T'ammazzo d'amore: mamme che uccidono di (iper) cure

Dr. Alessandro RaggiData pubblicazione: 03 marzo 2015

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Si può morire di troppa cura e di eccessive attenzioni? I bambini possono subire danni enormi, spesso irreparabili, a causa delle eccessive cure parentali e in alcuni casi, purtroppo, ne muoiono.

Si è per lo più portati a immaginare la violenza e l’abuso come qualcosa di esplicito, brutale, cruento. Esistono tuttavia forme di un tipo di abuso più subdolo, che ho già avuto modo di chiamare “silente” (Raggi, 2014), dove le vittime non sono oggetto di percosse o stupri, eppure possono ugualmente subire conseguenze psicofisiche molto gravi, sino appunto a morire.

Quando le vittime dell’abuso silente sono minori, bambini, addirittura i propri figli, siamo allora al cospetto della perversione stessa dell’idea di “genitorialità”. Essere genitori, infatti, non significa soltanto generare biologicamente un bambino, ma riuscire a esercitare una funzione che abbia come scopo il “prendersi cura” (Erikson, 1982) dei figli.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 36503/2011), con la condanna di una madre e di un nonno emiliani per maltrattamento, ha stabilito che le cure parentali devono avere come risultato il benessere dei figli. Dunque non basta più l’intenzione amorevole, la buona fede, ma per la giustizia italiana è il unicamente risultato a stabilire se si è stati o meno dei buoni genitori. Iperaccudimento, iperprotezione e ipercura parentale, costituiscono dunque a tutti gli effetti un reato di maltrattamenti.

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Un caso particolare di ipercura parentale, nelle sue forme più estreme, è la cosiddetta “Sindrome di Munchausen per procura” (leggi qui il Minforma del Dr. Francesco Saverio Ruggiero), descritta per la prima volta da Roy Meadow nel 1977 (Meadow, 1997), per la quale una madre simulando cura e attenzione per il figlio, ne è invece principale artefice delle cause di malessere.

Lacey Spears è, a questo proposito, la donna statunitense che poche ore fa (marzo 2015) è stata riconosciuta colpevole della morte, avvenuta due anni fa, del proprio figlioletto di soli cinque anni. Questa madre, divenuta famosa sui social network per la dedizione con cui si prendeva “cura” del figlio ammalato, stava in realtà lentamente avvelenando il proprio bambino con dosi di comune sale da cucina introdotte attraverso un comune sondino naso-gastrico. Leggi di questo caso sul sito del quotidiano "La Stampa", nell'articolo del 3 marzo 2015: "Madre uccide figlio per raccontarlo sul suo Blog".

Si tratta di condizioni cliniche difficilmente riscontrabili dall’esterno, è infatti noto che tale sindrome si diagnostica per lo più dopo che il delitto è stato commesso (Merzagora, 2002). Queste mamme sono in grado di camuffare molto abilmente le proprie reali intenzioni, risultando al contrario estremamente amorevoli e premurose agli occhi del personale medico e infermieristico, il quale nella maggior parte dei casi, a delitto avvenuto, resta sconcertato per la scoperta “incredibile”.

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In ottica psicoanalitica, si tratta di situazioni ove il genitore scinde da sé le angosce ipocondriache e le proietta sul figlio, facendolo diventare il ricettacolo di tutti i possibili mali e delle patologie più incredibili.

Nel mese di agosto del 2014 divenne tristemente famosa un’altra madre, stavolta a Torino, un’infermiera poi arrestata per il tentato omicidio del figlio di quattro anni: lo faceva ricoverare e poi gli iniettava progressive dosi di insulina non facilmente rinvenibili, che però stavano per causare la morte del bambino.

Lo stesso Jung riteneva che dietro l’aspetto accudente e benevolo della “mamma” buona, si nascondesse anche una “Madre Terribile”, un archetipo del materno sempre in bilico tra l'amore e l'odio, onnipotente e ostile come Medea, immagine mitica dell’ambivalenza materna.

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Dopotutto è noto alla psicologia che nella specie umana l’amore materno sia più una conquista culturale, che un dato di fatto. La madre è, invece, molto ambivalente nei propri sentimenti verso il bambino, che è sì amato, ma al contempo anche odiato: per il tempo sottratto, per la gioventù smarrita, per i sacrifici e le privazioni che egli richiede alla madre.

Essere consapevoli dei propri sentimenti, avere un partner che ti supporta, una famiglia che ti sostiene e lasciarsi aiutare da un esperto, possono essere elementi decisivi nel sostegno della propria maternità.

