E' concesso vivere la propria morte?

Dr. Francesco MoriData pubblicazione: 05 novembre 2013

Il richiamo della morte è anche un richiamo d'amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se l'accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell'amore e della trasformazione

Hermann Hesse, (postumo)

 

A partire dalla metà del ‘900 la morte diviene di completa pertinenza medica. La medicina, infatti, non solo la definisce e sancisce, ma anche regola e gestisce. Una delle conseguenze di questo predominio è rappresentato dall’isolamento del morente che, escluso dal conforto degli affetti familiari, è oggetto spesso di un accanimento terapeutico impietoso. La separazione della persona, ridotta esclusivamente alla connotazione di malato, dai parenti e dall’ambiente familiare mette in rilievo il carattere anonimo che i moderni ospedali conferiscono al morire, secondo quella caratteristica tipica del nostro mondo culturale che opera una sistematica rimozione della morte e dei suoi riti.

Oggi la morte è diventata un fatto esclusivamente biologico, è stata ridotta a concetto di corpo necrotico da smaltire, qualcosa di cui inorridire e prendere le distanze. Tutto questo ha contribuito a mettere in ombra, a rendere debole, la componente umana, culturale, religiosa e sociale di un evento importante “per chi va e per chi resta”.

La medicalizzazione della morte ha prodotto, dunque, solitudine nel morente, alla quale si associa spesso la menzogna, raccontata da parenti ed amici, che nega alla persona la possibilità di “vivere la morte”; come se d’improvviso l’individuo fosse divenuto un bambino, incapace di sostenere il peso e la responsabilità di una notizia definitiva, inadeguato a sopportare il tragico annuncio, la cruda verità. Ciò che non si può dire non si può condividere. L’essenza stessa della solitudine.

Questo argomento apre questioni fondamentali per la realtà contemporanea: l’uomo può vivere soltanto fino alla morte o, piuttosto, può vivere anche la morte, dato che il morire fa parte della stessa vita? E ancora: la scienza medica e la tecnicizzazione della salute hanno davvero allungato la vita o, piuttosto, hanno cronicizzato la malattia? Nel momento in cui l’approccio farmacologico e le terapie analgesiche mitigano le atroci sofferenze del moribondo, è giusto che parallelamente ne annullino anche la personalità, relegandolo nel limbo vegetativo del coma?

Ritengo che riflettere su questi interrogativi possa contribuire a ri-creare un modo ed un tempo più appropriato per il morente ed i suoi familiari di vivere il fine-vita.

Certo, sarebbe ingiusto connotare solo negativamente il progresso medico che ha trasformato l’ospedale da anticamera della morte a baluardo della vita mortalmente minacciata, come pure va osservato che la professione medica si è posta di fronte alla questione in oggetto in modi diversi e dissimili. Allo stesso tempo, in ospedale, ultima fortezza della vita (luogo che praticamente ha soppiantato ormai la morte in casa), accade ancora, anzi sempre più spesso, che si muoia e che questo imprevisto metta a disagio i medici, nuovi sacerdoti della salute, perché ciò li costringe a passare, loro malgrado, dalla guarigione della malattia alla cura del malato agonizzante.

Forse è importante, doveroso, prendere in considerazione anche altre prospettive. L’uomo contemporaneo e la sua medicina sopprimono il dolore, ma anestetizzano le persone che muoiono ancor prima di spirare e in tal modo le persone vivono fino alla morte ma non la morte, evento più che mai personale ma allo stesso tempo curativamente condivisibile e prezioso per tutti i "presenti".

Autore

francesco.mori
Dr. Francesco Mori Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 2007 presso Università di Firenze.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Toscana tesserino n° 5257.

