TSO per l'anoressia: una valida proposta di Legge?

Dr. Alessandro RaggiData pubblicazione: 27 maggio 2015

«Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c'è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.»

(Franco Basaglia)

Alla Camera dei Deputati di palazzo Montecitorio lo scorso 19 maggio 2015 è stata presentata la proposta di Legge in materia di “accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per la cura di gravi disturbi del comportamento alimentare” da parte dell’On.le Sara Moretto.

La proposta anche per la diffusione mediatica successiva, come si sarebbe potuto immaginare data la delicatezza dei temi trattati, è rapidamente balzata all’attenzione di opinionisti e esperti di settore.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) oggi

Il TSO in Italia sostituisce le precedenti norme sul “ricovero coatto” (1904) e viene istituito con famosa “Legge Basaglia” (legge n. 180, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”) promulgata nel 1978, che prevedeva la chiusura degli ospedali psichiatrici e il decentramento territoriale delle cure attraverso i Dipartimenti di Salute Mentale (DSM). La regolamentazione del TSO, così come è oggi, si deve invece alla Legge n. 833 dello stesso anno, che istituiva al contempo i Servizi Sanitari Nazionali

.

L’apparato legislativo del Trattamento Sanitario Obbligatorio è stato pensato per i casi in cui la volontà di cura del soggetto, tutelata in prima istanza dalla stessa Legge (“Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari” L. 180 art.1) viene in qualche modo a mancare.

Occorre far notare preliminarmente che la disciplina del TSO non riguarda solo le cure psichiatriche, ma qualunque causa sanitaria anche di natura non psichiatrica. Il Trattamento sanitario obbligatorio per pazienti psichiatrici (c.d. “malati mentali”), è nei fatti solo una specifica possibilità offerta dalla Legge e prevede nella sua procedura la “proposta motivata di un medico, convalida della proposta da parte di un medico della unità sanitaria locale, entro 48 ore dalla convalida provvedimento disposto dal sindaco, da notificare entro 48 ore al giudice tutelare, il quale, entro le successive 48 ore, provvede con decreto motivato a convalidare o meno il provvedimento.” (L. 180 art. 2).

Gravità clinica, rifiuto del trattamento e urgenza come criteri costitutivi della Legge che norma i TSO, devono dunque essere finalizzati alla tutela della salute e della sicurezza del paziente e non più, come nella disciplina del “ricovero coatto” a garantire una generica “incolumità pubblica”. In tal modo la norma si assicura, nella sua ispirazione, che le misure di contenimento non siano più suggerite da necessità terze, ma esclusivamente rivolte a garantire i bisogni del soggetto sofferente.

La proposta di legge “Moretto”

Nelle intenzioni del proponente, con questa proposta di Legge, vi è l’evidente volontà di colmare alcuni spazi di discrezionalità che l’attuale legislazione in materia di “Trattamento Sanitario Obbligatorio” lascia alla valutazione clinica dell’autorità sanitaria richiedente. La proposta di modifica alla vigente normativa (articolo 34 della legge 23 dicembre 1978, n.833) prevede, infatti, che “Limitatamente ai casi di disturbi del comportamento alimentare, il ricovero conseguente a trattamento sanitario obbligatorio di cui all’art. 34 può essere attuato per far fronte a necessità urgenti di trattamenti salvavita che il paziente, a causa della patologia psichica, rifiuta. Il trattamento sanitario obbligatorio, anche finalizzato al trattamento delle complicanze organiche o del rifiuto a nutrirsi (..)”.

Per la prima volta sarebbe specificata, infatti, una categoria psicopatologica “disturbi del comportamento alimentare” per la quale nella previsione legislativa vi sarebbe l’introduzione dell’obbligo di TSO come “salvavita”, includendo al contempo l’obbligatorietà della nutrizione forzata (nutrizione meccanica).

Dichiara a proposito l’On.le Moretto(1): «Molte persone affette da DCA rifiutano, stabilmente o periodicamente, i trattamenti. In modo particolare vi è spesso un rifiuto dei trattamenti nutrizionali anche quando essi rivestono caratteristiche di cure salva vita».

