Nella prima parte di questo articolo abbiamo abbiamo visto che un bambino ha bisogno di regole, vediamo adesso che cosa succede quando non ne riceve ed è obbligato a arrangiarsi.

Nella prima parte di questo articolo, Ansie e paure dei bambini (parte I), abbiamo preso in considerazione la possibilità che un bambino non possieda la capacità di autoregolarsi e dunque abbia il costante bisogno di ricevere dall'esterno le direttive che lo aiutino ad orientarsi nell'ambiente, sia famigliare che esterno.

Vediamo allora che cosa potrebbe capitare ad un bambino che è abituato a fare tutte le cose da solo?

I bambini a cui non vengono imposte delle regole crescono con la falsa consapevolezza di poter fare ciò che ritengono più opportuno, di poter decidere cosa fare e quando farlo e sono quelli che con tutta probabilità reagiscono agli eventi stressanti in modo aggressivo o eccessivamente triste e turbato.
Infatti questi bambini non sanno quali sono i limiti che devono rispettare e interagiscono con l’altro facendo come se ciò che ritengono loro e ciò che desiderano sia l’unica alternativa possibile, non considerano il punto di vista dell’altro, sia esso un adulto o un coetaneo.
Anche questi bambini (come quelli che vengono iperprotetti) si fanno di sé l’idea di chi "non sbaglia mai" ed allo stesso modo, ovviamente, si costruiscono un’immagine di sé errata.
In un bambino del genere tutto ciò comporta gravi conseguenze sulla sua capacità di essere accettato nel gruppo dei pari (in cui ogni componente è portatore di un pensiero unico ed originale) perché porta alla nascita di numerosi scontri e conflitti.

Quando si sviluppa un conflitto le possibilità sono tre:

  1. riuscire a vedere affermato il proprio pensiero, quindi vincere
  2. non vederlo affermato, quindi perdere (sopportare la frustrazione)
  3. tentare una negoziazione per trovare un accordo

Molto spesso questi bambini sono abituati a "vincere", cioè a vedere realizzate le proprie necessità dal momento che le altre due possibilità non le hanno mai sperimentate.
Nel gruppo questi bambini imparano fin da subito che le regole che lo governano non sono le stesse che vigono in famiglia e questo li disorienta; in questo caso (per rimanere nella metafora della guerra) sono scesi nel campo di battaglia con delle armi che si rivelano totalmente inadeguate, si accorgono di questo ma non sanno non solo dove andare a reperirle ma nemmeno quali sarebbero quelle più efficaci.
Per uscire dalla metafora della guerra ed applicarla alla vita reale dovremmo chiederci quali siano le "armi" che mancano a questi bambini.

In questo caso ciò di cui non dispongono è

  • la capacità di tollerare la frustrazione
  • la capacità di trovare un accordo

La frustrazione è un’esperienza necessaria e fondamentale per un adeguato processo di crescita. Se ci pensiamo bene comprendiamo come quotidianamente tutti noi facciamo i conti con questa esperienza quando accettiamo che un colloquio di lavoro sia andato male, quando tolleriamo che qualcuno ci neghi l’aiuto che gli abbiamo chiesto, quando un professionista non si rivela all’altezza di un compito che gli avevamo affidato, quando dobbiamo aspettare del tempo per realizzare un desiderio, quando dobbiamo aspettare il nostro turno per intervenire in una discussione, ecc.
Queste, che potrebbero sembrare delle banalità, di fatto sono esperienze che vengono negate a questi bimbi. Infatti si osservano spesso bambini che chiedono delle cose che vengono realizzate immediatamente, che intervengono nelle discussioni degli adulti senza che venga chiesto loro di non interrompere, che trasformano in priorità tutto ciò che riguarda loro.

Dal punto di vista del bambino questo è assolutamente normale, cioè TUTTI i bambini si comporterebbero spontaneamente in questo modo.
Infatti questi essendo più piccoli di noi adulti, per definizione, non possiedono ancora le competenze che invece noi abbiamo mutuato sia dall’esperienza (soprattutto quella negativa) che dall’educazione.
Allora come si può accettare che sia un bambino che non possiede competenze a comandare all’interno del sistema famigliare?
Lui crede che la vita funzioni così, crede che basti chiedere per avere. Non sa che questo sistema lo danneggerà e dunque dovremmo essere noi adulti, che siamo deputati alla sua formazione, a prepararlo al fatto che non funziona così, ad insegnargli che devono essere rispettate delle gerarchie ed un ordine di priorità in cui lui e le sue esigenze non sono certamente al primo posto.
Ovviamente per fare questo è NECESSARIO produrre nel bambino delle emozioni negative, lui non accetterebbe di buon grado di passare in secondo piano e di dover aspettare per la realizzazione di un desiderio, reagirebbe certamente con rabbia e tristezza ma questo non sarà nocivo per lui.
Infatti dopo un periodo più o meno lungo di protesta si rassegna ed è proprio in questa rassegnazione che impara a sopportare e gestire la frustrazione.

