Utente
Salve, soffro di attacchi di panico in forma abbastanza lieve da circa 6 anni, la prima volta il mio psichiatra mi ha prescritto una cura con 20 mg di paroxetina al giorno e sono stato subito bene (dopo un paio di mesi), la cura e' durata circa 2 anni, durante i quali non ho avuto piu' nessun attacco (addirittura ho preso l'aereo da solo di cui avevo la fobia).Vista l'ottima risposta il mio medico ha deciso di sospendere la cura e, per un annetto circa tutto bene. Al ripresentarsi di alcuni sintomi di ansia il mio medico ha preferito poi riprendere la cura, questa volta per 1 anno circa ed e' andata ottimamente come la prima (mai piu' nessun attacco). Quindi, anche qui, sospensione della cura e per 8 mesi tutto bene. Dopo questo lasso di tempo, causa anche stress lavorativi e personali, inizio ad avere forti attacchi di ansia che pero', stupidamente, trascuro ed ecco il 31 di Dicembre un forte attacco di panico, Il 3 Gennaio inizio nuovamente la cura con paroxetina, che questa volta ci mette un po piu' tempo ad agire causa l'aver fatto aggravare i sintomi. Dopo 2 mesi circa inizio a risentirmi nuovamente molto bene ma , purtroppo, proprio in questo periodo delicato succede il disastro, mi lascio con la mia ragazza, una storia di 5 anni molto "vissuta", nel senso che era anche un'amica ed una confidente e mi crolla il mondo addosso, sento al tel il mio medico il quale mi dice di non preoccuparmi, in quanto, staro' si male ma non mi verra' il panico per questa situazione.Inizio ad avere crisi di pianto quasi giornaliere per lo sconforto ed iniziano i pensieri negativi, penso che lavorare non mi serva piu' a nulla e mi agito per qualsiasi cosa. Il panico non mi viene ma ho giornalmente la paura che mi venga, la cosa strana e' che ho provato anche a prendere 2 tavor oro (che quando avevo un attacco me lo stroncavano subito)ma non mi hanno fatto nulla, solo lo xanax ha qualche piccolo effetto positivo. Il mio psichiastra sostiene che, purtroppo, non c'e' nessuna medicina che allevi le sofferenze per la perdita di una persona e che devo pazientare ed attendere che il tempo passi e faccia il suo corso, egli sostiene che la cura con la paroxetina non e' da mettere in discussione in quanto ha sempre funzionato ed, anche in questa occasione, prima di questo evento, funzionava benissimo.L'unico problema e' che io, per colpa di questo stato d'animo, ho sempre paura che mi venga il panico(anche se non e' mai successo).Ora alterno giorni in cui sto bene ad altri in cui mi sveglio direttamente con una forte tachicardia che pero', quando riesco ad autoconvincermi che non sia panico, mi passa dopo pochi minuti.
E' normale che, stando male "per amore", il mio cervello pensi subito al panico
e si metta in un situazione di allerta e paura? Un grazie a chi vorra' esprimere un parere. Forse se non fosse successo in questo momento cosi' delicato della cura (2 mesi) sarei stato si male ma non avrei subito ricondotto ogni malessere al panico. Un grazie a chi rispondera'.

[#1]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Gentile utente

il suo psichiatra le ha fornito le giuste indicazioni in merito ai nuovi sintomi ed al trattamento in corso.
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[#2] dopo  
Utente
La ringrazio molto per la celere risposta, sono contento che la terapia e le indicazioni del mio medico sui nuovi sintomi comparsi a causa della fine della relazione siano corrette.

Grazie dell'attenzione.

Cordiali Saluti.

