Utente 568XXX
Egregi Dottori,
Sono la madre di un 32e, a cui, nel 2001 a seguito di un ricovero volontario, è stata fatta una diagnosi di schizofrenia paranoide, in quel periodo erano presenti i sintomi positivi di tale malattia.
Trattato d'allora con clozapina mai sopra i 250 mg/g.
Tale farmaco però nel 2004 ci siamo accorti che dava problemi di accumulo e il medico ha cominciato a scalarlo come sotto riportato:
- marzo clozapina 150 mg/g; clozapinemia 958 ng/mL
- aprile " 150 mg/g; n-Demetil 283ng/mL, clozapina 822ng/mL
maggio " 100 mg/g
- giugno " 100 mg/g; n-Demetil 192ng/mL, clozapina 552ng/mL
luglio " 100 mg/g
- agosto " 100 mg/g; n-Demetil 129 ng/mL, clozapina 322 ng/mL
da tener presente che da settembre 2001 e fino al mese di agosto 2004 a lavorato, abita e gestisce la sua casa in autonomia.
settembre clozapina 100 mg/g; tentativo d'introduzione dello Zyprex,non riuscito.
- ottobre " 75mg/g;Metabolita 2 117ng/mL,n-Demetil 340ng/mL,clozapina 608ng/mL
FT3 3.3; FT4 9.8; TSH 4.72
novembre " 75mg/g
- dicembre " 50mg/g Non rilevabili Metabolita 2 e n-Demetil, clozapina 191ng/mL
28 gennaio 2005 " 50mg/g tentativo d'introduzione di Risperdal cp. 2mg
6 febbraio ricovero diagnosi d'ingresso angosia depressiva e di dimissione: riacutizzazione psicotica.
Trattamento farmacologico da protocollo: serenase, prozin, naon, dalmadorm, tavor; Dimesso con farmaci:seropram 20 1cp/g, risperdal 4 mL/g, dalmadorm 30, tavor 2,5mg 2cp/g; sintomi: parkinsonismo iatrogeno,sintomi negativi e viraggio psicopatologico in senso depressivo con sentimenti di inettitudine ed anedonia.
Lo pichiatra da 3 settimane sta dismettendo il Risperdal e introducendo l'aripiprazolo Abilify una settimana con 0,5 seconda con 10 e oggi con 15 poichè secondo lui è quello che dovrebbe agire sui sintomi negativi.
Francamente ancora non si è visto un benchè minimo miglioramento né sui sintomi parkinsoniani né sulla sintomatologia negativa anzi più i giorni passano senza vedere benefici più l'ansia,l'angoscia, le paure,l'inadeguatezza peggiorano.
Continuo a chiedermi come una persona possa diventare un protocollo, il perchè di questi trattamenti che non tengono conto della soggettività personale di risposta ai farmaci; fortunatamente non era un TSO altrimenti chissà quale altro protocollo avrebbero messo in atto.

Che fare in una tale situazione? Può essere utile la psicoterapia cognitiva-comportamentale?
Chiedo a Voi un parere, un consiglio, sulla validità di tale trattamento ed eventualmente indicarmi persone valide a cui rivolgermi,la mia zona è Milano.

Grazie
Nibolina

[#1] dopo  
Dr. Claudia Ravaldi

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Gentile signora, tre settimane sono un tempo molto lungo per chi soffre, ma piuttosto breve per l'entrata in azione dei farmaci psichiatrici. Probabilmente questa è una fase di ricaduta molto particolare, e comunque la terapia nuova mi sembra appunto impostata sulla riduzione dei sintomi depressivi. Nelle fasi di recupero dallo stato acuto e nella prevenzione delle ricadute la terapia cognitivo comportamentale si è dimostrata utile, soprattutto per mantenere una buona autonomia e una buona consapevolezza dei vari stati di malattia.
Molti colleghi cognitivisti si occupano dei pazienti con problematiche simili a quelle di suo figlio, tra questi i colleghi del Terzo Centro di Roma, che sicuramente saranno in contatto con colleghi milanesi che seguono lo stesso tipo di lavoro.Indirizzo: 3° Centro di Psicoterapia Cognitiva Via Ravenna, 9/G - 00161 Roma
Tel./Fax 06/44233878 - Email: terzocentro@iol.it
Altre info può averle consultando il sito della società di psicoterapia cognitivo comportamentale www.sitcc.it.

