Utente
Salve,
circa tre settimane fa sono stato improvvisamente lasciato dalla mia compagna nel bel mezzo di una relazione di quattro anni.
Lei mi ha lasciato perché si è innamorata di un suo amico, che proprio un mese fa è venuto a trovarci, nostro ospite, e che a sua volta era stato improvvisamente lasciato dalla propria fidanzata.
Sapevo che la mia fidanzata lo stimava da tempo, e sapevo anche che otto anni fa, quando si sono conosciuti, lui le aveva fatto capire di apprezzarla, mentre lei (pur ricambiando l'apprezzamento) l'aveva respinto bruscamente.
Da quel momento sono diventati amici e non c'è mai stato altro, anche perché lui nel mentre era sempre impegnato con altre donne.
Mi sono fidato, abbiamo trascorso giornate e serate sempre insieme, sebbene in quei dieci giorni mi sia dovuto recare qualche volta al lavoro lasciandoli da soli.
Ma la fiducia era estrema perché credevo ingenuamente che tra loro non ci fosse nulla, e che lei volesse solo consolarlo per la storia appena finita.
Ovviamente mi sbagliavo: non c'è stato tradimento, ma i due stando insieme da soli hanno capito di provare qualcosa l'uno per l'altra e si sono segretamente dichiarati.
Lui è ripartito e lei, una sera, scoppiando a piangere mi ha rivelato l'accaduto.


Alcune precisazioni:
- Ho trascorso con lei gli unici momenti felici della mia vita, infanzia a parte.
Non abbiamo mai litigato, vivevamo in simbiosi, ci volevamo e ci vogliamo bene.
Ci consideravamo fratelli prima ancora che fidanzati.
Insomma, era una relazione felice con qualche basso e molti alti, ma non era pensabile che uno dei due potesse cagionare del dolore all'altro.

- Prima di conoscere lei ho attraversato due episodi depressivi maggiori, il primo (2014) superato con gli psicofarmaci e il secondo (2015/16), tremendo, un po' con i farmaci ma soprattutto conoscendo lei.

- Non ho amici.
Attorno a me ci sono solo la nonna e i genitori, questi ultimi MOLTO ansiosi e ansiogeni.


La natura improvvisa di quanto accaduto, la perdita di fiducia riposta nell'unica persona di cui sentivo di potermi fidare, il modo in cui mi è stata "soffiata" dall'ospite, la fine di quattro anni di contatto ininterrotto, l'assoluta certezza di non poter più affrontare la vita senza di lei, il fallimento lavorativo sopraggiunto in concomitanza con l'accaduto, la fredda e spietata determinazione con cui lei afferma di non poter far altro che intraprendere questa nuova relazione, tutte queste cose mi hanno scaraventato in una palude di sabbie mobili da cui non riesco più a uscire.
Tolti i sensi di colpa, l'anedonia e la distimia, il sintomo maggiore è l'ansia.
Ho attacchi di panico quotidiani che cerco di reprimere sul nascere attraverso tecniche di respirazione, ma in generale mi manca il respiro, non mi reggo in piedi, mangio poco o nulla, desidero unicamente di morire e mi sento vicino come mai prima d'ora a procurarmi la morte.
Mi limito a chiedervi: come gestisco questo momento, che è in assoluto il peggiore di tutta la mia vita?

[#1]  
Dr. Cristina Finocchiaro

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ROMA (RM)

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Salve, quando ci si sente nelle sabbie mobili bisogna solo urlare forte e chiedere aiuto come sta facendo lei. Cerchi uno psicoterapeuta nella sua zona e racconti tutto quello che ha scritto qui, le sarà di aiuto, non solo per la relazione da cui è partito..
Buon lavoro
Dr. Cristina Finocchiaro
Dottore in Psicologia Clinica, Specializzata in Psicoterapia sistemica e relazionale- Roma

