Tutti “luoghi comuni” o gli errori concettuali di seguito elencati dipendono fondamentalmente da un errore di impostazione. La mente, e quindi pensieri, comportamenti e umori sono espressione dell'attività del cervello, e ovviamente per esteso di tutto il corpo, ma con “centralina” collocata nel cervello.

Quando invece si ragiona di mente, e di comportamenti, il cervello è il “grande assente”, cioè anche chi si cura con medicine ragiona come se non fosse chiaro che queste agiscono sul cervello, e che dal cervello hanno origine i sintomi, e i disturbi, e il loro decorso.

Quando si ragiona sul proprio cervello è come se da una parte non si considerasse il cervello come fonte sostanziale delle manifestazioni mentali, e dall'altra si ipotizzasse invece di avere un cervello “spirituale” che si può attivare in maniera non chiara e che può comandare da sopra il cervello malato, facendolo smuovere, guarire, non ammalare etc.

 

  1. Le medicine curano il sintomo, ma è illusorio, non risolvono il problema alla radice. Per far questo ci sono le psicoterapie. Medicine e tecniche psicologiche sono strumenti che mirano agli stessi obiettivi, con modalità diverse, ma soprattutto è bene sapere a che cosa sono adatte e cosa possono fare, disturbo per disturbo, non “in generale” e soprattutto non come se fossero “mondi” diversi. E' falso sia che i medicinali non curino alla radice, sia che le psicoterapie per definizione curino alla radice. Ci sono cure superficiali e profonde di ciascun tipo, e la profondità non dipende dal metodo, ma da ciò che si influenza. Se vogliamo proprio fare un discorso di profondità, in superficie ci stanno le interazioni ambientali, sotto ci stanno le strutture cerebrali, comprese le modifiche che fattori ambientali hanno apportato stabilmente (epigenetica), ammesso che si conoscano, e ancora più in profondità l'assetto genetico di partenza. I medicinali arrivano ad influenzare il primo e il secondo livello, con effetto quindi curativo, ma non l'ultimo.
     

  1. Le medicine possono farci poco quando il malessere deriva da avvenimenti o esperienze negative. Per lo stesso ragionamento di cui sopra, quest'idea è sbagliata. I medicinali influenzano un livello di funzionamento e plasticità del cervello che è comune sia alle malattie “genetiche” o comunque fondate su una vulnerabilità di partenza, sia a malattie che si sviluppano per l'intervento di fattori esterni. Non vi è quindi alcuna differenza sostanziale in questo. Inoltre, il nesso di causalità non è quasi mai importante per le diagnosi, ovvero per prevedere come si svolgerà e come evolverà una malattia conta relativamente poco il fatto che sia iniziata “dopo” o “durante” un determinato periodo della vita, mentre è più importante sapere come si manifesta, con quali sintomi e con quale andamento.
     

  2. Le medicine non posso mica cambiare il pensiero. Questo è un tipico esempio di come il cervello non sia preso in considerazione. Le medicine che agiscono sul cervello evidentemente modificano le sue funzioni, e il pensiero ad esempio con le sue forme e i suoi contenuti è una funzione mentale. Perché mai quindi medicinali per la psiche non dovrebbero tramite il cervello agire sul pensiero?

     

  3. Le medicine cambiano la personalità. Per alcune persone questo è un timore generico di perdere il controllo della propria mente, come se i medicinali cambiassero i connotati mentali in maniera che poi la persona non si riconosce più, non è più presente a se stessa etc. Questo è un timore tipicamente ossessivo, non riguarda in realtà un pensiero specifico sui medicinali, ma su tutto quello che non si pensa controllabile, o alla paura che un effetto chimico possa non essere più reversibile. Per altre persone invece c'è proprio l'idea che, per ottenere l'effetto desiderato, i medicinali però agiscano in maniera da appiattire tutto. In questo caso l'idea forse deriva da cattive letture, o da equivoci sul tipo di medicinale e soprattutto sulla malattia per cui si assumono. E' uno dei casi in cui il termine “psicofarmaci” crea più confusione che altro, perché evidentemente quando si ragiona sugli effetti dei medicinali non lo si può fare senza specificare quale molecola, su che problema, e a partire da quale situazione.
     

  4. Gli psicofarmaci danno dipendenza, o ancora peggio “creano” dipendenza. Queste due idee sono molto diffuse, tanto che alcuni le ritengono cosa nota e assodata. La cosa potrebbe anche avere un senso se fosse riferita se mai ad alcuni tranquillanti: in realtà il discorso non è quasi mai riferito a questi, ma in generale al concetto (inesistente) di “psicofarmaco”. Se non si pensa che esista un cervello che si ammala, succede che chi si cura, magari a lungo, magari per tutta la vita, perché soffre di una malattia che altrimenti ritorna sempre fuori, comincia a pensare di essere sotto ricatto delle medicine. Se non le prende si riammala, se le prende sta bene, quindi la malattia è “colpa” delle medicine. Questo pensiero paradossale deriva proprio dal rifiuto istintivo di pensare che davvero tutta la complessità di pensieri, affetti e comportamenti possa derivare da quella cosa che sta dentro il cranio, il cervello. Purtroppo spesso a questo pensiero capovolto segue un comportamento del tipo: se smetto con convinzione le medicine, mi libero dalla malattia, scelta che è all'origine di molte ricadute, e spesso fa aggravare la malattia con il malato che cerca di farcela “da solo” o è pronto a tutto ma non a riprendere le medicine, perché anche se sta male ritiene di aver fatto un grosso passo a sospendere le cure.