Tutto questo costituisce il motivo per cui i bambini possono non sentirsi sicuri quando si allontanano da casa o dai genitori (ansia da separazione).
Nel primo caso il bambino ritiene indispensabile la presenza del genitore per riuscire a districarsi adeguatamente in contesti non famigliari, nel secondo caso invece ne sente il bisogno dal momento che solo con loro riesce ad essere completamente accettato.Tipi di relazione

L’ansia da separazione può derivare anche dal tipo di relazione che i genitori instaurano con i propri figli.
Una cosa di cui i bambini risentono molto facilmente è l’imprevedibilità di uno o entrambi i genitori.
Questo è comune proprio in quelle famiglie in cui l’educazione sia stata incentrata sulla sopportazione e l’accondiscendenza.

Facciamo un esempio concreto in cui proviamo ad analizzare una situazione tipo.

In una famiglia si è stabilito che dovrà essere il bambino a stabilire i propri ritmi e le proprie necessità, quando e come realizzarle, dunque i genitori non pongono dei limiti ai suoi comportamenti.
Tuttavia i genitori in questione, ovviamente, accumulano tensione a causa delle continue richieste che questo bimbo pone, dal fatto che tutti devono obbedire ai suoi ordini, dal fatto che la mattina è necessario combattere per "convincerlo" a lavarsi, ecc.

  • 1° incongruenza: non si sono ponderate le conseguenze che potevano derivare da una scelta
  • 2° incongruenza: se si decide di portare avanti una strategia educativa non ci si può infastidire dopo

Può accadere che la tensione che si accumula esploda ad un certo punto portando il genitore ad essere aggressivo verbalmente o fisicamente.
Voi direte: "beh, è normale, c’è un limite a tutto".
E io sono d’accordo con voi. Però all’inizio di questo articolo ci eravamo detti che per comprendere alcune reazioni dei bambini sarebbe necessario provare ad interpretare la realtà guardandola attraverso gli occhi del bambino!

Il bambino che viene inaspettatamente investito da questa sconosciuta onda di rabbia potrebbe pensare: " Ma cosa è successo? Come mai si è arrabbiato/a con me?
Il genitore, potrebbe sentirsi in colpa per la reazione avuta al punto da decidere di non comportarsi più in quel modo…..fino a che un’altra volta la tensione accumulata diventerà troppa e cederà ad un altro scoppio di rabbia.
Il bambino allora potrebbe pensare: "Questa stessa cosa l’ho fatta sempre e la mamma non si è mai adirata. Ma allora la posso fare o no? Non capisco più cosa mi chiede di fare la mia mamma!."
Il risultato è che il bambino non comprende quali conseguenze derivano dalle sue azioni, non capisce cosa i genitori chiedono ed inizia a percepirli come imprevedibili: l’imprevedibilità è una condizione che produce ansia, anche per noi adulti.

Un’altra condizione che provoca ansia nel bambino è la mancanza di rinforzi positivi e di accudimento.
Questa è la situazione che in genere caratterizza quelle famiglie incentrate sull’idea di lasciar scegliere il bambino.
Infatti lui sul momento sarà felice di avere tutto a propria disposizione ma nel lungo termine finisce per risentirne perché potrebbe pensare: "Perché nessuno mi dice cosa devo fare? Ma a loro interessa di me, mi vorranno bene?"
Ovviamente questi pensieri nessun bambino li fa consapevolmente ma possono essere dedotti facilmente dal loro comportamento. Infatti accade spesso che i loro comportamenti diventino sempre più pretenziosi ed indisponenti (come a voler dire: "vediamo se ora qualcuno interviene") e quando ricevono dei limiti si mostrano frequentemente gratificati e contenti di poter finalmente obbedire a qualche regola.

 

La soluzione al dilemma (probabilmente) si colloca nel liberarsi dalla convinzione che limitare alcuni comportamenti coincida con l’essere un cattivo genitore e dalla paura che se si "punisce" si mette in gioco l’amore che i figli nutrono per i genitori.