Bibliografia

  • Bowlby J. (1988), Una base sicura, Milano, Cortina, 1989.
  • Erikson E.H. (1982), I cicli della vita. Continuità e mutamenti, Roma, Armando, 1984
  • Jung C.G (1934/1954), Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Torino, Bollati Boringhieri, 2007
  • Meadow R. (1997), ABC of Child Abuse, Dunfermline, BMJ
  • Merzagora B. I. (2002), “Madri che uccidono”, Atti VII Cong. Naz. SOPSI, Roma
  • Raggi A., (2014), "Il Mito dell'Anoressia. Archetipi e luoghi comuni delle patologie del nuovo millennio", Milano, Franco Angeli

Autore

alessandro.raggi
Dr. Alessandro Raggi Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1997 presso La Sapienza - Roma.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Campania tesserino n° 5670.

14 commenti

#1
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Caro Alessandro,
bell'articolo, complimenti, invita a riflettere su più fronti.
Non so se hai visto al cinema "Cuori affamati" "Hangry hearts"?
È un film che racconta in maniera inquietante e veritiera, la storia di una maternità ossessionata da un delirio igienico e di controllo dell'alimentazione del bambino.
Questa donna abitata dai suoi demoni interiori non risolti, vive il figlio come una "sua" proprietà da proteggere ad ogni costo e, soprattutto, da qualsiasi cosa provenga dall'esterno, compreso il cibo.
Il bisogno di protezione diventa una vera follia...slatentizzata dalla gravidanza e dalla genitorialità.
Quante volte ci capita di incontrare, nel nostro lavoro, genitori in preda ad impulsi inconsci e mal gestiti.....che emergono prepotentemente poi con l'arrivo di un figlio.
Uccide di più il troppo amore o il non-amore?
Ancora complimenti.
Valeria

#2
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Non conoscevo il filma ma ti ringrazio molto di avermelo segnalato, ho visto subito il trailer e mi sembra più che interessante.

La tua domanda <<Uccide di più il troppo amore o il non-amore?>> coglie un punto cruciale del discorso sulla genitorialità. Ovviamente non basterà la sentenza della Cassazione che stabilisce abbastanza nettamente cosa sia "amore genitoriale" e cosa sia "maltrattamento" camuffato da cura e protezione. Non basta alla psiche umana.

Così come non è bastato alla mamma americana di cui parlo nel post, Lacey Spears, condannata pochi giorni fa per l'omicidio del figlio. Una vita passata a centrare l'attenzione dei media sulla sua maternità amorevole, le cure al figlio malato, l'immagine costruitasi virtualmente della "mamma buona".

Prima di poter rispondere alla domanda, dunque, forse ci si dovrebbe interrogare di più su cosa è e cosa non è "amore" e soprattutto "amore per i figli". Certamente non può essere "amore materno" il mellifluo sentimentalismo vagamente istrionico di alcuni genitori. L'amore genitoriale va continuamente ricercato e co-costruito assieme alle esigenze reali del figlio (esigenze e desiderio, non richieste di godimento), è un continuo divenire, richiede capacità di mettersi in discussione, di saper dire "no" persino e tollerarne la frustrazione, di trasformarsi, di cambiare.

Grazie per i tuoi pensieri. Ciao

#5
Dr. Antonio Vita
Dr. Antonio Vita

Faccio riferimento soltanto all'infanticidio.

Con l’amore che si porta ai figli è più difficile spiegarlo. Perché la violenza che viene perpetrata verso un bambino piccolo, inerme, innocente, non è comprensibile, è un atto insano. Non si riesce a comprendere una violenza distruttiva del genere. È brutale, ma incomprensibile (non tutto ciò che è inconscio diventa spiegabile da parte della coscienza). D'altronde la cura della prole è una delle caratteristiche che Jung inserì nel concetto di libido e che portò un profondo cambiamento che fece urlare generazioni di freudiani all’ eresia e al sacrilegio. Jung fu proprio in questi termini che cercò di sviluppare il concetto di libido, evolvendolo dal suo aspetto prettamente sessuale e generativo, e rivolgendolo proprio nella cura della prole.
Qualcosa s’inceppa nel portare amore. Non ho voluto mai cercare di spiegare la folle cattiveria di Medea nel distruggere i suoi pargoli soltanto perché odiava Teseo. Si uccise alla presenza di Teseo, per farlo vivere e dannare per tutta la vita che gli era rimasta, e volle che egli soffrisse, consapevole che la sua stirpe non gli sarebbe mai sopravvissuta. Uccise i propri figli, suoi e di Teseo. Cosa c’era nella mente della donna non riusciamo a capirlo. Lo spieghiamo con una parola: follia. Soltanto la follia potrebbe spiegare tanta efferatezza. Però, quando andiamo a spiegare la follia non siamo giusti e non ci avvaliamo degli aggettivi migliori. Chi esercita una potenza distruttiva di tal genere vien spesso capito, e se la vittima è il coniuge o colui che si è macchiato di un crimine assurdo, c’è una parte, pur minima, di comprensione che scaturisce in noi.
La violenza contro i bambini si spiega soltanto con la tragedia dell’intelletto, l’intelletto che va in frantumi, che si dissolve.
Eppure oltre Medea, possiamo anche fare riferimento alla Strage degli Innocenti ad opera di Erode.
Quando succedono episodi di tal genere, chiamiamo a discolpa Medea e diciamo che forse è una cosa connaturata nell'animo della donna. Cioè può essere un Archetipo malvagio e scellerato che opera in lei. Ma è molto letterario..... (I tuoi temi sono sempre pregni di significato e di attualità -
Poi ci sono i delitti d'amore... quelli che uccidono gli ex coniugi, i compagni o le compagne etc.).


