Come è inevitabile, anche la sfera non è sufficiente per spiegare tutto. Quindi andiamo oltre. Le manifestazioni delle sindromi bipolari, descrivibili secondo le coordinate dette nel precedente articolo, hanno però dei connotati diversi a seconda dei contesti e dei punti di osservazione.
Al punto in cui eravamo arrivati l’orbita che si svolge intorno al nucleo temperamentale definisce il “prototipo” di disturbo bipolare. Ne sono stati definiti diversi, più numerosi dei classici quadri I e II, denominati I ½, II ½, III, III ½, IV, V. La distinzione I-II (psicosi, non psicosi) regge ancora, ma se si considera anche il temperamento si possono ottenere queste ulteriori varianti. Così ad esempio: depressione su temperamento ciclotimico = prototipo II ½ , depressione su temperamento ciclotimico = prototipo IV. I prototipi III in realtà non coincidono con entità diverse dalle altre, ma solo con forme “indotte” da sostanze o medicinali pro-maniacali (quasi tutti gli antidepressivi), sovrapponibili alle altre come manifestazioni.
Questi ellissoidi irregolari ricavati all’interno della sfera sono quindi prototipi di sindrome affettiva che pongono in continuità le fasi, considerando sequenza, polarità, ampiezza e qualità. Questo sia nel breve termine che come decorso e sintomi residui nel tempo. Quale è però l’effetto di questo percorso umorale “polarizzato” sulla biografia della persona, cioè sulla storia della sua vita, delle sue relazioni, dei suoi schemi di comportamento consolidati ?
Questo si chiamerebbe “personalità”, parola che può voler dire tutto e nulla, ma diciamo che si riferisce ad una tendenza rigida nel percepire la realtà, se stessi, impostare e gestire i rapporti con gli altri e i propri scopi, e seguire priorità psicologiche che non sempre coincidono con metodi efficaci di raggiungere i propri scopi e quindi la propria soddisfazione.
Le personalità bipolari sulla carta non sono indicate come tali, storicamente sono state descritte una serie di quadri, abitualmente indicati come “narcisistica”, “istrionica”, “borderline”, “antisociale”, “passivo-aggressiva”. La ricerca sulla sovrapposizione di queste diagnosi a quelle delle sindromi bipolari indica sostanzialmente che i termini usati per le personalità corrispondono a varianti delle sindromi bipolari. Soprattutto, sono le forme più continue, a cicli continui o rapidi, che iniziano presto nell’infanzia e proseguono senza intervalli liberi e con umore sempre più “cronicamente instabile”, che configurano i cosiddetti “disturbi di personalità”. Non uno in particolare, ma uno del gruppo dei disturbi di personalità cosiddetti “drammatici” (cioè con comportamenti e manifestazioni esteriori eclatanti). Dire che un soggetto con disturbo bipolare a cicli rapidi o continui ha un disturbo di personalità è insomma un sinonimo. Non occorre che si tratti di disturbi con fasi gravi e psicotiche, è sufficiente la continuità e la ciclicità brusca. Temperamento ciclotimico sovrapposto a disturbo bipolare II dà come risultato una personalità borderline, temperamento ciclotimico sovrapposto a disturbo bipolare I dà come risultato il comportamento “antisociale”. Istrionismo e narcisismo sono più o meno la “normalità” delle sindromi bipolari minori, forse la prima come variante femminile e la seconda maschile.
Queste personalità possono però cambiare in risposta a ambienti diversi, o quando il disturbo attraversa fasi di quiescenza. Immaginiamo di avere il nostro ellissoide irregolare e di traslarlo quindi fuori dalla sfera, nello spazio circostante, in una direzione variabile a seconda dell’ambiente in cui lo vogliamo inserire. L’ambiente è come un filtro, che farà vedere meglio o peggio alcune parti del disturbo, facendo sembrare un bipolare più narcisista o più istrionico, o nessuna delle due cose, o antisociale. Mentre il decorso del disturbo rimane quello più o meno per tutta la vita, anche con lunghi intervalli, la personalità patologica può normalizzarsi in un dato ambiente.
Proprio per questo, la diagnosi di personalità costituisce spesso un “abuso” diagnostico, perché è quella più mutevole, meno stabile nel tempo e quindi meno adatta ad indicare un’entità con riferimenti precisi di decorso, prognosi, caratteristiche cliniche specifiche. Le diagnosi di disturbo bipolare sono più precise ma limitative, e il modo più “ricco” e preciso di descrivere queste sindromi è quello di considerare le tre dimensioni sferiche, lasciando quindi la quarta come dimensione più volatile.

Nota finale. Spesso i percorsi diagnostici, se non si considerano le sindromi bipolari, prendono questa via. Inizio come depressione, poi si aggiunge un “disturbo di personalità”, che in molti casi diventa “misto” oppure “non altrimenti specificato /n.a.s”. Queste diagnosi corrispondono a una varietà di situazioni, di gravità variabile, in cui paradossalmente dall’osservazione clinica di pochi giorni viene fuori la “personalità” anziché la definizione delle fasi. La personalità, anziché essere considerato un punto di vista provvisorio, è considerato inoltre come un “punto di arrivo”, che non deve motivare ulteriori definizioni diagnostiche in quanto racchiude in sé tutta la complessità. Purtroppo invece non racchiude in sé la semplicità della geometria bipolare.