Considerazioni, critiche e osservazioni

I DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) sono catalogate dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) tra i disturbi psichiatrici. Anoressia, bulimia, binge-eating, sono alcune delle forme più comuni con le quali si possono manifestare questi disturbi che colpiscono fasce di popolazione sempre più ampie specialmente tra i giovani. A differenza di ogni altra patologia psichiatrica, i DCA come esito diretto, possono condurre a numerose compromissioni organiche di carattere medico del corpo e anche alla morte del soggetto che nella maggior parte dei casi avviene per arresto cardiaco o per suicidio. Si tratta della prima causa di morte per malattia mentale nei paesi occidentali(4)

Quando parliamo di anoressia e bulimia o più in generale di DCA, ci riferiamo a patologie estremamente complesse, la cui eziopatogenesi è solitamente multifattoriale, ossia causata da un numero di variabili così fitto che non è quasi mai possibile enucleare una sola causa per l’origine e il mantenimento dei disturbi, che a seconda dei punti di vista e delle prospettive scientifiche possono riferirsi sia a caratteristiche psicologiche individuali, a traumi o abusi subiti, al sistema familiare, sino addirittura al sistema sociale.

Si deve anche ricordare che quando ci riferiamo a disturbi psichiatrici non si possono adottare le identiche categorie logiche utili per la medicina nel suo complesso. Il concetto di “malattia psichiatrica” è infatti differente da quello di malattia in senso strettamente medico o “malattia organica”: tant’è vero che lo stesso DSM li chiama “disturbi” psichiatrici e non “malattie” psichiatriche. Ciò vale specialmente per disturbi come le anoressie e le bulimie, quasi sempre accompagnati da altri disturbi psicologici: depressioni, disturbi d’ansia, disturbi di personalità.

In questa proposta di legge, infatti, manca il riferimento alla diagnosi, che è e resta un problema non secondario – tutt’oggi non adeguatamente risolto – per la clinica dei DCA. Chi pone la diagnosi? Secondo quali parametri? Sono sufficienti le categorie diagnostiche del solo DSM avulse da qualunque approfondimento differenziale? Sono in grado i medici di base e i pediatri di porre questo tipo di diagnosi? Che differenza c’è tra un’anoressia su base nevrotica e una su base psicotica del soggetto? Quali sono le differenze di prognosi e trattamento in questi casi?

Fabiola De Clercq, Presidente di ABA (Associazione per lo Studio e la Ricerca su anoressia, bulimia, obesità e disturbi alimentari) ha espresso le proprie preoccupazioni a nome dell’equipe scientifica di ABA, in una recente intervista(5) : «Che cosa potrebbe capitare se una famiglia con una figlia che non vuole mangiare si rivolgesse al sindaco del paese, magari un amico, per fargli firmare la richiesta di TSO? Anche perché molto spesso i veri pazienti sono i genitori. Anche loro devono seguire una terapia. E un sondino può essere perfino pericoloso». L’ABA da oltre venti anni svolge attività di ricerca, prevenzione e cura nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare e delle dipendenze patologiche e la sua equipe è formata da medici e psicologi altamente professionalizzati, che nei casi più gravi, sono già preparati anche a indirizzare il soggetto verso le principali strutture pubbliche affinché possa rimettersi nelle condizioni fisiche adeguate a poter affrontare successivamente un percorso di cura che si basa essenzialmente sulla psicoterapia e il coinvolgimento della famiglia.

Riccardo dalle Grave, medico psicoterapeuta presidente di ADA (Associazione Disturbi Alimentari) ha contribuito al dibattito con un intervento particolarmente strutturato che intende fare il punto sulla ricerca empirica del TSO nel trattamento dei DCA. Le conclusioni di questa pubblicazione(6) del Dr. Dalle Grave e della dott.ssa Simona Calugi, non evidenziano la sussistenza di prove circa l’efficacia del TSO come “salva vita” in caso di DCA. Il TSO in pratica non risulta salvare alcuna vita in caso di DCA, almeno non più delle tradizionali terapie. Se da una disamina della letteratura esistente cade l’unica ragione tecnica della proposta (procedura “salva vita”) effettuata dall’On.le Moretto, che necessità c’è di questa Legge? 