[#3] dopo  
Utente
MI scuso, approfitto per chiedere un'informazione su quella che, forse, potrebbe essere l'origine dei miei attacchi di panico. Sono sempre stato abituato ad auto-analizzarmi per cercare di comprendere quello che mi succede ed ho notato alcune cose: il problema principale e' il lavoro. Probabilmente sin da piccolo ho ricevuto un'educazione secondo cui il lavoro fosse rompersi la schiena dalla mattina alla sera (i miei genitori, operai, facevano cosi') ed oggi, mi ritrovo, per mia scelta, a fare un lavoro "artistico", ovvero lavorare nella musica, il che mi provoca questo tipo di disagi:
Non riesco ad alzarmi tardi la mattina, anche se potrei in quanto spesso lavoro fino a tarda notte, perche' mi sento in colpa, quasi come se fossi un buono a nulla. Anche quando lavoro molto non mi sento mai soddisfatto, mi sembra sempre di non aver fatto nulla, invece quando mi capita di fare lavori "manuali", stancanti fisicamente, sono molto piu' a posto con me stesso. Anche avendone la possibilita', non riesco, ad esempio, a riposarmi 1 ora nel pomeriggio, in quanto nella mia testa impera il pensiero che sia una cosa sbagliata perche' e' "orario di lavoro" e non si puo' fare e, se dovessi farlo, sarei in ansia con i sensi di colpa.Non so se tutto questo possa aver portato agli attacchi di panico, ma sicuramente se riuscissi a lavorare tranquillo senza ansia e sensi di colpa, non farebbe altro che giovare alla mia condizione. Credo che tutto questo derivi dall'educazione ricevuta da piccolo e forse anche un po' dalla mia personalita', ho un carattere che fa si che io debba avere sempre tutto sotto controllo e debba avere sempre doppie sicurezze su tutto, quando non le ho vado in ansia. La domanda che pongo e' se questa sia una patologia riconducibile a qualche disturbo o una situazione derivante dall'educazione e, in ogni caso come si possa risolvere, magari con una psicoterapia o altro.
Grazie dell'attenzione.

[#4]  
Dr. Vassilis Martiadis

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Gentile utente,
Intraprendere una psicoterapia cognitivo-comportamentale Può essere un valido complemento alla terapia già in atto. Ne parli con il suo specialista.
Cordiali saluti
Dott. Vassilis Martiadis
Psichiatra e Psicoterapeuta
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[#5] dopo  
Utente
La ringrazio, quindi questi comportamenti non sono riconducibili ad una particolare patologia?
In effetti devo dire che nella situazione attuale (sconforto e tristezza a causa della fine della relazione) tutto mi sembra inutile, anche e soprattutto il lavoro.
Quando stavo bene, c'erano si, ma probabilmente mi creavano meno ansia di ora, adesso invece solo l'idea di rinchiudermi da solo nel mio studio di registrazione mi provoca una sensazione di paura e tendo ad evitarlo (quindi evito di lavorare praticamente...), e' sempre un sintomo riconducibile alla fine della relazione secondo lei?

Grazie ancora.

[#6]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Gentile utente,

lei continua a ripetere questa domanda senza comprendere che "la fine della relazione" e' un evento non patologico della vita delle persone verso la quale puo' stare male e sviluppare dei sintomi limitatamente nel tempo.


Cio' che le ha indicato il suo psichiatra e' il miglior modo per affrontare l'attuale situazione contemporaneamente all'uso della terapia prescritta.

Continuare a rimuginare sulla questione e' totalmente inutile.

Oltretutto, il suo sembra un tentativo di minimizzare i suoi sintomi psichiatrici che potrebbero essere indipendenti dal termine della sua relazione affettiva.
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[#7] dopo  
Utente
La ringrazio ma non volevo assolutamente minimizzare i sintomi, anzi, al contrario, volevo proprio capire se dipendessero da questo episodio oppure no, anche se ho gia' avuto conferma positiva da parte del mio medico ed anche da voi.
Forse in queste situazioni si vogliono solamente delle rassicurazioni in piu sulla propria situazione per alleviare un po' il disagio.
In ogni caso la ringrazio infinitamente per la disponibilita'.