[#2]  
Dr.ssa Paola Cattelan

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Buongiorno,
le do una risposta molto breve, non perchè non abbia letto e considerato il suo lungo messaggio, ma perchè l'elenco degli elementi di criticità che porta è molto lucido. Lei sa perfettamente che cosa deve fare. Chieda aiuto, immediatamente. Si faccia aiutare a gestire la situazione e poi a elaborare un nuovo modo più funzionale di vita.
Dr.ssa Paola Cattelan
psicologa psicoterapeuta
pg.cattelan@hotmail.it

[#3] dopo  
Utente
Buonasera, e grazie per le risposte.
È vero, mi aspettavo questo consiglio. In effetti non potreste suggerirmi nient'altro. Il fatto è che la psicoterapia in passato non mi è servita a nulla. L'unica cosa utile che ne ho tratto è stata l'intervento dello psichiatra che mi ha prescritto dei farmaci. E a me questa volta viene da arrabbiarmi all'idea di dover assumere di nuovo dei farmaci, perché la soluzione sarebbe così semplice e alla portata di mano. È che purtroppo non dipende da me e non sembra verosimile. Per cui va considerata impossibile. Immagino sia come un lutto. Il ritorno in vita dell'amata defunta sarebbe risolutorio ma è impossibile.
Nell'attesa di decidermi a tornare di nuovo dalla psicoterapeuta (fra l'altro dopo il fallimento lavorativo non verso neanche in condizioni finanziarie particolarmente floride), posso assumere del Lexotan per l'ansia? Ne ho una boccetta. Se sì, potreste indicarmi la posologia?

[#4]  
Dr.ssa Paola Cattelan

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TORINO (TO)

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Mi dispiace, non possiamo: gli psicologi non somministrano farmaci, e qui è in area psicologia. Ma suppongo che nemmeno gli psichiatri lo farebbero con questa modalità a distanza. Può, però, rivolgersi al Centro di salute mentale dove accoglieranno i suoi bisogni sia dal punto di vista farmacologico che terapeutico, oppure al suo medico di base.
Per quanto riguarda la psicoterapia, non posso entrare nel merito, non conoscendo la sua storia. Ma l'obiettivo non dovrebbe essere il superamento dello shock (mi passi il termine) per la fine della sua relazione, quanto il lavoro su tutto ciò che fa sì che lei in questi anni sia stato bene solo in simbiosi con questa donna (argomenti come la sua solitudine relazionale e l'ambiente familiare ansiogeno sono molto importanti).
Si prenda cura di sè.
Dr.ssa Paola Cattelan
psicologa psicoterapeuta
pg.cattelan@hotmail.it

[#5] dopo  
Utente
Sono stati argomenti importanti anche durante la relazione, soprattutto quello relativo alle, chiamiamole così, "ingerenze" famigliari. E furono aspetti discussi anche nelle sedute di psicoterapia di sei anni fa, ma il mio problema allora era probabilmente legato al vuoto affettivo, inteso non come mancanza di amicizie ma come disperato bisogno di amare e di essere amato nel contesto di un rapporto duale, quale quello che ho vissuto fino all'altro giorno. Sapevo perfettamente di aver bisogno di quello, e quando l'ho ottenuto ho smesso di stare male. Oggi invece, benché continui a reputare prioritario tale tipo di legame, comprendo l'importanza teorica di avere anche delle buone amicizie, pur non avvertendone una necessità spasmodica neppure adesso che ne trarrei forse un minimo conforto.
Comunque non sono stato bene solo quando stavo in simbiosi con lei. Potevo essere tranquillo e sereno anche nei momenti di autonomia (ad esempio sul lavoro), ma perché sapevo di avere lei come punto di riferimento fisso e immutabile (tragici lutti improvvisi a parte). Ovviamente quanto accaduto è MOLTO più sopportabile del lutto, in quanto almeno so che lei è viva e sta bene e, a quanto dice, mi vuole bene come ad un fratello, cosa che però mi sembra in contraddizione col male che mi ha procurato).
Va bene, proverò a rivolgermi al centro di salute mentale della zona. Mi aggrappo alla speranza di non ricadere nel baratro per la terza volta, so quanto è brutto e ho sempre detto di non voler rivivere quelle sensazioni, ma è un'assurdità. So di esserci già dentro e sono disperato.
Grazie dell'attenzione