che potrei riassumere in queste due: non esiste 'IL' tumore, ma ognuno ha il proprio e le differenze possono essere notevolissime pur all'interno della medesima tipologia; dipende dal momento (e dalle condizioni e dalle esperienze) di vita in cui viene fatta la diagnosi.
Perciò, come per la maggior parte degli eventi della nostra vita, la cosa migliore è affrontare la situazione una 'sequenza' alla volta, senza avere la pretesa di sapere già come andrà a finire la pellicola. Non ricordo chi lo dicesse -sicuramente un saggio- ma condivido: la paura della morte ci impedisce di vivere, non di morire.

Grazie di cuore Antonia per la sua testimonianza.
Io non sono esperta in questo ambito, né personalmente né professionalmente, perciò non ho che da imparare da chi è 'veterano' e tante risposte le ha già trovate.
Forse sarebbe stato bene aggiungerci un "anche" al "senza timore"... Scrivendo questo avevo in mente una signora, malata terminale, incontrata per alcuni mesi parecchio tempo fa, che mi incontrava per poter parlare liberamente della sua malattia e della sua morte (che sapeva imminente), perché i famigliari non glielo consentivano, perseverando a negare con lei la gravità della situazione. Era profondamente delusa e amareggiata per la mancanza di autenticità nei rapporti con il marito e le figlie, proprio nel momento conclusivo della sua vita, in cui era lei ad essere costretta a farsi carico dei loro timori stando al loro 'gioco'.

#14
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

Salve collega,

io in "teoria" sono esperto, e nella pratica in modo indiretto. Dell'ospite inatteso per vie traverse; ho provato il timore di avere un'ospite inatteso; ho provato il timore di stare per morire, anche se a dir la verità temevo più la sofferenza post chirurgica, e la sofferenza delle persone che avrei lasciato o che mi avrebbero dovuto accudire. Al di là delle parole, delle varie autoipnosi, dei vari incoraggiamenti, l'emozione era reale, intensa... e quella non l'avevo studiata su nessun libro.

Un passo alla volta, dico da esperto, ed un passo alla volta me lo son detto da paziente. Ed ha aiutato.

Ed a te sottolineo con forza quel "una sequenza alla volta", con quella dose di timore che stimola alla reazione ed incammina verso la cura. E se gli altri han paura e scappano, una parte di noi si arrabbia, è vero! Ma è vero anche che noi non scappiamo perchè non possiamo, ma se potessimo forse scapperemmo anche noi. Codardi, o forse solo persone normali che gestiscono come possono qualcosa di molto grande. E se gli altri ci restano accanto, allora dobbiamo ringraziarli per quello che fanno, perchè hanno coraggio e sono persone forti ed eccezionali. Forse dobbiamo fare la fatica di trovare quelle persone eccezionali. E qualche volta le troviamo, così come quella signora ha trovato te.

#15
Dr.ssa Paola Scalco
Dr.ssa Paola Scalco

Grazie, Fernando.
Mi capita spesso di utilizzare con pazienti che portano in seduta problematiche differenti tra loro -e penso sia utilizzabile anche in questo caso- la metafora dell'elefante, che riprende un detto (credo) africano, secondo cui NOI POSSIAMO MANGIARE UN ELEFANTE INTERO, a patto di mangiarne un pezzettino alla volta!

#16
Utente 137XXX
Utente 137XXX

" sono convinta che anche di tumore se ne può parlare senza timore Anche perché se non se ne parla si perpetuano false credenze e non si impara a fare dei distinguo. Così ci si fa prendere dall'irrazionalità e dal panico."
Dott.ssa Paola, rileggo gli argomenti interessanti dei Suoi post e quelli dei Suoi colleghi che mi sento di condividere. Mi soffermo essenzialmente su questo che ho copiato. Si DEVE parlarne perché condividendo i pensieri, le informazioni e le paure si acquista in sicurezza e coraggio. Una volta l'argomento cancro era un tabù, si parlava di un "brutto male", anzi se si poteva non se ne parlava neanche fra medici e pazienti, il più delle volte vittime di scarsa informazione e di cure devastanti. Mi riferisco a circa 40 anni fa quando ho perso mia sorella per uno dei più brutti tumori a diagnosi nefasta (sarcoma dei tessuti) e in tutti questi anni frequentando e nel mio piccolo aiutando le persone ammalate ho capito quanto importante è poterne parlare. Oggi per fortuna la ricerca ha fatto passi da gigante e il cancro si può vincere, ma ribadisco che parlarne, aprirsi agli altri, dialogare con i medici che oggi sono molto più competenti e preparati è senz'altro determinante e positivo.
Al dott. Calì volevo dire che la diagnosi è sempre spaventosa e disperata per fortuna ognuno di noi ha qualità personali per reagire, quando si tocca il fondo si risale inevitabilmente a piccoli passi che diventano piccole conquiste e conquiste sempre più grandi fino a raggiungere un punto fisso, sicuro che ti permette di ritrovare un equilibrio. Poi si trovano Persone Speciali e il blog delle RFS che secondo me è il massimo per noi.



#17
Dr.ssa Paola Scalco
Dr.ssa Paola Scalco

Gentile Utente 137246,
grazie molte anche a Lei per la sua testimonianza.

Confrontandomi in questi giorni con un collega proprio sul rapporto paziente-medico, è emerso come fondamentale il tema della FIDUCIA, dell'importanza della capacità/possibilità di fidarsi ed affidarsi ad un'altra persona. In questo entrano in gioco secondo me, oltre naturalmente alle caratteristiche di competenza ed empatia del medico, anche caratteristiche del paziente legate alla propria personalità e alle proprie esperienze di vita.

#18
Utente 137XXX
Utente 137XXX

Mi scuso dott.ssa Paola per non aver postato il mio nome. Sono Lori e con l'occasione posso aggiungere che ho sempre pensato che il medico che si ammala di qualsiasi malattia e perciò diventa a sua volta paziente, può essere in un certo senso avvantaggiato perché recepisce più facilmente informazioni, sa dove è meglio curarsi e affronta la situazione in modo migliore essendo culturalmente preparato. Ora nel nostro caso non ne sono più sicura perché in genere un paziente si affida completamente a chi curandolo gli spiega i se, i ma, i rischi e i risultati. Mentre un medico che diventa a sua volta paziente si è già fatto la diagnosi da sé e sa benissimo interpretare ogni dettaglio dell'accaduto e di quello che accadrà. A mio avviso, questa è un'ulteriore sofferenza e disperazione iniziale, a meno che non trovi la sua Persona Speciale alla quale affidarsi ciecamente. Un saluto Lori

#19
Psicologo
Psicologo

>>la diagnosi è sempre spaventosa e disperata per fortuna ognuno di noi ha qualità personali per reagire, quando si tocca il fondo si risale inevitabilmente a piccoli passi che diventano piccole conquiste e conquiste sempre più grandi fino a raggiungere un punto fisso, sicuro che ti permette di ritrovare un equilibrio

Carissima Lori, ho sempre pensato che noi esseri umani siamo capaci di adattarci, anche moltissimo. Certo, non sempre e non a tutto, ed adattarsi comporta spesso dei costi da pagare.

Ma persone come le RFS mi stanno insegnando che le risorse per riprendersi in mano la propria vita, anche quando c'è un tumore di mezzo, sono in noi, e con il tempo, gli sforzi e le persone giuste accanto quel punto di equilibrio che lei descrive può essere raggiunto da ognuno di noi.

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