"Il gatto nero" è un film di Lucio Fulci, che richiama alla mente, senza grande attinenza, il gatto nero di Poe. In verità il tipo di metafora che mi pare di riconoscere in questo film somiglia a quella di un altro film di Fulci, discusso su questo stesso blog, cioè “Un gatto nel cervello”.

Sempre di gatti si tratta, e nel secondo la prova che per il regista questo animale è una metafora cerebrale.

La storia è questa. Un parapsicologo, studioso cioè delle manifestazioni della vita al di là dei canali conosciuti, si diletta nel piazzare microfoni nelle tombe per poi ascoltare le registrazioni nella quiete della sua abitazione, che condivide con un gattaccio nero. Il parapsicologo ha anche facoltà medianiche, e ritiene di poter intercettare i pensieri degli altri, comprese ad esempio persone scomparse. Un sensitivo come quelli che ogni tanto sbucano fuori a proporre soluzioni di casi di cronaca nera, o medium che parlano coi morti.

Il paese è funestato da una serie di delitti, il cui responsabile è appunto il gattaccio, ma di cui alla fine è sospettato anche il parapsicologo, visto che pare sapere dei dettagli molto precisi.

Come si diceva, gatto e professore vivono insieme, in un rapporto morboso, poiché il gatto lo aggredisce abitualmente a colpi di graffi. Il professore lo caccia via, ma non riesce ad allontanarlo definitivamente. Allo stesso modo il gatto lo graffia ma non va oltre, anche se il professore sentenzia “so che un giorno mi ucciderà”.

Una condanna quindi a vivere insieme a qualcosa che ti assedia, e ti aggredisce a tratti provocandoti vivo dolore. Qualcosa che è sempre sul punto di ucciderti, ma in realtà non fa altro che ossessionarti in maniera continua e farti soffrire con qualche zampata più violenta. Un meccanismi che richiama, come nell’altro film, l’ossessione. L’ossessione, come forse non tutti sanno, crea sofferenza non quando aumenta al massimo, perché in quel caso il cervello la silenzia: il cervello non si fa uccidere dall’ossessione. L’ossessione fa un danno continuo perché si appropria di uno spazio sempre maggiore, in cui si muove come un gatto, assediando la persona ma senza mai stritolarla in maniera rapida. E’ la lentezza con cui l’ossessione prende spazio che la rende potente, perché le permette di stabilirsi e crescere nel cervello (un gatto nel cervello) senza esserne cacciata. Se i suoi graffi fossero continui, o se il gatto fosse una tigre e non un gatto, l’uomo troverebbe il modo di farlo smettere o di ucciderlo. Il gatto invece subdolamente prende possesso della mente, e la tiene in ostaggio con un meccanismo che è sempre più ingombrante (pensieri, azioni rituali etc, dubbi a scatola cinese etc).

Ora, la metafora si completa, nella storia, con il parallelo tra il rapporto di tensione continua tra il professore e il gatto, nel chiuso della casa; e i delitti che si consumano fuori. Come il professore tiene a bada la sua ossessione, che è fondamentalmente la morte? Tramite il fatto che la morte esiste davvero. Così, mentre il professore tenta di trovare la vita dopo la morte, per illudersi di poter superare quei confini o di poter trovare un principio di eternità, la realtà lo riporta a confrontarsi con la morte vera. I delitti sono ciò che permette, in un circolo vizioso, al professore di coltivare le sue ossessioni senza esserne ucciso, ma così d rimanerne ingabbiato però. Quando il gatto esagera, cioè quando l’ossessione uccide, lo fa fuori dalla casa. In questo modo si placa per un po’, perché constatare la morte esorcizza l’ossessione della morte. Dopo di che il ciclo ricomincia, perché finché a morire non sarà il gatto non morirà l’ossessione.

Le ossessioni spariranno se si scoprirà che il gatto non c'entra, e che la morte esiste semplicemente in natura.  

I concetti di psicopatologia, e anche di psicoterapia, sono due. Innanzitutto ciò che di peggio si possa fare di un’ossessione è tenerla a mezz’aria, mantenerla e annacquarla con delle rassicurazioni abituali che allontanano i fantasmi. In questo modo l’ossessione è tenuta viva e ci si illude che la rassicurazione non la faccia esplodere in maniera massima. In realtà ciò a cui il cervello è impreparato non è il “fantasma”, il picco dell’ossessione contro cui reagisce invece: quello che il cervello non sa più fare da solo nel tempo è opporsi ad una ossessione cresciuta fino a pesare come un partito di maggioranza assoluta in un parlamento democratico. Non eradicabile.

 

Il secondo concetto è che invece alcuni eventi esterni fungono da schermo contro le ossessioni, e sono il vedere i propri fantasmi che ogni tanto prendono forma. Chi è ossessionato dal fatto che si muore, è “salvato” dalla constatazione che invece la morte è ovunque, anzi è l’unica certezza. Chi è ossessionato dai ragni, è salvato dal fatto che ogni tanto ne incontra uno. Più la persona si chiude nel suo mondo di rituali in cui cerca di allontanare i fantasmi, più ne resta assediato e vede crescere il potere delle proprie ossessioni, attraverso il crescere dei rituali e dei pensieri che gli costruiscono intorno una struttura da nutrire. Muri, scale e stanze vere e proprie che costruiscono un labirinto intorno al cervello, tra l’uomo e le paure. Faticoso, straniante, doloroso ma irrinunciabile per chi è terrorizzato dal contenuto delle ossessioni.

 

Nella rappresentazione narrativa, l’espediente narrativo è che l’ossessione stessa uccida, con una sottile ironia che c’è anche nell’altro film. Se l’ossessione si materializzasse, sarebbe un gatto nero che fa quello che uno teme. Ma finché lo fa fuori, lontano, diventa un fantasma che ci tormenta con le sue urla fuori dal labirinto. Più la vicinanza col mondo è recuperata, più apparirà chiaro che i contenuti delle paure sono sicuramente possibili, ma il gatto è innocente.

In pratica, se il dubbio è ad esempio “potrei perdere il controllo? ” “sono omosessuale? ” “sono pedofilo? ” “potrei uccidere mio figlio? ” …..la soluzione è che queste cose esistono, accadono, sono di per sé possibili, ma la persona ossessionata se si avvicina alla realtà recupera la visione intuitiva per cui egli è il primo a sapere cosa è vero e cosa no, o meglio è il primo a non pensare a ciò “conosce” in maniera automatica, empirica.