    Un doppio equivoco si ha quando le persone si curano per una dipendenza da sostanze o alcol, ovvero il dire che se si prendono farmaci si passa da una dipendenza ad un'altra, come se il prendere una sostanza fosse la “dipendenza”, e la differenza non stesse proprio tra intossicarsi con una sostanza senza averne il controllo e star bene e in equilibrio assumendo una sostanza. Anche qui il cervello non è il metro di giudizio, ma “assumere qualcosa”, per cui il problema non è misura su come si sta, ma sul fatto che si assume una sostanza chimica.
     

  5. Esistono studi che fanno vedere che gli antidepressivi in realtà sono placebo. Questo tipo di affermazione prende uno o due studi relativi a un tipo specifico di farmaco su un tipo specifico di situazione, e la estende a qualsiasi cosa. Si ignora che quando un medicinale è messo in commercio prima si fanno diverse prove, e su molte persone, e che comunque quando poi il farmaco è sul mercato negli anni successivi c'è tutto il modo e il tempo di rendersi conto se, anche supponendo che i dati non siano veri, il medicinale funziona o meno. E' paradossale come ogni dato a sfavore dell'efficacia di un antidepressivo sia sbandierato come una prova che “gli psicofarmaci sono una truffa”, mentre invece si vedano di buon occhio una miriade di prodotti in libera vendita con indicazioni vaghe e indefinite tipo “è utile”, “aiuta”, “può agevolare” in riferimento a generiche condizioni di ansia, stress, malessere, debolezza, etc.
     

  6. Gli antidepressivi non si sa neanche come agiscono, gli studi lo dimostrano, quindi sono una truffa. Anche questa “rivelazione” di chi pratica le ricerche scientifiche online è un equivoco. Innanzitutto si riferisce una molecola ad una determinata dose, e poi questo non inficia minimamente la dimostrazione di efficacia: si può non sapere perché qualcosa funziona, ma sapere che funziona. Può sembrare strano, ma sono due cose diverse: il meccanismo di funzionamento, quando non si può esaminare in tempo reale e in condizioni naturali il fenomeno, è sempre dubbio. Invece sapere se ad uno stimolo (il farmaco) corrisponde un effetto (lo star meglio) richiede un esame su un campione di persone, che non richiede neanche un'ipotesi. Molte scoperte delle medicine sono infatti avvenute per caso, mentre si cercava tutt'altro, soltanto perché ci si è accorti che chi assumeva un farmaco aveva degli effetti benefici di altro tipo.
     

  7. Non tollero i farmaci. Detta così' quest'affermazione ha poco senso, perché i meccanismi dei medicinali sono talmente diversi tra di loro che non esiste un terreno comune di non-tolleranza. E' quindi probabile che il problema sia relativo o allo stato di chi li assume, che è molto sensibile inizialmente ad alcune classi di farmaci, o si agita all'idea di avere degli effetti collaterali per il timore di perdere il controllo del proprio corpo o del cervello. Oppure, in realtà la persona non tollera un tipo di medicinali, ma questo non significa che non ve ne siano altri disponibili che hanno meccanismi diversi. Il non-tollerare inoltre non corrisponde ad un iniziale peggioramento, fenomeno che invece è frequente prima che compaia la risposta terapeutica (di solito con gli antidepressivi in 1 mese).
     

  8. Le medicine esattamente cosa dovrebbero farmi? Questa domanda, innocua di per sé, la cito solo perché è un esempio di come non si pensi al cervello come parte in causa. La persona riferisce tutti i suoi sintomi, nel dettaglio, e alla fine si chiede a cosa serva esattamente il farmaco. La risposta, apparentemente ovvia (“serve a mandar via i sintomi che ha”) non è scontata solo perché la persona, mentre descrive i propri sintomi, li vede come espressione della propria mente, mentre i farmaci agiscono sul cervello, e quale sia il legame tra le due cose gli è oscuro.
     

  9. Ma sto bene per la cura o perché magari ho imparato a reagire? Questo è un po' il pensiero speculare “dopo la cura”. Il miglioramento è forse merito della cura, ma la persona è portata come prima ipotesi a pensare che si sia attivato il fantomatico “cervello di riserva” che per motivi oscuri prima non funzionava, e che una altrettanto fantomatica forza di volontà o voglia di reagire sia intervenuta ad accenderlo, cosicché il farmaco magari ha “aiutato” ma fondamentalmente c'è stato un effetto “psicologico” che si è svolto ad un altro livello.

 

Tutto questo quindi per arrivare a ricordare che di cervello stiamo parlando. Non sussiste la questione che non siamo solo cervello ma anche ambiente, storia personale e quant'altro, visto che la nostra storia personale, l'ambiente passano attraverso il cervello, e anzi a volte variano col cervello, più che il contrario. Il nostro funzionamento influenza il modo in cui cerchiamo e svolgiamo le nostre interazioni, per cui un “trauma” ad esempio può dipendere sia da ciò che ci ha offeso, sia da come eravamo predisposti verso l'offesa ricevuta.

Questa cecità nel considerare il cervello come organo, e la mente come sua espressione, è motivo di una serie di equivoci che vanno da queste frasi o luoghi comuni, a volte anche simpatici e che sono poi motivo di discussione e spiegazione; fino a vere e proprie polemiche che vedono nella psichiatria una deriva “organicistica”.

Su tutto è possibile esagerare tranne che sul fatto che la psichiatria si occupa dei cervelli, e se si occupa dei rapporti, delle esperienze, delle dinamiche sociali, si occupa lo stesso di cervelli, studiando altri punti di vista e altri tipi di manifestazioni.