La Charlie sembrava un nome buffo. 
Fortunato.
Vivace. 
Ed invece? 
È il nome di un bambino di soli 11 mesi che aspettava di morire, non si sa quando, non si sa dove. 

È nato, ed é subito stato intubato, tenuto in vita, se di vita si può parlare, da sondini e da presidi, e dallo sguardo incredulo e stracolmo d’amore di due giovanissimi genitori. 
Sguardo avvolgente, contenitivo e potentissimo di chi ama davvero.
Sempre, per sempre, anche dopo la morte.

La sua storia scuote le mostre coscienze.

Ci obbliga a riflettere sulla vita e sulla morte.

È troppo piccolo per dover morire.
C’è chi dice che non è mai nato.
Chi invece che, tanto non era vita.
Si riapre il dibattito su cosa si intenda per vita.
Per qualità di vita.
E così via..
Ma i genitori, la sua mamma che lo ha avuto nel cuore prima, in utero dopo, ed ancora dopo in braccio, muore di dolore insieme a lui.

 

Famiglia contro istituzioni, una lotta impari

La famiglia litiga con le istituzioni non sul quando smettere di tenere in vita il loro bambino - nonostante la speranza di trasferirlo altrove, sapevano che sarebbe successo - ma sul dove accompagnarlo alla morte. 

Vorrebbero metterlo nel suo lettino, quello amorevolmente acquistato e sistemato in attesa che nascesse, e mai utilizzato, mettere al suo fianco i suoi giochini, e rimboccargli le coperte. 

Come fanno tutte le mamme 

Le istituzioni invece hanno deciso che il piccolo, per maggiore tutela, dovrebbe smettere di vivere in quell'ambiente gelido che puzza di malattia e di morte che è l'ospedale. 

I genitori aspettano il miracolo, vorrebbero fermare le lancette del tempo, lo scrutano nella speranza di un segnale, di qualcosa, gli dormono a fianco, respirano la sua aria, e gli regalano la loro, ma non succede assolutamente nulla se non delle liti assurde tra il volere della burocrazia ed il bisogno dei genitori. 

  • Quale genitore potrà mai perdonarsi per avere messo al mondo un figlio con una mutazione genetica?
  • E per non avere tentato l'impossibile? 
  • Una cura sperimentale?
  • Altro?

Perché no, anche un miracolo. 

Sappiamo bene che essere –non fare – genitori ci obbliga a mille crisi di coscienza, a sensi di colpa plurimi, e a dover fare la cosa giusta al momento giusto: dalla scelta della scuola, del pediatra, fino, come nei caso di questi giovanissimi genitori, a dover scegliere dove e come accompagnare alla morte il loro bambino.

Un genitore non può staccare la spina alla vita del proprio figlio.

E non può sopravvivere al proprio bambino. 

Non è giusto. 

Auguri piccolo Charlie, in qualunque luogo andrai.

Una mamma.