Conclusioni

L’evidenza della non ridotta mortalità per mezzo del TSO nei casi di DCA (argomentato dal Dr. Dalle Grave) per quanto importante, non è però a mio avviso l’unico aspetto che può orientare il dibattito su temi come quello dell’opportunità di TSO per l’anoressia. Al di là delle prove di efficacia, rimangono irrisolte gravi implicazioni di natura etica, che non possono essere avulse al dibattito scientifico. Quando si parla di argomenti sensibili come la privazione dei diritti fondamentali, la ragione tecnica o l’efficienza non possono e non devono essere l’unico parametro di riferimento.

L’elettroshock (“terapia” elettroconvulsivante) si è dimostrato efficace in alcune forme gravi e particolarmente resistenti di depressione, ma a molti questo continua a non sembrare un valido motivo per sottoporre le persone questa pratica. Utilizzare forme di coercizione fisica sui bambini affetti da ADHD li rende spesso abbastanza docili nell’immediato, ma questa modalità così “efficace” rimane pur sempre sempre un abuso e una violenza.

TSO e nutrizione forzata possono diventare, se legate da una ferrea logica causale ad una data condizione patologica, un abuso e una violenza: questo è il punto chiave.

L’utilizzo del TSO nelle forme di anoressia più estreme è peraltro già contemplato dalla vigente normativa ed è già utilizzato.

Ricordiamo oltretutto che il soggetto con grave anoressia per il quale si dispone un TSO, è già in una fase molto avanzata della patologia, avremmo necessità piuttosto di capire in quali modi si possa arrivare sempre meno sino a queste condizioni. Dovremmo dunque chiederci in che modo poter ridurre al minimo indispensabile il ricorso al TSO nei casi di anoressia e questo dovrebbe, al contrario, essere attuato solo dopo che tutte le strade sono state davvero percorse, non ultima quella di un profondo coinvolgimento della famiglia nelle cure e nella terapia. 

L’On.le Moretto ha dichiarato: «Rendiamo obbligatorio il TSO, per salvare da morte certa chi rifiuta un aiuto» (7); si è però visto che sia dal punto di vista tecnico che in una prospettiva clinica, etica e legislativa, non sembra che la soluzione così come ipotizzata, possa in alcun modo incidere favorevolmente sulla cura dei disturbi del comportamento alimentare, né tantomeno configurarsi come utile strumento per salvare da morte certa un paziente. Attualmente, infatti, il TSO non solo può già essere attivato in casi estremi, ma resta comunque la mancanza di evidenze empiriche circa la migliorata sopravvivenza dei soggetti con DCA sottoposti a questi trattamenti.

A chi servirebbe, dunque, una misura come il TSO specifico per l’anoressia se non è utile al paziente? Nei casi in cui la famiglia non riesca o non abbia la volontà di affrontare un disagio psicologico esistente al suo interno che frantumando l'equilibrio familiare, si preferisce rimuovere o estinguere attraverso l’occultamento, o la contenzione, non diverrebbe oltretutto questo un ulteriore possibile strumento di emarginazione?

È possibile che nell’ideazione e formulazione di questa proposta di Legge non si sia dato il giusto spazio alle riflessioni di carattere clinico e scientifico. Sembra infatti, che sia gli orientamenti psicodinamici e relazionali che quelli cognitivo-comportamentali, seppur da prospettive differenti, siano entrambi giunti alle medesime conclusioni circa l’inadeguatezza di questo progetto.

La politica può, altresì, fare moltissimo per la lotta ai DCA e incentrare i propri sforzi negli investimenti in prevenzione, attraverso la formazione e preparazione del personale sanitario oltre che di tutti i soggetti istituzionali che possono incidere sulla prevenzione di anoressie e bulimie: famiglie e genitori, insegnanti, pediatri, istruttori di ginnastica.

 

Riferimenti

Autore

alessandro.raggi
Dr. Alessandro Raggi Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1997 presso La Sapienza - Roma.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Campania tesserino n° 5670.