4 commenti

#1
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Gentile Dr.Mori,
Trovo molto ben fatto e purtroppo molto vero il suo articolo.
L' " accompagnamento alla morte" è tra le scelte più complesse che ci siano,
i parenti sono spesso più d' uno ed i nuclei irrisolti, uniti ad i sensi di colpa, sono tanti, forse troppi, da mettere d' accordo.
L' accanimento terapeutico serve ai vivi, praticamente a chi rimane, per poter sempre dire " abbiamo tentato di tutto", rappresenta a mio avviso, una strategia difensiva e non adattiva....per non sentire il dolore e per esorcizzare la paura della morte.
Il transfert che si instaura con il malato terminale è sempre nefasto, avviene un contagio di angoscia e di dolore, che non lo accompagna alla morte e non gli consente mai di esprimere le sue emozioni, angosce, paure, desideri....ma lo costringe ad una " recita a copione" esclusivamente per far stare bene i familiari.
Il malato, viene sempre escluso dalla sua morte, che dovrebbe essere invece un suo sacrosanto diritto.
Valeria

#2
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

Questo articola mi stimola due riflessioni.
Qualcosa però sta cambiando.
Esistono delle strutture che nascono proprio per cambiare questo quadro descritto e che si chiamano hospice, o strutture di cure palliative.
Nella mia esperienza all'Hospice Sacro Cuore di Roma ho potuto vivere in un ambiente il cui obiettivo è proprio quello di garantire la privacy degli ultimi momenti di vita fornendo al paziente ed ai suoi familiari proprio per quelle condizioni per vivere a pieno quel che resta della vita.
Se da una parte l'ospedale detta i tempi sull'obiettivo della cura, nell'hospice la cura è marginale e meno invasiva e si adatta ai tempi della persona. Nel hospice si attuano il duplice intervento di cura del paziente e di cura dei familiari. Hospice vuol dire garantire le cure mediche ed infermieristiche professionali che una persona in fase avanzata di malattia non può ricevere dai familiare, e per i familiari vuol dire liberarsi di facili appigli ai sensi di colpa irrazionali per competenze di assistenza e cura che non possono avere. Certo, il ricovero in hospice è previsto per alcune tipologie di paotologie, ma è un passo avanti che ci avvicina ad altri paese che hanno una visione diversa della sofferenza e dell'assitenza sanitaria.
C'è ancora molta strada da percorrere.

L'altra riflessione è più di carattere filosofico.
Qualcuno dice che la morte non esiste. Forse è un estrema negazione della morte stessa, o forse ha ragione.
In effetti la morte non esiste per il soggetto che muore, in un'ottica prettamente organicistica, dato che per percepire la morte dovrebbe essere vivo, cosa assolutamente incompatibile. Posso presagire il punto do morte, ma la morte vera e propria, no.
*La morte, come fenomeno percepito*, esiste solo per chi assiste al decesso di una persona. Ho fatto mia l'osservazione che fu fatta ad un collega che teneva un corso "Sul morire" e che rimase senza parole alla giusta osservazione di uno dei partecipanti "scusi, perchè non ci fa una dimostrazione pratica di ciò che va predicando, facendosi vedere, qui, come di muore bene?"

#3
Dr. Francesco Mori
Dr. Francesco Mori

Interessanti gli spunti della dr.ssa Randone e del dr Bellizzi!
Ritengo che in una sistema sociale come quello nel quale viviamo la morte sia un bel "guasta feste". Qualcosa da tenere lontano, meritando un tentativo di "estrema negazione". Infatti il dolore è contagioso e a nessuno, contagiato e contagiante, piace il ruolo che gli è stato assegnato.
Concordo con lei dr Bellizzi, rispetto alla presenza sul territorio di alcuni Hospice che hanno una filosofia più attenta al tema della morte, considerata come un evento da attraversare e non come una sorte, paradossalmente, da "guarire". Purtroppo come dice lei una goccia nel mare...
Provocatoriamente mi viene da rilanciare: fino a prova contraria non possiamo sapere come vive la morte chi la prova. Forse le categorie consuete di tempo e materia non bastano a spiegarla. In ogni caso vedremo.

#4
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

Certo vedremo! La morte è l'unico fatto certo prevedibile nella vita di qualsiasi individuo vivente.
Peccato che quando vedremo sarà troppo tardi per lamentarsi o per cercare alternative! ;)

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