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Allattamento oltre l'introduzione di cibi solidi: tra giudizi, pregiudizi ed evidenze scientifiche

Dr.ssa Francesca ColomoData pubblicazione: 12 settembre 2021

Capita spesso che una mamma che allatta un* bimb* che agli occhi altrui risulti essere "troppo grande", si trovi a dover gestire commenti di disapprovazione o tenda a voler omettere tale informazione per via di un'idea socialmente condivisa secondo cui debbano essere nutriti al seno solo i neonati. Poco importa se ci riferiamo a bimbi di sei mesi, due anni o tre anni, coloro che non approvano troveranno giustificazioni per contrastare tale modalità relazionale, a prescindere dall'età.

Allattamento oltre i primi mesi e false credenze

Tra i vari commenti: “Mi fa impressione un bimbo così grande attaccato al seno” oppure “Ma è più un bisogno della mamma o del bambino?", così come "In questo modo non diventerà mai indipendente” o ancora “Ormai il latte è acqua” e “È solo una coccola".

I timori riguardano solitamente la possibilità che il bambino “non si stacchi mai dal seno”, il rischio che abbia difficoltà nell'acquisizione dell'autonomia, il rischio che tra bambino e madre si crei un rapporto simbiotico, non funzionale al suo percorso di crescita.

Da ciascuna di queste affermazioni emerge chiaramente che alla base di tali obiezioni vi siano false credenze che non trovano alcun riscontro scientifico. Di fatto:

  • nessun adolescente desidera essere allattato;
  • nessun genitore obbligherebbe un* bambin* ad essere allattat* contro la sua volontà semplicemente per soddisfare un bisogno dell'adulto (e anche volendo sarebbe impossibile);
  • gli studi mettono in evidenza che l'indipendenza si raggiunge "facendo il pieno" di dipendenza;
  • il latte non può trasformarsi in acqua, rimane latte e conserva importanti proprietà nutritive;
  • le coccole contribuiscono alla creazione di un funzionale sistema di attaccamento, rappresentano una variabile preziosissima all'interno delle relazioni, non andrebbero mai negate e meritano di essere valorizzate.

Quando terminare l'allattamento?

Spesso l'allattamento protratto oltre lo svezzamento non viene compreso in quanto si reputa che la funzione nutritiva debba concludersi con l'introduzione dei cibi solidi, per cui intorno ai due, tre o quattro anni si dà quasi per scontato che debba essere concluso. 

Svezzamento: quando sostituire il latte

Considerato che le esigenze non sarebbero più esclusivamente nutritive, ma affettive e relazionali, si cade facilmente nel giudizio e nel pregiudizio spesso dettati dalla non conoscenza. Di fatto risulta errato anche parlare di svezzamento, come se il latte fosse un vezzo: che sia materno o artificiale il latte deve rappresentare l'alimento principale sino al primo anno di età e l'introduzione di cibi solidi viene indicata alimentazione complementare e dovrebbe essere a richiesta. 

In linea generale, recentemente sembrerebbe esserci una grande spinta verso l'indipendenza, non considerando quelle che sono le fisiologiche esigenze in termini affettivi ed emotivi nel percorso di crescita. La giusta dose di dipendenza nei primi anni di vita rappresenta un importante bagaglio per l'acquisizione dell'indipendenza e della fiducia verso il mondo nel lungo periodo. Quindi via libera a bambin* in braccio, in fascia, al seno o al biberon a richiesta, coccole, baci e vicinanza, rassicurandoli con il contatto e la presenza ogni volta in cui ne manifestino la necessità.

L'OMS, L'UNICEF e diverse organizzazioni scientifiche raccomandano l'allattamento in maniera esclusiva fino al compimento del sesto mese di vita, sottolineando l'importanza di proseguire sino ai due anni e oltre, fin quando mamma e bambino lo desiderano.

Diverse osservazioni antropologiche hanno messo in evidenza che i bimbi nella condizione di avere il seno in base al loro bisogno, tendono a lasciarlo autonomamente intorno ai tre anni di età, con una variabilità tra uno e quattro, raramente cinque anni. Il bimbo che sente la necessità di succhiare si staccherà nel momento in cui si sentirà pronto, avendo sperimentato la ”sua” giusta dose di vicinanza e contatto, fondamentali per l'acquisizione dell'autonomia.

Gli studi inoltre mettono in evidenza delle correlazioni tra la durata dell'allattamento e migliori performance in termini di memoria, prestazioni motorie e competenze linguistiche del bambino. Di recente è stato evidenziato che più a lungo i bambini vengono allattati maggiore è la possibilità che realizzino il loro potenziale genetico. Sembrerebbe inoltre che bambini allattati per periodi lunghi, rispondano con accoglienza e comprensione ai comportamenti altrui, mostrando scarsa aggressività.

Latte materno o artificiale: la libertà di scelta consapevole

Le madri che non potessero o non volessero allattare al seno hanno un'alternativa assolutamente adeguata attraverso il latte in formula, nessun genitore dovrebbe mai sentirsi giudicato o inadeguato per la modalità di alimentazione prescelta per i propri figli: per tali ragioni è necessario che le informazioni scientifiche siano maggiormente fruibili, così da offrire la possibilità ad ogni famiglia di effettuare delle scelte consapevoli.

Perché stupirsi tanto relativamente all'attaccamento al seno e normalizzare la continua esposizione a cellulari e tablet fin dalla tenera età? Siamo sicuri di riuscire sempre a prendere delle decisioni basate su ciò che riteniamo corretto, o riteniamo corretto ciò a cui siamo più esposti considerandolo la norma?

 

Fonti:

  • Uppa Magazine, XX - 2/2020
  • Bortolotti, A. “E se poi prende il vizio?” - Il leone Verde, 2010
  • “Strategia Globale per l'alimentazione dei neonati e dei bambini” - Comitato Italiano per l'Unicef, 2003

Autore

francesca.colomo
Dr.ssa Francesca Colomo Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2014 presso Università degli Studi di Cagliari.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Sardegna tesserino n° 2961.

2 commenti

#1
Dr.ssa Anna Potenza
Dr.ssa Anna Potenza

Condivido pienamente. Una delle mie figlie, biologa, ha allattato tutti e tre i suoi figli oltre l'anno di età, svezzandoli esclusivamente per esigenze lavorative. Talvolta ci saranno nell'allattamento protratto, come del resto in quello ridotto o assente, anche delle situazioni psicopatologiche, ma perché confondere una auspicabile normalità con una patologia?

#2
Dr.ssa Francesca Colomo
Dr.ssa Francesca Colomo

La penso esattamente come lei Dott.ssa Potenza, infatti difficoltà, psicopatologie e relazioni disfunzionali possono insinuarsi per diverse variabili. Attribuire all'allattamento protratto/ a termine, responsabilità infondate, è un errore che necessita di essere corretto, proprio a partire dalla diffusione di informazioni adeguate. Portare inoltre, esperienze dirette, così come lei scrive in riferimento a sua figlia, aiuta ulteriormente a normalizzare questa funzionale pratica relazionale.
Grazie

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