Queste linee guida, appena pubblicate sul The Journal of the American Medical Association (JAMA), sono in realtà una sinopsi, cioè un compendio, un riassunto, formulata da alcuni ricercatori dell’Università di Chicago, sulla base delle indicazioni, già precedentemente formulate dall’ US Preventive Services Task Force (USPSTF) e dall’American Urological Association (AUA).

Il lavoro è stato finanziato dall’Agency for Healthcare Research and Quality (AHRQ), e dall'AUA.

In sintesi, questo ci dice la sinopsi sull’utilità di una valutazione ematochimica dell’Antigene Prostatico Specifico, meglio noto come PSA, in una popolazione caratterizzata da uomini asintomatici e a rischio medio nello sviluppare un cancro alla prostata:

  • uno screening, in questa popolazione di uomini, basato esclusivamente sul PSA non sembra darci alcuna indicazione positiva sul rapporto costi, benefici e danni;
  • dopo decisione condivisa con il paziente l’American Urological Association consiglia il test, in questa popolazione, a partire dall’età di 55 anni;
  • per gli uomini che intraprendono questa strada, con un PSA nella norma, il controllo successivo dovrebbe essere indicato dopo due anni o più ma non prima;
  • l’AUA non prevede uno screening con PSA in maschi di età inferiore ai 40 anni;
  • sempre l’AUA è contraria ad una valutazione di routine in uomini con un’età superiore ai 70 anni o che hanno un’aspettativa di vita inferiore ai 10-15 anni.

Queste sono le linee guida, sempre di più condivise ed accettate da molti urologi, ma dobbiamo anche ricordare che, come tutte le raccomandazioni di comportamento clinico, sviluppate certamente anche sulla base di precise conoscenze aggiornate e valide, non hanno comunque le caratteristiche di una procedura obbligatoria.

 

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