Approccio terapeutico.Rapporto con il proprio psicoterapeuta.

Buongiorno, scusatemi questa nuova intromissione, ma mi sento confusa e non so con chi parlarne per un confronto utile. Mi domando se non desideri dal mio psicoterapeuta qualcosa di sbagliato. Faccio una premessa: l'anno scorso il percorso di psicoterapia per me è stato estenuante; in pratica mi sono sentita sola, senza un punto di riferimento, andare da lui non era un bel momento per me, mi ero sentita anche troppo pungolata su un punto su cui io non avevo intenzione di confrontarmi o comunque di parlarne (ritenendo che lui potesse/dovesse aiutarmi utilizzando altre argomentazioni).Sono stata un anno emotivamente parecchio male, frustrata perchè non mi sentivo che mi stava aiutando e se gli esami che mi mancavano sono riuscita a portarli avanti, qualcosa è comunque andato storto nel rapporto con il mio medico; quando, prima della pausa estiva, gli feci notare che avevo fatto troppa fatica (anche considerando che sto facendo psicoterapia!) lui mi rispose che questo era accaduto perchè avevo voluto camminare con dei pesi nelle tasche.
Adesso dovrei scrivere la tesi, dovrei laurearmi. Di nuovo non mi sento che mi aiuta. Dovrei sbrigarmi e lui lo sa (anche più di me!), ma mi sembra che mi faccia perdere tempo (cosa che già da sola sono brava a fare). Anche per la tesi mi ha riproposto la stessa argomentazione che io non voglio prendere in considerazione. Ogni volta che la tira fuori mi pare una forzatura e comunque,anche ammettendo, che potrebbe essere rilevante il rapporto con un mio familiare stretto (appunto, l'oggetto dell'argomentazione di cui sopra),ma se io ho già detto che non voglio parlarne, che tra l'altro per me parlarne con lui mi fa anche fatica e mi dà fastidio (visto che lui conosce questo familiare), ma può essere che non può aiutarmi a realizzarmi utilizzando altre argomentazioni?
E poi mi chiedo se non desideri qualcosa di sbagliato e cioè sentire di stargli a cuore, invece, facendo una valutazione complessiva ho più spesso avuto l'impressione di stargli antipatica.
.. Vorrei che dopo esser andata da lui io riuscissi a fare andare bene i giorni a seguire ed invece così non è. Poi ogni volta che ho parlato con lui di mie difficoltà con lui.. alla fine risulta sempre che io faccio resistenza passiva, che continuo a voler fare come dico io; ripeto: è vero non voglio parlare della mia vita in rapporto al mio familiare; dunque, appurata questa mia resistenza non c'è modo di trovare altre argomentazioni che possano essermi utili per aiutarmi? Chiedo qualcosa di sbagliato?
Vi ringrazio sin da ora.
Cordiali saluti
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Dr. Marco Paolemili Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze 233 6
Nella psicoterapia il rapporto con il proprio terapeuta, la relazione terapeutica, è molto importante, a prescindere dal tipo di psicoterapia che fa (psicodinamica, cognitiva, ecc).
Ha fatto bene a parlare con lui dei suoi problemi di relazione. Non posso entrare troppo nel merito, non conoscendo molte cose di lei e del suo terapeuta, ma le ricordo che lei ha sempre il diritto di cambiare, di trovare qualche altra persona con la quale proseguire il cammino di psicoterapia.

Dott. Marco Paolemili
Specialista in Psichiatria e Psicoterapia Cognitivo Comportamentale
www.mens-sana.biz

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Dr. Francesco Saverio Ruggiero Psichiatra, Psicoterapeuta 41.5k 1k 63
Gentile utente,

lei cosa si aspetterebbe da questo rapporto terapeutico?

Le sono stati evidenziati i fenomeni di transfert verso il terapeuta?

Che tipo di psicoterapia sta effettuando? per quale disturbo?

https://wa.me/3908251881139
https://www.instagram.com/psychiatrist72/

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Attivo dal 2013 al 2015
Ex utente
Grazie innanzitutto ad entrambi per la celere risposta e per aver risposto alla mia richiesta di aiuto e di confronto.

@Dottor Paolemili: concordo sull'importanza del rapporto tra paziente-psicoterapeuta sulla quale già più di una volta mi sono trovata a riflettere giungendo a pensare che il rapporto con il proprio psicoterapeuta sia un rapporto complesso ed anche un pò difficile, ma.. come tutti i rapporti che si vogliono costruire. Non ho intenzione di cambiare medico per diverse ragioni, sia inerenti a questo medico che mi segue sia di natura più generale e cioè vale a dire che non escludo la possibilità che sia io ad avere difficoltà ad "entrare" nei rapporti e quindi non escludo la possibilità che potrei provare le difficoltà che provo con questo anche con un altro, fermo restando che il fatto questo medico conosca anche il mio familiare ha talora reso più difficile il mio percorso. Ma non posso affermare che in questi anni io stia migliorando.
Mi ha molto colpito una frase che in questo sito, nel precedente consulto, mi è stata scritta dal Suo collega Dr.Pacini, in cui ha messo l'accento sull' "utilità" che si trae dal rapporto in psicoterapia (le parole del Dr.Pacini sono più esplicative delle mie). Nei confronti del mio medico sono sempre stata scissa tra due pensieri: professionalmente lo ritengo competente, umanamente sento di avere difficoltà. Se penso a queste difficoltà le considero collegate, un pò, a delle mie esigenze che però io stessa valuto sbagliate: vorrei sentirmi compiaciuta, incoraggiata e secondo me lui non lo fa per autoresponsabilizzarmi. Certo sul fatto che lui persista a volermi fare parlare di una cosa di cui non voglio non mi piace, vorrei -in questo caso- riuscire a dare un senso alla tesi/laurea senza dover per forza collegare questa cosa con questo mio familiare; la vedo una cosa troppo lunga e ora non ho tempo.

