È uscita da poco l’intervista a Christiane F., la persona oggi adulta che ispirato un film epocale sulla dipendenza da eroina, allora dipinta in forma apocalittica, come un tunnel senza ritorno, a meno di un miracolo. All’epoca dei fatti l’eroinismo, come epidemia, era qualcosa di teoricamente noto (già come morfinismo nei decenni precedenti), ma assunse proporzioni dilaganti, e soprattutto colpì la fascia giovanile.

In quegli anni la droga era una “peste” contro cui si ci profuse in sforzi educativi e pubblicità progresso, ammettendo anche la diffusione di film crudi e realistici come Christiane F – noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, ispirato all’omonimo libro-autobiografico.

Una ragazza tredicenne diviene tossicodipendente nel contesto della sua adolescenza, e dopo cicli di tentativi fallimentare per uscirne, si conclude con l’uscita dall’eroina e la comunità. L’autrice lascia in sospeso, augurandosi che la cosa finisca lì.

Era l’unica nota stonata in un libro che, per il resto, descrive in maniera realistica la dipendenza da eroina. All’epoca dei fatti le cure per la dipendenza da eroina esistevano, messe a punto alla fine degli anni ’60 in USA. Per primi i tossicodipendenti “criminali” da tener fuori dal carcere, che affollavano e in cui tornavano nonostante qualsiasi sforzo riabilitativo. Dopo furono trattati i tossicodipendenti in generale, con la messa a punto di uno schema di trattamento metadonico noto come “blocco narcotico”.

http://www.rockefeller.edu/labheads/kreek/pdf/S2_Dole_TransAssocAmPhy_1966.pdf

Purtroppo invece è solo nei tardi anni 80 che in Europa iniziano i primi trattamenti, e iniziano in maniera confusa, contaminata da credenze e pregiudizi che ancora reggono, e spesso imperano. La cura metadonica è messa a punto come trattamento a lungo termine. Non consiste in disintossicazioni, e non vi sono disintossicazioni indicate come terapie per bloccare il destino della tossicodipendenza. L’approccio “vado in comunità” rientra in una di quelle risposte ai bisogni psicologici delle famiglie e della società, che vuole pensare ad un problema ambientale, che si risolve con amore, educazione e rigore, diversamente miscelati.

La ricerca medica ha invece negli anni documentato in maniera sempre più dettagliata le alterazioni persistenti che l’eroina, così come altre sostanze, produce nel cervello umano, così da spiegare i comportamenti degli eroinomani, e la tendenza cronica alle ricadute dopo intervalli lunghi o brevi di quiete.

Nel frattempo ci fu anche l’epidemia di HIV/AIDS. Chi a quei tempi era già in trattamento metadonico risultò protetto. Studi condotti anni dopo mostrano un effetto “scudo” del trattamento sul rischio infettivo, non solo HIV. Non era uno scudo contro l’infezione in sé, che si sappia, ma semplicemente il fatto che chi si curava si drogava meno, o per niente, e smetteva una serie di comportamenti a rischio, finché rimaneva in cura.

La stessa cosa, per inciso, avviene per l’overdose. Questo evento, meno probabile in chi è in fase di uso continuo, è ancora meno probabile in chi è in cura a dose efficace (per un effetto farmacologico del metadone che ostacola gli effetti dell’eroina – da qui l’espressione “blocco narcotico”). Lo stesso rischio invece impenna in chi smette le cure, o esce da ambienti protetti (carcere, comunità, ospedale) senza la protezione della cura, perché al momento della ricaduta (preannunciata) l’organismo è pienamente sensibile agli oppiacei, e il desiderio torna in maniera prepotente.

Christiane F rispecchia esattamente il punto di vista di un eroinomane curato più o meno bene, anche se tardi, che si è fatto un’idea non corretta della sua malattia. O comunque, che al momento di raccontarla, non può fare a meno di mettere in evidenza la parte meno rilevante, e invece in fondo quella fondamentale.

Dopo la fine del libro, Christiane F non ne uscì assolutamente, ricadde. La sua tossicodipendenza non è andata via, semplicemente ad un certo punto ha iniziato a “usare metadone”, come dice nell’intervista. Non specifica a che dose, o altri dettagli tecnici. Tutto il succo della storia è qui. Il problema si ferma per la cura metadonica. Per raggiunti limiti i età succede invece un’altra cosa, e cioè il passaggio all’alcol. Molti lo affiancano all’eroina, poi finiscono soltanto alcolisti.

Le ultime due domande sono la sintesi di ciò che manca allo standard per curare la tossicodipendenza. La prima cosa è la consapevolezza del problema.

http://www.vice.com/it/read/intervista-christiane-f-zoo-berlino

Perché non hai mai smesso di drogarti?

Non ho mai voluto smettere, non conoscevo altro nella vita. Ho deciso di vivere una vita diversa dagli altri. Non ho bisogno di un pretesto per smettere.”

 La risposta è molto più semplice. Christiane F ha smesso di drogarsi quasi subito. Da lì è divenuta tossicodipendente, che è diverso dal “drogarsi”, e riguarda una determinata droga, non in generale “le droghe”. Curarsi non significa sviluppare un odio per le droghe, questo è un problema culturale o personale, non la cura di una malattia. Non ha smesso di drogarsi di eroina in quanto tossicodipendente da eroina.

In che condizioni di salute sei adesso?
Uso il metadone. A volte mi faccio una canna. Bevo troppo alcol. Il mio fegato mi sta per uccidere. Ho una cirrosi causata dall'epatite C. Morirò presto, lo so.

Ha quindi smesso invece. Da quando si cura, verosimilmente anche quando in passato si era curata, magari poi smettendo di prendere il metadone. Verosimilmente, stando ai dati sulle dosi, assume dosi basse (le dosi medie italiane sono 50-60 mg/die per esempio), inefficaci a estinguere il desiderio. Tanto che nel tempo questo in parte è ridotto, ma in parte prosegue come legame con l’alcol. Questo legame purtroppo produce danni progressivi, fino alla cirrosi.

In conclusione, la storia di Christiane F è una parabola che descrive benissimo l’eroina, e quello che accade dopo il libro non è raccontato perché fa meno clamore, e non è ben capito. E’ la storia di una cura, che andrebbe spiegata e applicata bene, perché fortunatamente funziona. E’ anche la storia di tante credenze o pratiche diffuse quanto ingiustificate, che vanno soltanto dietro alla dipendenza, senza accorgersene. Finte cure che semplicemente usano gli spazi tra le ricadute, come se la riabilitazione tenesse lontana la ricaduta, che poi invece si verifica.

La riabilitazione conosciuta passa attraverso la cura farmacologica (adesso non soltanto con metadone) e non è una cura morale. Così come non lo sono la cura della depressione, del panico, del diabete e dell’appendicite. Sconfiggere la dipendenza non significa disintossicarsi, cosa che Christiane fa mille volte da sola nel libro. Significa prevenire il decorso, le ricadute, e l’effetto che hanno sulla vita della persona.

Si è in tempo fino in fondo. Anche in cirrosi e con un fegato trapiantato, perché anche su quello ci sono dati che indicano come le cure siano fattibili. Il primo passo è stare a lungo dentro la fascia protettiva della terapia, che fa da scudo contro tutto ciò che il destino della malattia altrimenti ha in serbo per il malato.