22 commenti

#1
Dr. Vassilis Martiadis
Dr. Vassilis Martiadis

Condivido appieno i dubbi e le perplessità su questa proposta di legge che sembrerebbe non aggiungere nulla a quella che é già la attuale normativa. É già possibile sottoporre a trattamento sanitario obbligatorio una persona con anoressia nervosa e non necessariamente quando é in imminente pericolo di vita. Ricordo che le condizioni per proporre e convalidare un tso prevedono che ci siano delle alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, che il paziente non accetti le misure terapeutiche proposte e che non ci siano la possibilità di mettere in atto idonee misure terapeutiche extraospedaliere. Una persona affetta da anoressia nervosa, con condizione di sotto peso più o meno grave, che rifiuto completamente o quasi l'alimentazione e che debba essere trattata in regime ospedaliero potrebbe rispondere appieno a queste condizioni, senza bisogno di invocare presunte terapie salvavita. É come se si dovesse specificare che in un paziente depresso che mette in atto un grave tentativo di suicidio si debba effettuare un tso perché rappresenta un salvavita. É un fatto del tutto ovvio che anche in questo caso può essere necessario un intervento terapeutico obbligatorio, ma non per questo occorre una modifica ad hoc della legge.
Allo stesso modo condivido l'idea che debbano essere impegnate risorse umane ed economiche per programmi di prevenzione, per la formazione di insegnanti, medici di base e pediatri che possano cogliere i segnali precoci della patologia e indirizzare al corretto trattamento , risorse per la costituzione in tutte le regioni di una rete di centri multidisciplinari specializzati nel trattamento dei dca, sia in regime ambulatoriale che residenziale/ospedaliero. Modificare una legge mi sembra un po' poco rispetto a quello che si potrebbe e dovrebbe fare.

#6
Dr. Antonio Vita
Dr. Antonio Vita

Sally, 24 anni, aveva uno strano rapporto con l’alimentazione. Il cibo era stato sempre il suo problema, perché soffriva da sempre di gastrite cronica, e si era fatta da sé una dieta a base di riso che condiva con fettine di prosciutto cotto, un po’ di olio a crudo. Non usava molti altri cibi, né altri condimenti. Non beveva latte, mangiava qualche biscotto, niente frutta perché non le piaceva e perché la frutta fermenta. Poco pane, qualche altro alimento molto semplice, pasta scotta e bianca, poco formaggio.
Dopo un po’ dimagrì, molto. Molti dissero che si trattava di anoressia. La famiglia non sapendo più cosa fare, e vedendola deperire, dopo aver provato invano con la persuasione, anche con forme di cosiddette terapie, decise che, arrivata allo stremo di forze, doveva ricoverarla, su consiglio del ********* in una sezione di una struttura che accoglieva soggetti anoressici. Lì fu forzata a mangiare di tutto, sotto la spinta di persuasori e per ottenere una libera uscita la domenica di un’ora con le compagne di trattamento.
La notte, sottola luce fioca di lampade, veniva seguita da sguardi che lei definiva indiscreti e taglienti.
Passò due notti insonni, piene di fantasmi e di brandelli di brutti sogni.
Fuggì la terza notte, e facendo un po’ di autostop e lunghe camminate, quando si allontanò abbastanza dalla struttura, riuscì a telefonare a casa da un telefono che qualcuno le offrì in prestito, perché il suo era stato requisito, e telefonò a casa e si fece venire a prendere.
Così iniziò e finì l’esperienza di Sally.

Maresa invece soffriva di bulimia, riconosciuta e certificata. Il padre, con il consenso della madre, la ricoverò in una struttura “specializzata”, dove in un reparto erano curate altre bulimiche. Ci stette per diversi mesi. Mentì spudoratamente ai suoi assistenti, agli specialisti, e fu dimessa con l’avvertenza di seguire una dieta lunga e dettagliata.
Le violenze psicologiche subite dalla ragazza furono gli schemi di incubi notturni che la tormentarono per anni.
Quando riuscì ad andarsene da questa specie di prigione, ricominciò a vomitare con metodo e costantemente.
Vomita ancora, ma è arrivata a dirsi che è anche stanca di farlo, e vuol cercare qualcosa di alternativo da fare: non riesce a sostituire quel maledetto rito, come lei lo definisce, e a trovare un modo per smettere. Soltanto che non è ancora del tutto convinta di farlo. I genitori sono tranquilli perché hanno fatto il loro dovere. Essi non sanno che Maresa ancora vomita. O se lo sanno, fanno finta di ignorarlo.