#6
Dr. Antonio Vita
Dr. Antonio Vita

Come sempre un errore lo faccio! la fretta. GIASONE, Teseo...... Sbaglio sempre Napoleone con un parlamentare di oggi! Sono gli anni.

#7
Dr. Antonio Vita
Dr. Antonio Vita

E poi per tre volte ho adoperato Teseo, mica una volta sola. Forse ho un po' di mal di fegato!!

#8
Utente 219XXX
Utente 219XXX

Penso che sia pertinente anche la mia esperienza di insegnante. Mi capita spesso di avere a che fare con madri che definisco "tossiche". Vi spiego cosa intendo con questo termine: mi riferisco a madri molto ansiose riguardo ai risultati scolastici dei propri figli e basta un 5 per metterle in allarme; hanno aspettative alte, ma nello stesso tempo fanno di tutto per sgomberare la strada dei figli da ogni difficoltà e così li sottraggono dalle loro responsabilità inibendone la crescita; i loro figli sono sempre molto controllati e pochi sono i loro spazi di libertà e di sperimentazione di loro stessi.
Tutto questo ovviamente a fin di "bene".

#9
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

@Dr. Antonio Vita,
grazie per le riflessioni sempre puntuali e intense! E' vero, abbiamo tante, troppe cose che l'intelletto umano non riesce a spiegarsi e spesso, molte spiegazioni che ci diamo sono solo un tentativo di spiegare l'inspiegabile che a dispetto del nostro progresso tecnologico, nei temi fondamentali, resta e resterà probabilmente sempre tale.

@ UTENTE 219318,
alcune madri, con difficoltà gestiscono il tema della separazione del figlio come altro da sé. Il figlio, nei casi che lei descrive, è probabilmente vissuto non come un Altro, un individuo dotato di sentimenti ed emozioni proprie, da aiutare a crescere e a differenziarsi, ma come una propaggine di sé stesse. Come tale, è più un elemento da "mostrare" al mondo come trofeo di rappresentazione, un qualcosa (non un qualcuno) che deve rimanere integro e non dev'essere soggetto a guasti, a impedimenti, a rotture. Questi figli non devono "dare" problemi (possono "averne", ma basta che non ne mostrino esternamente), possono morire dentro, basta che fuori nessuno lo noti. Soprattutto, come lei ben nota, essi non devono diventare soggetti autonomi, ecco perché la frustrazione di sperimentarsi nell'affrontare problemi (alcuni dei quali irrisolvibili) è loro negata da mamme onnipresenti e onnipotenti, che con la scusa di "aiutarli" impediscono ai figli di affrontare il mondo, la vita, di sbagliare, di soffrire e persino di vincere da soli.
Grazie della riflessione e della testimonianza.

#10
Utente 219XXX
Utente 219XXX

Grazie a Lei per aver approfondito la mia testimonianza. Mi creda, mi sta capitando molto spesso in questo periodo e le gestisco con difficoltà. Quando i loro figli prendono brutti voti ecco che puntualmente mi arriva la mail in cui si dicono preoccupate. Poi il solito colloquio in cui io mi affanno a spiegare che un brutto voto - ma più in generale un fallimento - può capitare durante il percorso scolastico e loro che freddamente mi sentono, ma non mi ascoltano e allo stesso tempo mi comunicano in modi più o meno espliciti il loro disappunto e molto spesso proiettivamente imputano a me le ragioni dell'insuccesso. Io non mi sottraggo dalle mie responsabilità, ma se in una classe di 20 solo in 4 hanno l'insufficienza non credo proprio che dipenda da me. Per farla breve, mi sembra di parlare con dei muri e la cosa che mi dà più i nervi è che il voto scolastico viene svuotato del suo autentico significato.