Cordiali saluti,
Claudia Ravaldi
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[#2] dopo  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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Gentile signora,

posso comprendere il suo dolore e la sua sofferenza, ma non posso ammettere che commenti negativamente cio' che gli specialisti fanno per suo figlio.
Ad ogni modo, e' opportuno rendere stabile la terapia farmacologica di suo figlio e procurargli un discreto compenso prima di poter pensare di intraprendere una psicoterapia.
Ad ogni modo la psicoterapia e' subordinata alla volonta' del paziente.

Saluti

dr. F.S. Ruggiero

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[#3] dopo  
Dr. Giovanni Ronzani

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Gentile Signora
E' ben comprensibile il suo stato d'animo, il dolore, lo smarrimento che si provano in situazioni del genere, al quale appare sappia reagire. Per quanto rigurda il suo quesito, l'associazione di un trattamento psicoterapeutico a quello farmacologico, per le persone con diagnosi di schizofrenia, da quello che si legge in letteratura e dalla esperienza dei Colleghi dei reparti, appare che sia una pratica in continua diffusione, sia in ambito nazionale che internazionale. Senza volerLe creare eccessive aspettative, i risultati attualmente correnti sembrano essere piuttosto incoraggianti, anche se la possibilità di associare la psicoterapia dovrà comunque essere valutata da uno specialista.
Cordiali Saluti
dr Giovanni Ronzani
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dr Giovanni Ronzani

[#4] dopo  
Dr.ssa Ilenia Sussarellu

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Gentile Utente,
anche io ritengo che la psicoterapia con un quadro sintomatologico come quello da lei descritto possa fungere solo da supporto ed in una fase in cui tutti i sintomi siano già stabilizzati attraverso la farmacoterapia.

Cordialmente

Dr.ssa Ilenia Sussarellu
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Dr.ssa Ilenia Sussarellu, i.sussarellu@libero.it
Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale, Psicologo Cilinico-Forense

[#5] dopo  
Utente 568XXX

Gentili Medici, vi ringrazio per le risposte e mi permetto di aggiornarvi sulla situazione a voi ferma a maggio 2005 quando si stava provando ad introdurre l’Abilify.
Tale introduzione non è stata portata a termine a causa degli effetti collaterali subito evidenziati e si è passati allo Ziprex fino a 15 mg/die e portato a 10 mg/die fino ad oggi.
Dopo il tentativo di cui sopra e la riconsiderazione da parte dei curanti di quanto era accaduto con la clozapina finalmente hanno ammesso che a questa persona, a causa di una sindrome metabolica – già a loro nota sin dal 2001 – i farmaci vanno somministrati in misura minima anche se da ciò si può avere un effetto terapeutico non ottimale.
Gentile dr Ruggiero la mia disapprovazione era appunto data da tale fatto - tutti sapevano di questa sindrome metabolica ma nessuno la teneva in considerazione – per questo non ritenevo opportuno il trattamento come da “protocollo” praticato nel ricovero “volontario” del febbraio 2005, a sostegno di quanto dico vi sono le scuse e l’ammissione di non essere stato abbastanza attento che lo psichiatra curante si è sentito in dovere di comunicarci. Non sono né le scuse e neanche le polemiche che mi interessano quanto il fatto che un medico dovrebbe avere sempre in mente il giuramento che ha fatto e cercare di ascoltare le necessità soggettive del singolo.
Oggi sta meglio e da circa un anno ha deciso di seguire una psicoterapia con uno specialista di orientamento Sistemico Correlazionale.
Ciò che mi rimane di questa brutta esperienza è che noi tutti, noi società cosiddetta civile non sappiamo andare incontro ai bisogni del nostro prossimo, non sappiamo ascoltare, non sappiamo vedere con gli occhi della comprensione e dell’amore la sofferenza di queste persone, non sappiamo vedere che dobbiamo render loro il diritto di cittadinanza attiva che gli abbiamo tolto, ne ci rendiamo conto del dovere di accoglienza che noi tutti abbiamo nei loro confronti.
Personalmente condivido appieno le parole di Franco Basaglia quando affermava:
“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione, quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”.
Grazie per l’ascolto
Nibolina