L’arte classica, e in generale la tradizione di pensiero occidentale, è sempre stata alla ricerca di un principio di perfezione, qualcosa che facesse da modello e che rappresentasse l’armonia delle sue varie parti. Riprodurre la realtà non significava quindi soltanto cercare di riprodurre “una” realtà particolare, ma cercare di riprodurre una realtà esemplare, perfetta. Quest’idea di perfezione e armonia è in realtà una “fissazione” del pensiero occidentale, più che il modo in cui il cervello ragiona sulla realtà. Il cervello è “parziale”, non vede le cose a partire da un’idea generale, e neanche si costruisce con l’esperienza un’idea generale, semplicemente un’idea generale a cui ispirarsi, o un’idea che è utile per spiegare o per prevedere una parte della realtà.

La scultura greca classica, ad esempio, cercava di riprodurre forme che avessero una proporzione fissa tra le varie parti, per cui ad esempio il rapporto tra la lunghezza di un alluce e quella del piede doveva essere tot, quella la lunghezza della gamba e la coscia tot, e così via. Data la misura di una parte di una statua, si sarebbe potuto quindi ricostruirla perfettamente. Il modello era così certamente perfetto, ma rispetto a sé stesso più che rispetto alla realtà. Si sarebbe detto quindi che da un rudere si poteva clonare la statua, un palazzo, un monumento, seguendo delle regole geometriche prestabilite. C’era una volta un pittore neo-classico che era diventato padrone di questa tecnica, ma ad un certo punto entrò in crisi, esattamente come in un’ossessione. Improvvisamente, alla vista di una rovina, o di un disegno iniziato, iniziava a non sapere più quale dovesse essere il modo di completarlo, come avrebbe dovuto immaginare la parte mancante. In un suo dipinto egli rappresenta la “disperazione dell’arista di fronte alle rovine”: si vede un artista con la testa tra le mani in mezzo un piede e una mano enormi, ruderi di chissà quale colossale statua antica. La statua che l’artista dovrebbe ricostruire secondo regole logiche e precise diventa invece un “vuoto” angosciante, qualcosa che c’era ma non c’è più, e non potrà più essere come una volta, anche se lui si sforzasse di clonarla alla perfezione. Quando si trova la regola della perfezione, si è sul ciglio della disperazione, dell’angoscia di controllo, un pozzo talmente profondo che non si vede più se sotto c’è l’acqua, e non c’è più una corda lunga abbastanza per tirarla su. In altre parole, il vicolo cieco del pensiero razionale.

Il pittore, uno svizzero di nome Fuessli, iniziò poi a cambiare il suo modo di dipingere. La pittura lo salvò dall’ossessione. Iniziò a dipingere mostri, creature incompiute, deformi, o situazioni indecifrabili, irrisolvibili, angoscianti. Dall’angoscia dell’assenza, che nasceva dalle rovine impossibili da ricostruire, passò all’angoscia attiva delle sue emozioni tradotte in pittura. Rese quindi le sue ossessioni uno spunto per dipingere, e allo stesso tempo in questo modo non le ebbe più davanti a sé come ostacolo. Nel percorso terapeutico le ossessioni non necessariamente vanno schiacciate, compresse, rimosse. Vanno spostate: non devono essere “il carro davanti ai buoi”, ma il carro dietro i buoi. Mettendo il carro dietro ai buoi li si guida in avanti, e così l’ossessione non è più frenante ma spinge avanti. Per far questo si deve compiere un atto di metabolizzazione delle ossessioni, che non devono essere aggiustate per renderle inoffensive, ma devono essere confermate per renderle “normali”. Ad esempio, essere ossessionati dall’idea di morire non è un’angoscia che si risolve convincendosi che comunque è improbabile, o lontano nel tempo, o che se ci si comporta in maniera cauta non dovrebbe accadere, o che si deve evitare ciò che induce a pensare alla morte. Piuttosto, si accetterà la morte come più che possibile, presente ogni giorno, e destinata a raggiungere chiunque. In questo modo il cervello non potrà più “sistemarla”, e allora la renderà trasparente, un fantasma inoffensivo che magari è fonte di ispirazione, di riflessione ma non diventa un tema su cui “razionalmente” coltivare la propria angoscia.

L’opera forse più celebre di Fussli è proprio “L’incubo”, in cui un mostro siede sulla pancia di una donna che dorme e si contorce. Già un passo in avanti dall’artista che non sa come andare avanti e si angoscia senza più riuscire a guardare le rovine delle sculture perfette. Il passo successivo sarà quello di avere da svegli le ossessioni accanto, che però non somigliano più a mostri maligni ma a fantasmi fatati, come nelle “damigelle di Hastings”: si vede un giovane adagiato sull’erba che dal basso guarda sfilare delle figure femminili fluttuanti e indefinite, quasi dei fantasmi.

Se invece si cerca di risolvere l’enigma di “come raggiungere la perfezione” si finirà per rimanere ossessionati dal fatto che la perfezione è irraggiungibile, eppure si ha bisogno di esserle il più vicino possibile. Consumare le energie in questo modo significa il blocco, la disperazione, la demoralizzazione. Fusli dipinge questo stato in alcuni quadri, tra cui “Solitudine all’alba”, tipica situazione del soggetto depresso che si copre la faccia di fronte al sole che sorge, stanco e addolorato all’inizio della giornata.

Un bivio quindi: da una parte la disperazione all’alba, dall’altra l’ossessione ridotta a un burattino inoffensivo e quasi simpatico. Questo lo scopo della terapia antiossessiva, sia per via farmacologica che per via psicologica.