Sally e Maresa, sono due storie diverse, due modi diversi di soffrire e di chiedere aiuto.

La legge che imporrebbe un TSO per i disturbi alimentari, potrebbe essere la ciliegina sulla torta.

Un mio amico e collega è andato ad un corso di aggiornamento sul trattamento delle persone affette da disturbi alimentari, corso organizzato da un Ordine. Mi ha raccontato che 9 psy, (lui era il 10°), hanno parlato per tre ore del modo di accogliere il paziente per passarlo all’attenzione degli psichiatri, e poi ad altri, cioè hanno cercato di stabilire un protocollo d’intervento. Ma l’anoressica non c’era nel discorso e quando il mio amico e collega l’ha fatto notare, gli è stato risposto dalla conduttrice del gruppo, in modo sgarbato, che questo discorso non era previsto, ma ci si doveva limitare a stabilire un protocollo d’intesa con la psichiatria per il trattamento delle pazienti.
Ricordo, con una certa nausea, che queste cose si facevano nel 1991 e segg. perché le colleghe e i pochi colleghi delle strutture pubbliche non sapevano come suddividere il lavoro.
Quella mattina, verso mezzogiorno, non contenti di quello che avevano stabilito, proposero la divisione di quello sparuto gruppo, in altri due sottogruppi. Chiesero al mio amico a quale gruppo intendesse iscriversi e lui rispose che avrebbe optato per il terzo!! Non capirono nemmeno la battuta. Infatti, con malcelata pazienza gli spiegarono che i sottogruppi sarebbero stati soltanto due. (E questo vale come appendice al blog di Armando).

#18
Utente 384XXX
Utente 384XXX

Salve,

mi qualifico chiarendo anzitutto che sono un infermiere.

