Tagli, cicatrici, bruciature, amputazioni nei casi più estremi, a volte non sono la conseguenza di brutti incidenti ma la manifestazione di un malessere interiore, espresso attraverso una pratica chiamata autolesionismo.

Indicato con il termine inglese “Repetitive Self-Harm Sydrome”, l'autolesionismo è un disturbo psicologico che comporta il procurarsi danni fisici più o meno gravi. In base all'entità della ferita, la sindrome viene classificata in autolesionismo leggero, la forma più diffuso del disagio e autolesionismo grave, più rara, che porta ad infliggersi ferite più profonde arrivando addirittura all'amputazione.

Esistono poi altre forme di autolesionismo che, a differenza delle precedenti, non implicano necessariamente la presenza di segni evidenti ma si esplicano in comportamenti che ledono la salute di chi li mette in pratica: è il caso della bulimia, dell'anoressia e delle dipendenze.

Il disturbo da autolesionismo colpisce soprattutto gli adolescenti e in particolar modo le donne.

Benché l'origine vera e propria alla base del disturbo non sia stata individuata, i motivi che spingono una persona a compiere tali gesti sarebbero da ricercarsi nell'incapacità di gestire lo stress, di esprimere le proprie emozioni, nella mancanza di autostima o nella paura di deludere le aspettative.

In risposta a questo profondo disagio interiore, l'autolesionista infliggendosi dolore fisico tampona quello psicologico arrivando a provare una sensazione (illusoria) di sollievo e abbassando la tensione.

L'antropologo Le Breton spiega in questo modo il meccanismo psicologico alla base del disturbo: "La ferita crea un rifugio provvisorio (..) serve a scaricare una tensione, un’angoscia che non lascia più alcuna scelta, nessun’altra risorsa

Al contrario del malessere psicologico, secondo l'autolesionista, il malessere fisico è più controllabile. L'attenzione viene quindi spostata dalla sofferenza interiore a quella esteriore. Spesso, anche dietro comportamenti autodistruttivi come l'assunzione di droghe, atti delinquenziali e atteggiamenti sabotativi, si nasconde un dolore interiore difficile da gestire.

Cicatrici: grida silenziose del bisogno di aiuto

Generalmente l’autolesionista tende a nascondere i segni delle ferite alla vista altrui ma può succedere, alle volte, che alcuni di loro sentano la necessità di mostrare i segni della loro sofferenza per comunicare il proprio stato d'animo e richiedere, indirettamente, l'aiuto delle persone care.

Proprio perché, nella maggior parte dei casi, l'autolesionista non mostra i segni che celano le sue paure e il suo dolore, non è semplice smascherare questo disturbo. Ci sono però piccoli atteggiamenti che possono aiutarci a capire se chi ci è accanto sia vittima di questo disagio: dal punto di vista comportamentale sono persone tendenti all'isolamento e sempre più irritabili mentre dal punto di vista fisico indossano abiti inappropriati alla stagione per nascondere le cicatrici o presentano lividi e ferite inspiegabili.

Come aiutare chi soffre del disturbo?

Confrontarsi con persone affette da Repetitive Self-Harm Syndrome significa non liquidare questi atteggiamenti come una semplice richiesta di attenzioni, nè giudicare o punire tali gesti. Offrire un sostegno ed incoraggiare la persona ad esprimere i propri sentimenti attraverso gesti costruttivi e non autodistruttivi è il modo migliore per aiutarlo ad uscire da questo meccanismo dannoso.

Questa situazione può essere affrontata anche grazie all'aiuto di uno psicoterapeuta che, attraverso un percorso terapeutico, sarà in grado di indirizzare la persona e alla gestione di eventi e delle emozioni che possono scatenare il comportamento.