Trauma crans montana memoria del corpo.

Crans-Montana: quello che resta quando il corpo ricorda

alessandro.raggi
Dr. Alessandro Raggi Psicologo, Psicoterapeuta

Non è questione di numeri. Se anche fosse stato uno solo, sarebbe bastato. Eppure, sono Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Sofia, Riccardo. E decine di altri nomi che ogni famiglia pronuncia diversamente. Nomi di chi non c'è più, nomi di chi lotta ancora negli ospedali con ferite che potrebbero guarire con difficoltà.

In questi giorni ogni città piange i propri ragazzi. Propri non per possesso, ma per riconoscimento. Bologna piange Giovanni, Milano piange Achille e Chiara, Genova piange Emanuele, Roma piange Riccardo. E quando diciamo "i nostri ragazzi" è che in quei volti riconosciamo qualcosa di familiare – un fratello, un amico, un nipote, qualcuno che avremmo potuto incrociare.

Il trauma incarnato: quando il corpo non dimentica

Centosedici feriti. Ma feriti da ustioni gravi non significa "guarirà". Le ustioni gravi non sono una parentesi: sono anni di medicazioni dolorose, di interventi chirurgici, di ricostruzioni. Ogni medicazione riattiva il trauma, ogni sguardo allo specchio lo riporta in superficie.

Il corpo ricorda ciò che la mente vorrebbe dimenticare. Per un adolescente – fase cruciale della costruzione dell'identità corporea – ritrovarsi con un corpo profondamente modificato significa dover rinegoziare da zero il rapporto con sé stessi. Il trauma non è solo psichico, è letteralmente scritto sulla pelle.

E quella memoria è esposta: mentre una ferita psichica può rimanere invisibile agli altri, le cicatrici da ustione rendono il trauma permanentemente visibile. Ogni sguardo degli altri diventa uno specchio che rimanda a quella notte. "Questo corpo non è più mio", "non mi riconosco". La dissociazione tra corpo e mente diventa quasi inevitabile. Il percorso di ri-appropriazione è lungo, doloroso, e richiede un sostegno che vada oltre la riabilitazione fisica.

I cerchi concentrici del trauma

Parliamo dei genitori, come è giusto. Ma i fratelli?

Il lutto fraterno ha una specificità psicologica troppo spesso trascurata. Adolescenti che hanno perso un fratello o una sorella – qualcuno con cui fino a ieri si bisticciava per il bagno, si condivideva la colazione, si scambiavano le cuffie. Qualcuno della stessa età, che viveva nella stessa casa, con gli stessi genitori.

Il trauma non si limita a chi era presente in quel locale, non si esaurisce nel corpo ustionato o nella mente dei sopravvissuti. Si propaga, come cerchi concentrici nell'acqua, toccando famiglie, comunità, coetanei.

E adesso? Quando il dolore materno e paterno può diventare – ricordiamoci: può diventare, non sempre – totale, assoluto, chi rimane accanto a chi è sopravvissuto? Il fratello che resta dov'è? Nel mezzo, con un lutto che non sempre si legittima davvero.

Un paio di scarpe da ginnastica vissute accanto a una scarpa singola e infangata su un davanzale, simbolo del lutto fraterno in adolescenza e del vuoto lasciato.

C'è un rischio ulteriore: che questi fratelli possano diventare inconsapevolmente "figli di sostituzione", caricati del peso di dover riempire un vuoto incolmabile, di dover consolare, di dover essere "forti". Il loro dolore rischia di essere considerato minore. Non lo è. Ha solo meno parole per esprimersi.

E se con quel fratello si litigava spesso, troppo, ciò non riduce la profondità della perdita, anzi, in quei casi la ferita potrebbe anche essere più lacerante. Il senso di colpa inconscio per essere rimasti, per essere vivi.

E gli amici? Quelli che erano lì con loro quella notte, o quelli che non c'erano e si portano addosso il peso di non esserci stati. Il lutto tra coetanei ha dinamiche proprie: non c'è la distanza generazionale a proteggere, c'è invece l'identificazione totale. "Potevo essere io". Gli amici sopravvissuti possono trovarsi a dover continuare a vivere una vita da adolescenti – scuola, uscite, progetti – mentre portano dentro qualcosa di insostenibile.

E poi c'è la comunità. Le scuole, i quartieri, le città. Bologna, Milano, Genova, Roma. Luoghi che piangono i propri ragazzi e che dovranno trovare un modo per contenere questo dolore collettivo. Il trauma non è solo individuale o familiare: attraversa interi tessuti sociali, lascia segni nelle classi dove mancano i banchi, nei gruppi di amici che non sono più gli stessi, nelle strade dove quei ragazzi non passeranno più

Sopravvissuti: la colpa di essere vivi

I sopravvissuti senza segni fisici portano un altro tipo di peso. Erano lì. Hanno visto. Hanno corso. E adesso sono vivi mentre altri no.