Non condivido l'articolo e la petizione per questa proposta di legge. Spiego brevemente perché.
La trovo lesiva della dignità e libertà personale dei pazienti con disturbi dell' alimentazione.
Trovo molto parziali e incomplete le motivazioni a sostegno di questa proposta di legge.
Infatti non si considera che i pazienti con disturbi del comportamento alimentare molto spesso sono dei pazienti che hanno problemi molto più seri e profondi talvolta "terminali" intesi come non curabili. Alludo ai disturbi della personalità da cui il 90% degli anoressici e bulimici sono affetti, e precisamente soprattutto a disturbi borderline, narcisistico-patologici, ed istrionici. Molto spesso poi questi disturbi sono concomitanti e si sovrappongono fra loro, rendendo ancor più difficile delineare la vera personalità patologica del soggetto.
Quindi il dimagrimento patologico e i meccanismi insani che vengono innescati sono solo l'espressione fenomenica di tutti questi altri disturbi ben piu' gravi e con l'andare del tempo anche invalidanti. In pratica con anoressia/bulimia stiamo parlando solo della punta di un iceberg di problemi molto piu' complicati e ampi.
Detto questo da infermiere, il cui compito di base è quello di promuovere la compliance dei pazienti, di tutti i pazienti, credo che sia un po' assurdo pensare di costringere una persona CAPACE D' INTENDERE E VOLERE, a curarsi e ad accettare i piani terapeutici. Perché il problema e' proprio questo, questo tipo di pazienti sono consapevoli di ciò che fanno, sono solo compulsivi nell' attuazione delle loro pratiche, cioè non riescono a smettere di farlo, ma nel mettersi le dita in gola o nel mangiare in maniera smodata sono estremamente coscienti di ciò che fanno, anzi molto spesso sono anche delle forme di ricatto di cui si servono per estorcere, secondo la loro visione distorta dei rapporti interpersonali ed emotivi, affetto e attenzione ai propri cari e alle persone che tendono a prendersi cura di loro e a volergli bene (e che proprio per questo sono spesso i primi a sbagliare approccio imponendogli "costrizioni" e forzature a mangiare).
Il problema fondamentale e' proprio che questo tipo di persone attuano certi comportamenti a seconda del disturbo di personalità sottostante di cui soffrono, se sono perciò narcisisti-patologici allora dimagriranno per un' ideale di perfezione fisico, se sono borderline per ricevere l' affetto smodato di cui fanno richiesta al mondo, se sono istrionici per attirare l'attenzione su di sé.
Per cui possono essere definiti irrazionali nel loro modo di agire poiche' compulsivi, ma non di certo non in grado di capire ciò che fanno.
Quindi piazzare un sondino nasogastrico, o una terapia di nutrizione parenterale , contro la sua volontà ad un paziente del genere e' solo fargli violenza limitando la sua CAPACITA' DI INTENDERE E VOLERE.
Non stiamo infatti parlando di pazienti schizofrenici o con grave compromissione del funzionamento. Questo tipo di pazienti infatti lavora, studia, ha relazioni amicali e sessuali, e una vita sociale che si potrebbe definire normale (se non fosse che celano al mondo i loro gravi problemi).
Dunque se in Italia ad esempio ad un paziente oncologico che non vuole curarsi non si può applicare il TSO per constringerlo all' operazione chirurgica, alla chemioterapia, o alla radioterapia, NON SI DEVE nemmeno pretendere di poterlo fare con i pazienti psichiatrici di questo tipo, o quanto meno essere onesti ed inserire TUTTE le tipologie di pazienti in grado di intendere e volere in questa proposta di legge, non solo i pazienti psichiatrici.
Il punto e' proprio che non si puo' continuare a marginalizzare, superficializzare, e categorizzare tutte le patologie psichiatriche come persone INCAPACI, e quindi applicare terapie sommarie come se tutti fossero schizofrenici.
Lo stesso Basaglia, che spesso in questi articoli si cita in maniera impropria, sicuramente non sarebbe d'accordo con i metodi di chi propone certe petizioni o leggi. (basterebbe leggere qualche suo scritto per rendersene conto).
Le strade terapeutiche che vanno tentate non sono quelle della COSTRIZIONE, che sarebbe solo controproducente al trattamento e al ripristino della condizione di salute e benessere del paziente, ma andrebbero pianificate e realizzate delle misure ad hoc mirate per ogni tipologia di paziente anoressico o bulimico, al fine di ottenerne la compliance.
Con la violenza di sicuro non la otterrete, anzi probabilmente avrete esattamente l'effetto opposto a quello che desiderate.

Mi dispiace, e spero di non offendere nessuno se dico che da infermiere mi preoccupa soprattutto il fatto, che a fare certe considerazioni così superficiali e parziali siano degli psicologi/psichiatri, che dovrebbero essere dei professionisti e specialisti per questo tipo di problemi.
Di sicuro se un domani avessi un figlio con questo tipo di problemi non lo affiderei a chi crede di curarlo in questo modo, lo farei soltanto soffrire di più di quanto già non soffra per conto suo.

Saluti.

#19
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

gentile UTENTE 384315,
personalmente condivido alcune delle sue osservazioni, ma non appare chiaro se lei abbia o meno letto bene ciò che è stato scritto e l'oggetto della petizione che, contrariamente a quanto sembra lei affermare, andrebbe proprio nel senso da lei indicato nelle sue osservazioni e non "a favore" delle coercizioni o dell'incremento di TSO (come chiede chi sostiene la "proposta Moretto".
La invito a rileggere i contenuti e se vuole, successivamente, a precisare meglio le sue opinioni in base a quanto troverà.
Cordiali saluti.