#13
Utente 383XXX
Utente 383XXX

Caro dr. Raggi, articolo di interesse estremo per me, questo come d'altronde tutti quelli che ho visionato e scritti da lei.
Ciò di cui lei parla è un'oasi nel deserto, sono mesi che cerco sul web le tematiche che lei descrive e le assicuro che c'è poco.
E quel poco che c'è è trattato con una superficialità disarmante.
Le fa onore parlarne con tanta disinvoltura e cognizione di causa.
Nonostante questo, la molla che mi ha spinta ad iscrivermi a questo sito e a lasciare questo commento si trova proprio in questo specifico articolo:

"Questi figli non devono "dare" problemi (possono "averne", ma basta che non ne mostrino esternamente), possono morire dentro, basta che fuori nessuno lo noti. Soprattutto, come lei ben nota, essi non devono diventare soggetti autonomi, ecco perché la frustrazione di sperimentarsi nell'affrontare problemi (alcuni dei quali irrisolvibili) è loro negata da mamme onnipresenti e onnipotenti, che con la scusa di "aiutarli" impediscono ai figli di affrontare il mondo, la vita, di sbagliare, di soffrire e persino di vincere da soli." Con l'aggravante, nel mio caso, di violenza psicologica e mentale.

Ebbene sono anni che cerco una definizione per me stessa ed il mio malessere, senza aver mai avuto troppa fortuna.
Poi, improvvisamente, l'illuminazione nelle sue parole.
E' proprio questo quello che sono e mi domando come non ci sia arrivata prima da sola, è così semplice da analizzare. E più leggo ciò che scrive, più mi identifico.
E meno bene mi sento.
Ho un figlio di sei mesi. Non cercato, capitato. Con il quale sono totalmente anaffettiva. Probabilmente mi infastidisce anche un pò.
Non credo neanche di avere problemi di depressione post-partum, se una madre non vuole bene al figlio, tutti a compatirla e a voler per forza cercare il mostro dietro, perchè è innaturale, perchè l'umano medio non può neanche concepire il concetto, perchè il materno è quasi divino ed è intoccabile.
Sono una bestemmia vivente in altre parole.
Sono una strega moderna, se esternassi ciò che provo o per meglio dire ciò che non provo, probabilmente ci sarebbe una pira ad attendermi.
Le dirò, non mi sento in colpa. Se sono così so che un perchè c'è e forse con questo estratto lei me l'ha fatto capire meglio.
Forse dovrei farmi aiutare? Forse.
O forse dovrei semplicemente non annegare nei luoghi comuni e nelle imposizioni sociali ed aver fede nel fatto che l'amore per il figlio non è un assoluto, ma un rapporto come tutti gli altri che necessita di tempo e buona volontà per fiorire.
O forse no e rimarrò per sempre una madre anaffettiva e disinteressata.
E se anche si trattasse di malattia mentale, come si fa ad estirpare una vita di soprusi ed ingiustizie?
Spero di trasformarmi e diventare una madre migliore per mio figlio, più di quanto i miei genitori lo siano stati per me, ma se questo non accadesse non sono disposta a soccombere alla colpa, più di quanto non abbia già fatto in passato.
Per ora mi accontento di non chiamarmi Medea.

#14
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Gentile Signora, utente 383082,
la ringrazio per le parole di apprezzamento che fanno molto piacere, ma soprattutto per la sua testimonianza.

Sa che idea mi sono fatto? Forse è proprio il fatto che lei riesca a essere consapevole dei suoi sentimenti non amorevoli che le ha consentito e le consente di non "chiamarsi" Medea, anzi, di interrogarsi, senza farsi sconti, su come poter essere comunque una "buona madre" senza infingimenti conformistici di sentimentalismo a buon mercato.

Dietro i sentimentalismi, dietro molte "mamme buone" ci sono abusi, prevaricazioni, manipolazioni, strumentalizzazioni e in alcuni casi anche violenze dei bambini. Meglio una mamma poco sentimentale - che è però consapevole e s'interroga sui motivi del proprio amore difficile, scarso, insufficiente, incapace - ma sufficientemente onesta con se stessa e con il proprio figlio da ritenere che occorre impegnarsi davvero se vuole "diventare una mamma migliore", piuttosto che una mamma di gran cuore che non ha nulla da imparare e non è disposta a mettersi in discussione.

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