Il senso di colpa che ne deriva non è una metafora. È una presenza costante, che chiede: "Perché io?". E dietro quella domanda ce n'è un'altra, ancora più insostenibile: "Avevo diritto di salvarmi?".

Dettaglio di mani tese e nervose strette su un tavolo di legno, rappresentazione fisica del senso di colpa del sopravvissuto e della tensione post-traumatica.

Come si torna a vivere dopo questo? Come si torna a ridere, a uscire, a fare festa? Ogni momento di leggerezza può sembrare un tradimento verso chi non c'è più. Alcuni potrebbero punirsi, in modi più o meno consapevoli. Altri potrebbero fermarsi, bloccati in quella notte, incapaci di andare avanti. Il trauma può diventare identità: "io sono quello che è sopravvissuto all'incendio", e tutto il resto scompare.

Ma c'è anche chi potrebbe reagire all'opposto: come se non fosse accaduto nulla. Tornare alla vita di prima, riprendere tutto esattamente da dove si era interrotto. Forse questo è ancora più inquietante. Perché non è forza, è scissione. La mente che si spacca, che separa ciò che è accaduto da ciò che si vive. E quella scissione, prima o poi, può produrre sintomi.

La geografia dell'empatia

Qualcuno ha chiesto: perché tanta commozione per questi ragazzi e non per altre morti, altri drammi? È una domanda che non va elusa.

La mente umana funziona per prossimità. Riconosciamo il dolore prima in chi ci somiglia, in chi condivide qualcosa con noi – età, luoghi, cultura. Non è cinismo, è struttura. Vedere un sedicenne italiano morto in Svizzera tocca più da vicino chi ha un figlio, un parente o un amico sedicenne, chi vive in Italia, chi quella vita la riconosce come familiare.

Questo non significa che altre vite valgano meno. Significa che l'empatia ha una geografia, parte dal vicino per allargarsi. E chi usa questo fatto per accusare di indifferenza selettiva forse dimentica che riconoscersi nel dolore dell'altro è già un passo, non un tradimento.

La memoria come tenuta

Verranno proposte tecniche, percorsi terapeutici, protocolli di cura per il trauma. Possono essere utili, certamente. Possono aiutare a elaborare, a contenere, a dare strumenti. Ma il trauma non è un guasto tecnico. Per questo diffido di parole come riparazione o funzionamento: trasformano il vissuto in un dato clinico, ignorando che dietro c’è una vita che cerca di sopravvivere.

Ma adesso, in questo momento, l'unica cosa che vedo come davvero necessaria non è una tecnica. È altro. È lasciare spazio al dolore, tentando di renderlo meno solo e terrificante se ciò è possibile.

Il trauma non si cancella, ma si potrà un giorno curare. Forse la parola giusta non è nemmeno "cura" ma "tenuta". Tenere aperto uno spazio in cui quel dolore possa essere detto, nominato, ricordato. Non per superarlo – come se fosse un ostacolo da oltrepassare – ma per abitarlo diversamente.

La memoria non è consolazione. È rispetto. È dire: questo è accaduto, e non possiamo far finta di niente. I corpi ricordano, le famiglie ricordano, le città ricordano. E forse in questa memoria condivisa, in questo continuare a nominare quei nomi, c'è l'unica forma di cura possibile adesso: non dimenticare.

Data pubblicazione: 06 gennaio 2026

Autore

alessandro.raggi
Dr. Alessandro Raggi Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1997 presso La Sapienza - Roma.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Campania tesserino n° 5670.

Psicoterapeuta psicoanalista con formazione junghiana, dirige la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica AION a Bologna e supervisiona psicoterapeuti in formazione. Fondatore del Centro PsicoTerapicaMente, vanta esperienza clinica in neuropsichiatria e disturbi alimentari. Ha ruoli manageriali e di coordinamento in associazioni nazionali per DCA e dipendenze. Autore di pubblicazioni e libri di rilievo su psicoterapia, archetipi e disturbi alimentari.

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5 commenti

#1
Foto profilo Dr.ssa Anna Potenza
Dr.ssa Anna Potenza

Questo scritto è un'analisi delicata e insieme profonda, che è anche prognosi.
Grazie anche per aver parlato delle conseguenze delle ferite da ustione.
Mancano -forse volontariamente, e potrebbero trovare spazio in un articolo successivo- la rabbia e il senso di ingiustizia, il rancore verso i colpevoli comunque identificati; il senso di colpa del genitore che ha autorizzato quella serata e l'astio verso il coniuge separato che l'ha offerta al figlio.
Ci sarebbe purtroppo molto altro, perché, come ha detto bene il collega Raggi, il trauma "Si propaga, come cerchi concentrici nell'acqua, toccando famiglie, comunità, coetanei"...

#2

Articolo molto toccante sostenuto da un impianto teorico inappuntabile.
Carla Maria Brunialti

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