“Dottore, ho l’insulina alta, per questo ingrasso” oppure “Io sono IPERINSULINEMICA, faccio la dieta e non dimagrisco”.

Quando la visita medica inizia così è meglio mettersi comodi perché molto probabilmente ci vorrà del tempo… Affermazioni di questo genere – che certamente fanno seguito ad un problema vissuto con grande difficoltà dalla persona – sono infatti figlie di convinzioni inveterate da tempo e pertanto difficili da smontare. Si tratta di un classico caso in cui l’effetto viene confuso con la causa.

Ricordiamo prima di tutto che l’insulina è il principale ormone regolatore del metabolismo energetico nel nostro organismo; vale a dire che l’insulina è responsabile di come utilizziamo i macronutrienti assunti con l’alimentazione, se dobbiamo cioè usarli per produrre energia o dobbiamo in qualche modo “conservarli”.

La definizione stessa “insulino-resistenza” sta ad indicare una condizione in cui l’insulina prodotta dal pancreas non riesce a funzionare correttamente (i tessuti periferici sono cioè diventati “resistenti” all’insulina), per cui il pancreas stesso deve rilasciarne nel sangue una quantità maggiore per superare questa “resistenza”. Ciò accade per diverse ragioni, la più frequente delle quali è proprio l’accumulo di grasso per eccesso di introito calorico, ma possono esserci anche alterazioni genetiche a causare l’insulino-resistenza, in questi casi spesso senza problemi di peso ma con problemi di altro tipo quali disturbi del metabolismo dei carboidrati e dei lipidi.

Dunque non è vero che ingrassiamo PERCHE’ siamo insulino-resistenti; piuttosto il contrario, aumentando di peso i nostri organi e tessuti rispondono meno al segnale promosso dall’insulina, mentre dimagrendo anche la nostra insulina nel sangue – magicamente! - si ridurrà in misura più o meno proporzionale.

A questo punto ci si può anche domandare: come si fa diagnosi e, soprattutto, come si misura l’insulino-resistenza? La risposta è però piuttosto complessa, innanzitutto perché non ci sono metodiche standardizzate nella pratica clinica (cioè facili da eseguire e il cui esito sia davvero in grado di indirizzare la decisione del medico). Possiamo dire che a volte basta la visita specialistica e l’anamnesi per fare diagnosi di insulino-resistenza, mentre test più impegnativi quali la curva da carico orale di glucosio (o addirittura il “clamp euglicemico iperinsulinemico” che usiamo in ricerca clinica) sono da riservare a casi selezionati.

Ma a prescindere da queste speculazioni, il messaggio più importante per il paziente è uno solo: la medicina più efficace per ridurre l’insulino-resistenza è cambiare le proprie abitudini di vita, in termini di alimentazione equilibrata e disponibilità a fare esercizio fisico; in questo campo i farmaci hanno un ruolo secondario, e solo in casi selezionati che sta allo specialista individuare.