#20
Utente 384XXX
Utente 384XXX

Gentile Dr. Raggi,

Con la critica feroce a "certi psicologi/psichiatri", non mi riferivo a Lei o agli altri commenti visibili, che ho avevo già letto, anzi credo che come dice siano assolutamente in linea anche con il mio modo di vedere.
Probabilmente mi sono espresso male, poichè stavo estendendo in generale ad altri suoi colleghi (e mi creda ce ne sono che sono d'accordo con la Moretto) che hanno posizioni diametralmente opposte dalle Sue.
Per ciò che riguarda la petizione, l'ho firmata subito dopo aver pubblicato quel commento, poiché pienamente d'accordo con chi la promuove, e poiché credo sia un dovere etico anche degli infermieri farlo (anche noi, essendo riconosciuti come professione, abbiamo un codice etico e deontologico)
Tuttavia il fatto più indecente di tutta questa questione a mio avviso è che un parlamentare italiano (la Moretto è laureata in Economia) senza alcuna competenza in materia sanitaria e più nello specifico in quella psichiatrica (senza contare poi l' ignoranza dei processi storico-evolutivi e innovativi della psichiatria in Italia ad es. Basaglia), possa tranquillamente presentare proposte di legge di questo genere, chiaramente non scritte da lei, ma con molta probabilità da qualche altro parlamentare o da qualche Suo collega.
Una proposta del genere è contraria ai principi costituzionali affermati sui fondamentali diritti dell' uomo, e volendo ci si potrebbe perfino appellare alla Dichiarazione dei diritti dell' uomo, per farla annullare.
La saluto e mi scuso ancora per l'incomprensione sul mio precedente commento, e spero con questo di aver chiarito esaurientemente ogni dettaglio.
Cordiali saluti.

#21
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

di nulla, avevo infatti immaginato che vi fosse un errata sintesi del suo pensiero nelle sue parole, o una errata interpretazione mia di ciò che lei aveva scritto.

Credo anche io che vi possa essere qualcheduno, tra medici e psicologi, interessato a sostenere questa proposta di Legge, ma mi sono fatto l'idea che ciò possa essere dettato più da esigenze personali o politiche che da una valutazione clinica e scientifica dei contenuti della proposta di Legge "Moretto".

Resto anche convinto, però, del fatto che la maggior parte dei professionisti della salute mentale e soprattutto degli esperti di DCA, siano fermamente contrari alla modifica in senso estensivo della legge 180 che attualmente disciplina il Trattamento Sanitario Obbligatorio in Italia, come pretenderebbe di fare questa proposta.

#22
Utente 384XXX
Utente 384XXX

Sicuramente, quando i politici s'interessano alla salute mentale quasi sempre non è mai per fini altruistici e di miglioramento delle cure.
Basti guardare alla storia recente e a Basaglia, quanto sia stato osteggiato dalla politica e dai vari baronati (che tutt' oggi persistono).
In Italia ogni regione dovrebbe impiegare dal 3 al 5% (è gia' è vergognosa come percentuale) del fondi 100% dei fondi destinati con la legge di stabilità alla salute pubblica. Nei fatti queste percentuali sfiorano appena l'1%... per non parlare della carenza cronica di organico medici, psicologi, psichiatri e soprattutto infermieri preparati e qualificati (a questi ultimi con l'aggiornamento dell' ordinamento universitario hanno tolto anche l'insegnamento della psichiatria, che già non era approfonditissimo, dal corso triennale di studi e su tutto il territorio nazionale non hanno mai attivato i master di I livello specializzanti.
Basti pensare poi agli OPG la cui chiusura per un motivo o per un altro vien sempre rimandata. (anche perchè non c'è interesse a creare quelle strutture residenziali intermedie ipotizzate da Basaglia 40 anni fa).
In sostanza il problema e' sempre lo stesso: l' istituzionalizzazione di questi pazienti.
Non serve chiudere fisicamente i manicomi se poi si lascia l'opinione pubblica e gli operatori del settore nella più totale ignoranza di cosa sia davvero la malattia mentale. Si preferisce che se ne facciano un'idea fatta di credenza popolare mista a timore, praticamente come 40 anni fa.
Sono arrivato a questo articolo tramite un gruppo facebook d' infermieri, in cui questa proposta di legge non è stata capita nella sua gravità, tanto è vero che veniva in un certo senso sostenuta.... Forse anche per questo sono incorso nel precedente errore che lei giustamente ha sottolineato.
Probabilmente è il caso che su queste tematiche la classe medica istruisca e sensibilizzi tutte le altre figure professionali in primis gli infermieri (visto che l'università non lo fa adeguatamente come dovrebbe). Ne avremmo tutti da guadagnarci, la società, i professionisti sanitari, ma su tutti i pazienti psichiatrici.

Un caro saluto.

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