@Dr.Ruggiero: Bella domanda! A partire dalla prima.
Le rispondo ad oggi, perchè va detto che quando ho iniziato pensavo solamente che "volevo stare bene", ma senza saper identificare il contenuto di questo "bene". Dunque ad oggi io vorrei che questo rapporto terapeutico mi insegnasse a diventare più autonoma.
Troppo generica, la mia risposta?..
Per quanto riguarda il fenomeno di transfert, no, non mi sono stati evidenziati, ma di mia iniziativa ho letto articoli vari. Posso chiederLe come mai mi ha posto questa domanda?
Infine: sto procedendo con la psicoterapia analitica ed in verità, io stessa, proprio con riguardo la circostanza che ho proposto nel mio quesito ho pensato che l'indagare del mio medico su una questione che io reputo possa anche avere delle connessioni inconsce e profonde e che mi potrebbero fare materialmente perdere del tempo si riconnettano all'approccio psicoterapeutico del mio medico. Non so se quanto ho aggiunto in questa risposta si ricolleghi alla Sua domanda.
Sul mio disturbo: non ho mai voluto chiedere approfondimenti in tal senso al mio medico -nè forse -ancora oggi ho voglia di entrare nella questione-; tuttavia all'inizio mi prescrisse anche dei farmaci (indicati nel profilo in questo sito). E' chiaro che un'idea me la sono fatta, ma penso, un giorno -un pò più in là- farò delle domande in merito.
[#4]
Attivo dal 2013 al 2015
Ex utente
Salve.. Rileggendo la mia risposta al Dr.Paolemili mi sono accorta di aver scritto in modo errato una frase, la seguente:"Ma non posso affermare che in questi anni io stia migliorando."; quello che volevo dire era proprio il contrario: "Ma non posso negare che in questi anni io stia migliorando." (Seppur, aggiungo ancora: piano piano e con non pochi ostacoli affrontati. E da affrontare).


@Dr.Ruggiero: se non sono inopportuna nel riproporre una mia richiesta, appena ha disponibilità potrebbe spiegarmi come mai la Sua domanda sul transfert? La ringrazio nuovamente

e nuovamente ringrazio anche il Dr.Paolemili.

Cordiali saluti.
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Dr. Francesco Saverio Ruggiero Psichiatra, Psicoterapeuta 41.5k 1k 63
Gentile utente

Il transfert è un meccanismo comunemente presente in una psicoterapia.

Non c'è un motivo alla mia domanda se non quello di capire se siano spiegati o meno i meccanismi o se il tutto sia mantenuto sulla dubbiosità.

Il punto focale è capire l'indicazione al trattamento per specifici disturbi, e soprattutto capire quali siano le problematiche per cui lo stesso viene continuato.
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Attivo dal 2013 al 2015
Ex utente
Grazie Dottor Ruggiero per la Sua risposta;

non ho risposte alle Sue domande e alle Sue considerazioni.

Probabilmente in parte per una mia tendenza a non voler sapere (o a volte a voler capire da sola); o meglio domandare sulla "psicoterapia" in termini di studio ho paura mi porterebbe a ridurre l'aspetto umano che invece penso abbia il rapporto paziente psichiatrico-psichiatra psicoterapeuta, un rapporto che ritengo sia molto differente da quello con altri medici specialisti.
O a volte, domande sulla "malattia" ho voluto evitarle per timore che io stessa poi finisca per identificarmi con un bollino rosso addosso.
(Adesso che ho scritto queste cose mi sono venute in mente delle cose dettemi dal mio medico; penso dovrei "espormi" di più nel mio rapporto con chi può aiutarmi)

Per l'esperienza di questi ultimi anni ho comunque capito che in un contesto "sano" o anche quando agisco in un certo modo funziono meglio, che addirittura talora sono arrivata a sentirmi normale, come gli altri, con le stesse potenzialità degli altri.. insomma "guarita" (ed in fondo si usa questo termine a fronte di una "malattia") ma so benissimo di avere ancora alcune tare da togliermi e strada da fare.

Sa che forse,invece, dovrei dare retta al mio medico ed affrontare "quella" questione? Forse il non volerla affrontare era un modo per procastinare la possibilità di una soluzione.

Nuovamente La ringrazio per il Suo consulto,
un cordiale saluto.